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A ben vedere anche lo stage Passwords può essere considerato uno stage biennale e non solo perché era stato inizialmente previsto per l’autunno del 2014 e si è poi svolto nell’aprile 2015: l’impegno del lavoro preparatorio proposto ai servizi era stato intenso e non ha potuto rispettare i tempi previsti. Guardando indietro, però, pare opportuno considerare il lavoro preparatorio come parte integrante dello stage per come si è svolto e per gli esiti che ha prodotto. Era stato chiesto da UFo (Unità Formativa di cui parleremo nel prossimo capitolo) a tutti i servizi di produrre una relazione con uno schema definito. Ogni servizio ha svolto il proprio compito, attraverso giornate di studio dedicate, così che prima della partenza per il fine settimana di aprile è stato messo a disposizione dei soci il materiale prodotto da ogni servizio e anche il manifesto di sintesi prodotto dal gruppo organizzatore. Tutto questo materiale ha dato il là poi al lavoro svolto a Chiavenna, la sede dello stage.

Ma partiamo dall’inizio. Come vedremo nel prossimo capitolo alla fine del 2010 la cooperativa decide di riorganizzare il proprio funzionamento decisionale sull’appartenenza territoriale dei servizi attraverso la costituzione delle Unità Territoriali al posto dei Settori (il precedente luogo di decisionalità intermedia della cooperativa fondato sul contenuto dell’intervento e non sul territorio nel quale questo si svolgeva). In questo modo è venuto meno per i servizi un ambito per l’approfondimento specifico delle metodologie di lavoro e del pensiero che le sottende, a parte i momenti formativi oppure le occasioni specifiche di elaborazione durante il lavoro di equipe.

Per questo lo scopo assegnato dalla cooperativa allo stage 2014-2015 è essere un’importante occasione di elaborazione intorno alle assi portanti su cui si fonda il pensiero e l’intervento pedagogico di ciascuno dei nostri servizi e della cooperativa nel suo insieme. Ridire le parole su cui si fonda l’intervento educativo dei nostri servizi servirà anche per ridefinire l’identità e la Mission della cooperativa nel suo insieme e fornire orientamento nelle scelte di sviluppo che Comin porterà avanti nel prossimo futuro.

UFo ha preparto per ogni servizio le Indicazioni per il lavoro preparatorio dello stage che contengono anche una traccia per la stesura della propria relazione, nella quale viene richiesto di affrontare questi tre punti:

  1. Il contesto: quali i punti di forza del servizio, quali i nodi problematici, le sfide, le debolezze. Tutto questo da analizzare in modo agile, come premessa per contestualizzare le situazioni dei diversi servizi al solo scopo di fornire chiavi di lettura dei cambiamenti in atto riguardo all’impostazione pedagogica
  2. L’epistemologia (i fondamenti pedagogici del servizio): quali sono le parole classiche usate  per descrivere i fondamenti pedagogici del servizio? Ci sono parole nuove che adesso usiamo? Si sono unite alle classiche o le hanno soppiantate? Tutto questo per descrivere i principali cambiamenti intercorsi negli ultimi anni nell’impostazione pedagogica del servizio.
  3. Strumenti: che cosa ci viene chiesto? Di quali strumenti pedagogici dobbiamo dotarci per riuscire a cavalcare il cambiamento in atto? Quali “nuovi vestiti” devono indossare i nostri valori operativi, per essere rispondenti alla situazione attuale in linea con la nostra storia?


Davvero importante e prezioso il contenuto delle relazioni prodotte dai diversi servizi. Sarebbe lungo riportare la sintesi di tutte le relazioni. Ci proveremo quando più avanti faremo il punto sullo sviluppo dei diversi servizi. In ogni caso riportiamo tra gli Allegati le relazioni  nella loro completezza per offrire la possibilità, a chi fosse interessato, di leggerle anche adesso.

Alcune relazioni erano riferite ai servizi tradizionali, altre ad alcuni di più recente esperienza:

  1. Accoglienza in comunità;
  2. Domiciliarità e scolastica;
  3. Centri diurni;
  4. Sostegno all’affido e alla prossimità familiare;
  5. Il lavoro sulla genitorialità
  6. I progetti per la coesione sociale
  7. L’area anziani

Il gruppo organizzatore assieme al Cda ha cercato poi di sintetizzare in un Manifesto sulle questioni di (s)fondo le suggestioni e gli spunti per riflettere e confrontarsi riguardo ad un futuro sostenibile per Comin, presentando in sintesi gli obiettivi dello stage. Sono elementi di s(fondo) che condizionano ciò che sta “sulla scena” della cooperativa (le relazioni educative) e che è importante considerare nel momento in cui ci confrontiamo sui fondamenti pedagogici del nostro intervento.

Nel manifesto si presenta a mo’ di slogan quella che viene vissuta come la sfida cruciale Perseguire la sostenibilità economica senza rinunciare al nostro sogno che viene articolata in questi sei aspetti: 1 Essere cooperativa e co-operare; 2 gare bandi appalti …; 3 … o anche altro? 4 alleanze, reti, partnership; 5 risorse economiche e finanziarie; 6 Essere cooperativa: i rapporti di lavoro.

Si prospetta tra gli esiti dello stage la riscrittura di alcuni documenti della cooperativa come il Codice etico del lavoro in Comin, il Regolamento sul socio lavoratore, il Documento d’Identità della cooperativa, oltre alla stesura delle Linee guida per lo sviluppo della cooperativa.

Ma veniamo ora al racconto dei due giorni. Come d’abitudine si è trattato di un week end residenziale, che si è svolto a Chiavenna nell’ostello Al deserto, gestito da una comunità di famiglie di ACF (vedi Scheda di presentazione). Come d’abitudine ha avuto grossa rilevanza la presenza del formatore esterno, ruolo che questa volta è stato svolo da Ennio Ripamonti un amico psicosociologo, presidente di Metodi e co fondatore dell’Istituto Paulo Freire Italia.

I lavori, come detto, sono stati introdotti dalle relazioni dei servizi presentate sopra cui si è aggiunta quella più complessiva che ha esposto i contenuti del manifesto sulle questioni di (s)fondo presentati sotto forma di Slide.

I contenuti presentati sono stati poi rielaborati in gruppi di confronto trasversali, composti da soci che lavorano in servizi differenti e che hanno focalizzato la propria attenzione su quattro oggetti di lavoro specifici:

  1. Educare in casa d’altri: non siamo noi i protagonisti, lavoriamo in punta di piedi per costruire e ricostruire legami “buoni” e per restituire protagonismo ai veri “attori” che sono i ragazzi e i loro genitori. I riferimenti familiari, nel bene e nel male, rappresentano una parte fondamentale della storia di ciascuno, le origini… e con quella parte è necessario mettersi in contatto e dialogare concretamente dove si può e attraverso i racconti e le emozioni dei ragazzi, quando non si possano incontrare i genitori.
  2. Sostenere la genitorialità: l’evoluzione dei tempi, l’evoluzione dei generi, pone la genitorialità oggi al centro di una nuova riflessione. Come promuovere una consapevolezza matura in questa direzione di ricerca?
  3. Per far crescere la comunità: non abbiamo intenzione di “togliere” alla comunità sociale i problemi che affrontiamo per risolverli da soli, ma al contrario di coinvolgere nelle soluzioni le risorse presenti nel territorio. Inoltre negli ultimi anni stiamo sviluppando interventi con l’obiettivo di favorire la crescita della comunità attraverso lo sviluppo di connessioni, consapevolezza, autorganizzazione dei cittadini.
  4. Il nostro stile di lavoro: definizione della parola Stile: complesso delle scelte e dei mezzi espressivi che costituiscono l’impronta peculiare di una metodologia o di un’organizzazione

I gruppi di lavoro hanno sintetizzato le proprie riflessioni su cartelloni esposti. Rimandiamo chi fosse interessato alla lettura dei cartelloni alla sezione Allegati: Educare in casa d’altri; Sostenere la genitorialità; Per far crescere la comunità; Lo stile di lavoro

Ennio Ripamonti ha restituito la propria lettura dei contenuti emersi dalle relazioni e dai gruppi di lavoro nell’accurata relazione che ha dato il via al confronto in plenaria della domenica mattina. Con il passare del tempo sono cresciute anche le capacità informatiche della cooperativa e questa volta è possibile ascoltare e vedere la relazione suddivisa in due video: Video restituzione Ripamonti1 e Video restituzione Ripamonti 2. Tra gli allegati esiste però anche la sbobinatura della restituzione.

Cerchiamo comunque di riportare qui in sintesi alcuni dei contenuti che ci ha presentato.

Ennio ha costruito le proprie riflessioni attorno a sette parole chiave:

  • COMUNITA’
  • POTERE
  • AZIONE
  • FIDUCIA
  • PARTECIPAZIONE
  • COOPERAZIONE
  • GENERARE

A partire da queste sette parole arricchite dal proprio sguardo, dalle competenze specifiche di lettura sociologica e dalla propria esperienza nel lavoro sociale, Ennio ha riassunto e arricchito il pensiero costruito da Comin.

Riporto alcune delle cose che ci ha detto.

La prima parola è COMUNITÀ: sta nella radice, anche dell’acronimo, Comin (Comunità Infanzia) e come avrebbe detto il pedagogista a cui sono molto legato, Paulo Freire, che ha formato molto la nostra generazione, è una parola generatrice. La parola comunità è una parola generatrice.  E questo sia in riferimento alle comunità di accoglienza che alla comunità sociale. Una sola osservazione rispetto all’accoglienza: ad un certo punto ieri qualcuno in un gruppo diceva <<i nostri casi, i nostri utenti…certo che noi usiamo dei termini terribili! Abbiamo la retorica della persona, però usiamo un gergo di cui siamo fatti, della pasta di cui siamo fatti.>> Una riflessione che emergerà anche dopo riguardo al linguaggio che usiamo che spesso diventa anche una barriera comunicativa.

Più articolata la riflessione intorno al concetto di comunità sociale, anche grazie alle sue competenze specifiche. A partire dalla costatazione che negli ultimi decenni in sociologia si è sviluppata una sorta di repulsione del termine comunità sociali perché non esistono più comunità sociali (si preferisce parlare di società) oppure, quando esistono, divertano ghetti, realtà separate e chiuse. Zygmunt Bauman è l’autore che ha rotto questa visione: ha scritto un libro che si intitola “Missing Community”: la comunità scomparsa, la comunità che si sta ricercando. Che è stato tradotto in Italiano “Voglia di comunità”. Se non ci sono più quelle forme tradizionali di comunità, oggi è l’epoca di un fiorire di esperienze neocomunitarie di diverso tipo, compresa quella in cui siamo qui: della gente che vuole vivere insieme e che non pensa che l’unico modo di vivere come famiglia sia quello di stare chiusi in un appartamento.

Oggi fare comunità significa generare delle esperienze di legame sociale in cui è possibile dire “noi”, anche se è opportuno considerare come ci sono relazioni che fanno bene e relazioni che fanno male, ci sono relazioni che curano e ci sono relazioni che “ammalano” (c’è anche un bellissimo libro che si intitola “Vicini da morire”).

Per esempio nei contesti urbani sono nate moltissime comunità di pratiche: comunità di persone che sono multi-appartenenti e che si incontrano intorno allo sviluppo di un interesse comune. Noi umani siamo neurofisiologicamente predisposti alla relazione, siamo dotati di neuroni specchio, siamo fatti così. Quindi la comunità è una dimensione profondamente connaturata all’esperienza umana, cioè ai legami sociali e dobbiamo imparare a guardare le tracce di nuove forme di comunità. Ad esempio anche le comunità virtuali sono in realtà comunità digitali e i sentimenti che si provano non sono virtuali: sono reali, sono a distanza, ma il contrario del reale non è il virtuale: è l’irreale. Nel nostro lavoro dobbiamo favorire lo sviluppo del coniugare al plurale, uscendo dall’enfasi del “super individuo”, che ha dominato il pensiero negli ultimi decenni.

In questo senso l’educatore è un promotore, sicuramente promuove queste cose, le provoca a volte: le promuove e le provoca. La parola professionista, la radice semantica della parola professionista è “colui che professa” … ma che cosa professa il professionista? Secondo me in questo caso, nell’epoca in cui siamo, nel lavoro educativo e sociale, c’è molto il fatto di promuovere relazioni e legami di tipo comunitario.

La seconda parola è POTERE: l’avete utilizzata tantissimo, ed è inconsueto per me, e mi ha fatto molto piacere. Anche per la concezione di potere che esprimete: il potere come la capacità di agire nel mondo, di fare. C’è traccia di questo anche nella storia della cultura…Platone, ne La Repubblica, definisce…il potere come la possibilità, la capacità di fare, di generare (quindi un potere positivo) oppure il potere come capacità di subire i cambiamenti: le due forme del potere di Platone. Cioè la capacità di fare il cambiamento e la capacità di impedire il cambiamento. Ci sono diverse forme in cui si può esplicare il potere. Il potere che avete utilizzato molto, e che condivido, è il potere della competenza, che è una fonte di potere. E poi c’è anche potere nella relazione, cioè il potere come influenzamento.

E vado alla terza parola: l’AZIONE. L’epoca in cui siamo, a mio parere, a differenza degli anni ’70 in cui Comin nasce, è un’epoca in cui è razionalmente impossibile comprendere la complessità del mondo. Io ci rinuncio. Quello che noi possiamo comprendere è la razionalità del mondo situato, cioè lì, quel pezzo di mondo che vedo io. Quindi le strategie oggi sono tutte locali, non perché non ci debbano essere quelle globali, ma perché quelle globali sono fuori dalla nostra portata. Quindi oggi serve la pazienza (che secondo me è proprio un requisito della contemporaneità) e il coraggio dell’intensività, non dell’estensività. Il cercare, il provare, il fare qui e ora, genera competenza in chi agisce. Si impara facendo le cose: Io la chiamo capacitazione.

Noi siamo quelli che dobbiamo fare questa cosa, che conoscono, fanno riconoscere il positivo per farlo crescere. Noi non siamo né onnipotenti, né impotenti, abbiamo un pochino di potere. <<far vivere delle esperienze in cui le persone possono conoscere e riconoscere>>. Conoscere e riconoscere sono due cose diverse. Riconoscere richiama la consapevolezza di quello che hai conosciuto. Nel lavoro di comunità si dice che lo sviluppo di comunità è endogeno, cioè si basa sulle energie interne del sistema, non è esogeno, cioè arrivo io e ti cambio, e ti sviluppo. Io do uno stimolo, sono lì con te, ci provo. Ma poi l’azione parte dalla e nella situazione. Credo che oggi sia l’epoca di fare azioni situate, azioni basate sull’esperienza, azioni riflessive (cioè io devo capire) in cui la situazione è il punto da cui parto e da cui devo mettere a fuoco una strategia: è la situazione che mi fa apprendere e mi obbliga a fare questa cosa.

Altra parola che avete utilizzato è FIDUCIA. L’avete utilizzata tantissimo. In psicologia sociale c’è una corrente che teorizza che siamo nell’epoca della disaffilation, sempre meno fiducia: la fiducia è un bene sempre più scarso. E che dire della fiducia nell’educativo, nella scuola: è da fessi. L’istituzione pubblica su cui giovani italiani ripongono più fiducia è la polizia di stato, più della scuola.  Ma che cos’è la fiducia? Non è facile da dire. Non è solo la fiducia tra colleghi, la fiducia nella cooperativa; e neanche solo la fiducia tra educatore-famiglia. La fiducia in generale non è interpersonale: è un panorama, uno scenario. Ci muoviamo in uno scenario sfiduciato e sfiduciante perché come dire fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio. Se dovessimo ridurla nella sua essenza la fiducia è la relazione che stabilisce uno schema di reciprocità che si mantiene nel tempo, cioè la fiducia è legata al tempo. Io devo fidarmi prima di avere la prova. Prima di ottenerla devo darla. È un gioco a rischio. La fiducia è un carico emotivo che consente di superare la soglia nella mente della speranza. Se io agisco in una condizione fiduciaria, mi diminuisce l’ansia della prestazione e posso agire. La fiducia è un dispositivo dell’azione: consente alle persone di agire e dare il meglio di sé. La fiducia riguarda l’azione e la percezione della propria efficacia.

Altra parola: PARTECIPAZIONE. Si è fatto molto riferimento sia al socio della cooperativa, che alla famiglia del ragazzo. Quando le parole sono molto nominate posso segnare la loro assenza. Siamo in un’epoca a scarso tasso di partecipazione, le forme tradizionali sono in crisi. Nel contempo però fioriscono alternative. Se è vero che sono in crisi le forme tradizionali della partecipazione, sono molto attive altre forme che hanno due caratteristiche sostanziali: essere situate e attive. È una partecipazione che si basa su sei punti forti, le cosiddette sei R della partecipazione: Riconoscimento, buone Relazioni (se non trovo un contesto che mi valorizza me ne vado), sentirsi parte, Rispetto dei punti di vista, Ruoli Chiari e forme di Ricompense esplicite, Risultati.

Altre parole che avete utilizzato molto sono collaborazione cooperativa, insomma COOPERARE. La collaborazione si caratterizza per vari tratti. Un tratto che voi avete citato molto e che io sottolineo è l’ascolto. Si è parlato molto di ascolto e io lo situo dentro i processi collaborativi perché l’ascolto vuol dire essere ricettivi sugli stati intenzionali di un altro. Essere ricettivi rispetto agli stati intenzionali di un altro non significa essere d’accordo, ma consente di generare una relazione cooperativa che può non escludere il conflitto e le controversie. Il conflitto è una dimensione consustanziale della partecipazione e della collaborazione.

GENERARE. Avete parlato tantissimo di scrivere, bisogna dire, bisogna raccontare. Uscire dal nostro gergo socialese che impedisce spesso la comprensione ai più. Comunicare in varie forme anche diverse dalla scrittura. In una fase storica di crisi del Welfare, noi non dobbiamo solo protestare o rivendicare. È molto più interessante creare qualcosa. Generare come genitorialità, dove si passa il testimone, cioè il generare è qualcosa di collettivo. Tutti hanno da dire, tutti hanno da ascoltare. Si parla ad esempio di welfare generativo: come è possibile per colui che riceve un aiuto, restituirlo alla comunità. Generare, però, con metodo. Metodo in latino significa sia cammino che meta: sia la metà da raggiungere che il modo in cui la raggiungo. Procedo quindi per approssimazione sulla base di un’ipotesi; ho una mia idea, ipotesi, struttura, e procedo, il metodo però non è la tecnica è ricerca e sperimentazione. Dobbiamo rendicontare quello che facciamo: rendicontazione non è esattamente solo far di conti. C’è una narrazione economica e una narrazione del valore sociale dell’esperienza legata al valore anche economico.

Questi sono i contenuti principali emersi dallo stage di Chiavenna. Come già espresso nel lavoro preparatorio tra gli scopi dello stage c’era anche quello di puntualizzare l’evoluzione del pensiero della cooperativa e delle parole che lo esprimono per attualizzare i documenti identitari della cooperativa come ad esempio Il Codice etico del lavoro in Comin o il Documento d’identità. Vedremo nel proseguimento del racconto de La nostra storia come questo sia avvenuto nei fatti.

Mi piace concludere questa esposizione articolata con un ricordo personale. Ricordo bene come sentivamo importante l’aver individuato tra le passwords per entrare nel nostro futuro un nuovo obiettivo per Comin: costruire fiducia.