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Questo stage ha avuto una configurazione diversa da quella tradizionale. È infatti diviso in due fasi: La prima fase si è attuata l’8 ottobre del 2011 attraverso Il Festage, come abbiamo raccontato nel capitolo 19. Un momento intenso e prezioso di festa e pensiero, nel quale hanno preso parola le realtà vicine che costituiscono appunto il cosiddetto Arcipelago di Comin. Per un ricordo di quella bellissima giornata, oltre alla rilettura dell’articolo 7 del capitolo 19, vi rimandiamo alla Sbobinatura degli interventi o al video riassuntivo, già presenti tra gli allegati.

A partire dai contributi portati nel Festage, nei mesi successivi si è sviluppato un processo di approfondimento che ha preparato i contenuti per il lavoro nella seconda fase dello stage, che si è svolta a Bobbio, nel mese di maggio del 2012. I tre filoni di riflessione identificati si riferiscono alla professionalità educativa nella collaborazione operativa con soggetti non professionali, alla figura del socio lavoratore tra fragilità e vulnerabilità ed infine al ruolo stesso della cooperativa come impresa economica per il cambiamento sociale.

Come emerge dal Programma dello stage sono stati questi gli argomenti delle relazioni introduttive del sabato mattina.

Rispetto alla collaborazione tra professionale e non professionale, si sono approfondite le acquisizioni costruite nella collaborazione operativa con le famiglie nelle comunità familiari, con le famiglie accoglienti nella gestione degli interventi di affiancamento agli affidi oppure con le famiglie attive nei progetti di promozione come il giardino della Madia o nel sostegno alla genitorialità nelle diverse forme attuate nei nostri servizi, dalla domiciliarità a Cassiopea, alle comunità stesse.

Significativo anche il contributo di due video che hanno introdotto la riflessione sulla fragilità dell’operatore: Il primo dal titolo Fragili, riporta le voci di alcuni operatori di Comin e di altre cooperative del Cnca, a partire dal percorso Attenzione (fr)agile; il secondo Diario di un educatore, girato da Roberto Crespo, presenta la giornata di un educatore nel Rhodense.

I due video hanno fatto da cornice alla relazione Felicità e vulnerabilità del socio lavoratore.

Questo contributo parte da alcune domande insolite, ma fondamentali: Che cos’è per ognuno di noi la felicità? Quanto la nostra felicità è legata al lavoro che facciamo? E in che modo potremmo essere più felici all’interno del nostro contesto lavorativo? In preparazione dello stage ci eravamo proposti di indagare proprio il tema Felicità e Vulnerabilità del socio lavoratore a partire da domande di questo tipo. Abbiamo riunito dodici soci provenienti da servizi differenti, diversi per età ed esperienze di vita, con più o meno anni di servizio in Comin alle spalle. Dodici persone, due mattinate di lavoro, poca voglia di rispondere (inizialmente) a queste domande “troppo difficili”, molta voglia (in seguito) di ascoltarsi, confrontarsi, condividere. Ognuno ha scritto le sue risposte, che sono poi state lette insieme e di ciascuna cercato il cuore, le idee fondamentali.

La relazione riporta i pensieri sviluppate dai magnifici 12 in quelle due giornate di pensiero. Il pensiero di fondo è che il tentativo di sostenere le fragilità non è solo affare che riguarda l’organizzazione nel suo insieme, ma è anche un’attenzione che ogni socio deve sentire come propria. Vengono pertanto proposti due elenchi di parole chiave. Il primo elenco è stato costruito a partire dalle aspettative espresse dai partecipanti nei confronti degli altri soci, o viceversa, da ciò che una persona sente come aspettativa degli altri nei suoi confronti. Sono parole/frasi chiave, forti, chiare ed evocative che non necessitano di spiegazioni: Non aver paura di parlare delle nostre fragilità; Creatività nel gioco di squadra; Attenzione e Cura; Condivisione di un progetto comune; Fare la propria parte; Lamentarsi meno e rimboccarsi le maniche; Godersela – disincanto – leggerezza; Trasmettere lo spirito di cooperativa; Contribuire al buon clima e all’ottimismo; Avere interesse anche per gli altri progetti o servizi; Dar senso alla fatica vedendo le connotazioni positive.

Il secondo elenco di parole chiave  proposte sintetizzano invece i compiti della cooperativa nel suo insieme: Guardare e ascoltare ognuno; Aiutare i nuovi a esprimersi come possibilità; Rapporti interni chiari e trasparenti; Più informazione perché si possa essere corresponsabili; Impegno politico per contrastare la marginalità del lavoro sociale; Proposte concrete e strategie cooperative a vantaggio “economico” dei soci; Adoperarsi al massimo per sostegno nei momenti di difficoltà; Complimentarsi e dare riconoscimento; Formazione; Rapporto efficace con le Amministrazioni.

A conclusione di questo contributo si sottolinea l’importanza dell’aspetto economico, questione centrale quando si parla di rapporto lavorativo. Oltre a quando emerge dall’elenco delle parole chiave si richiama anche all’importanza di sviluppare azioni di mutualità economica interna. Rimandiamo infine anche alle slide che presentano le parole chiave elencate.

Anche il terzo gruppo di lavoro che aveva riflettuto in preparazione dello stage ha presentato una interessante relazione per introdurre i lavori di gruppo dal titolo Essere impresa economica – produrre cambiamento sociale alla cui lettura vi rimandiamo. Si parte dalla costatazione di come la capacità di tenere insieme elementi che appaiono come contradittori, cercando di valorizzare e integrare le differenze, si sia dimostrata importante elemento generativo di sviluppo positivo nella storia della nostra cooperativa e si fa ancora riferimento al recente seminario del Cnca Attenzione (fr)agile in cui si è fatto riferimento appunto alla Dialettica delle e. Nella collaborazione con le realtà sociali nel territorio, si rileva come spesso le piccole associazioni sono bloccate dalla necessità di far fronte, anche in progetti finanziati, a piccole spese mentre la necessaria consistenza economica della cooperativa contribuisce in maniera significativa alla possibilità di mettere in atto azioni collettive anche di larga scala, come i recenti progetti per la coesione sociale. Questo può dare una motivazione in più al compito, sempre più complesso, di riuscire a rendere sostenibile sul piano economico la stessa gestione dei servizi. A questo proposito due osservazioni: la scelta di mantenere l’impegno nel proseguire i nostri servizi storici, legati alla nostra mission, cercando di salvaguardare la qualità del servizio al di là delle ristrettezze economiche e la costatazione di come la collaborazione forte con le famiglie, le realtà sociali e gli stessi destinatari degli interventi stanno ormai connotando e migliorando, in modo significativo, gli esiti del nostro lavoro e, come visto, anche lo sviluppo di nuove sensibilità professionali. La relazione riconferma quindi la convinzione di mantenere forte la nostra scelta di agire come impresa economica per lo sviluppo della comunità e conclude con alcune osservazioni: riflettere sulle implicazioni del ruolo di leadership nelle reti territoriali di alcuni progetti per la coesione sociale; valutare fino a che punto mantenere l’adesione ai raggruppamenti del terzo settore, quando ci paiono poco coerenti; perfezionare ulteriormente la collaborazione con l’Arcipelago; e infine due parole forti per mantenere la sostenibilità economica: rigore e diversificazione.

Anche nello stage di Bobbio abbiamo invitato un formatore come conduttore/specchio del nostro lavoro.

Si tratta questa volta di Michele Marmo, amico, stimato esperto di Animazione sociale e cuore di AssociAnimazione.

Il suo contributo iniziale è consistito, in linea con la sua impostazione teorica, nell’aiutarci a far emergere e a focalizzare gli elementi portati dalle tre relazioni introduttive.

In realtà ci aveva spedito come stimolo un suo recente articolo dal titolo: Confessioni di una comunità di operatori che è ferita nel desiderio, presente tra gli allegati alla cui interessante lettura vi rimandiamo, perché offre stimoli utili alla riflessione personale e collettiva, validi ancora nella situazione attuale.

Passiamo quindi subito alla sua restituzione degli esiti dello stage. La sua restituzione ha previsto due momenti. Il primo direttamente allo stage, come consuetudine la domenica mattina. Ci ha restituito, arricchiti dal suo profondo sguardo e da ricchezza culturale, gli esiti del nostro confronto in una bella relazione dal titolo Il cambiamento è un’impresa bella e buona! che si trova tra gli allegati. Qui riportiamo, in sintesi, alcuni degli stimoli riportati.

-Passaggio dalla professionalità come identità alla relazione professionale. A partire dalle nuove esperienze nel rapporto professionale con l’informale si sostanzia la convinzione che è nella relazione che costruiamo conoscenza della realtà, ed è per differenza che conosciamo…forse dobbiamo solo allestire contenitori adeguati all’interno dei quali dare il via alla danza delle relazioni… Qui serve forse ricordarsi o dirsi e ridirsi qual sia il topos e l’esito del nostro lavoro: l’incontro gestito professionalmente, cioè intenzionale e rielaborato. …

E come ciascuno di noi sa, è solo l’incontro/scontro con l’altro che produce cambiamento…E potrà produrre quel cambiamento sociale che è stato definito come la finalità della nostra scelta gestita professionalmente.

– L’orientamento al cliente interno. Una questione: questa organizzazione così competente nel gestire le relazioni con i destinatari pare dimenticarsi di avere dei destinatari interni (in gergo da consulente organizzativo, si direbbe perde di vista l’orientamento al cliente interno!!!) Ci sottolinea MichelePare un po’ complesso gestire l’irruzione della fragilità dentro un modello culturale che fa del dono, dell’impegno e della etero-centratura i suoi capisaldi. Che spazio alla fragilità mentre servono efficienza e capacità di resistere alla fatica e alle frustrazioni del lavoro educativo poco valorizzato all’esterno?

Diverse questioni poste nei gruppi. La possibilità di appartenere in modo diverso tra chi ha costruito un modello di cui è fiero e chi si sta avvicinando progressivamente portando sguardi differenti; la possibilità di prendersi cura insieme dell’organizzazione in modo differente; la possibilità di mettere un po’ da parte le certezze su quanto costruito per lasciare spazio al nuovo.

Forse la costruzione di contesti di formazione reciproca è la strada giusta. Di solito si parla nelle organizzazioni di formazione in entrata per i nuovi: e se fosse che si aprono, all’ingresso dei nuovi, contesti di dialogo dialogante per promuovere uno scambio generativo?

– Essere impresa di cambiamento. Emerge tra i soci un nuovo paradigma ecologico che colleghi attività d’impresa economica e società, sostenibilità sul lungo periodo con impatti etico compatibili e vengono riportate le diverse proposte operative emerse allo stage per perseguire questa rotta. Qui riportiamo come sintesi la definizione delle 10 regole dell’impresa sociale di comunità:

1 Ascolta i bisogni del territorio e identifica i beneficiari delle attività;

2 Promuove coalizioni di attori per un obiettivo comune;

3 Coinvolge diversi stakeholder;

4 Attrae e combina diversi tipi di risorse;

5 Valorizza la conoscenza tacita;

6 Favorisce la circolazione delle informazioni;

7 Crea connessioni tra reti formali e informali;

8 Monitora e rendiconta le performance economiche e sociali;

9 Adotta sistemi decisionali trasparenti e aperti;

10 Utilizza un mix di incentivi per motivare i lavoratori.

La restituzione si conclude con una lista di Interrogativi aperti al futuro, scaturite dal confronto:

  • Quanto tempo dedichiamo per capire il significato politico del nostro agire?
  • Come fare a rendere la Comin impresa di tutti i soci, come fare per permettere a tutti di investire in essa?
  • Come mantenere le nostre specificità all’interno di nuove collaborazioni e aperture ai diversi?
  • Come possiamo farcela a pareggiare il bilancio? Se non noi chi?
  • Come comunicare efficacemente ai terzi ciò che facciamo?
  • Come individuiamo e verifichiamo (ruoli, competenze e posizioni)?
  • Come lasciare spazio al nuovo facendo sentire il valore del passato?
  • Come passare dal dialettico al dialogico nell’approccio ai bisogni?
  • Quali spazi reali e fisici dentro cui giocare la risorse dei soci?

E con alcune attenzioni speciali proposte dal formatore

  • Le Emozioni delle organizzazioni e il conseguente ostacolo epistemologico
  • Essere in stato di ricerca se davvero si vuole non tanto cambiare il mondo, ma dare il proprio contributo ad immaginarlo diverso… ipotesi che si vanno a verificare
  • Consapevolezza del capitale sociale che si va a produrre e che dove cresce il capitale sociale cresce il capitale economico.
  • Le nostre organizzazioni come luoghi di prima sperimentazione (mutualità e centratura sulla comunità): non si può produrre senza realizzare dei prototipi.

Dopo qualche mese, come promesso, Michele ci manda una seconda restituzione più ragionata, che ha consentito di lasciar depositare le impressioni a caldo e che ha tenuto conto anche dei contenuti emersi nel dibattito tra i soci avvenuto a conclusione dello stage.

In questa lettera di settembre, alla cui lettura vi rimandiamo, offre a Comin, in modo profondo e franco, alcune indicazioni e attenzioni da tener presente per cercare di orientare in modo efficace la propria presenza. Cerco di riportarne in sintesi alcuni dei contenuti proposti da Michele

– Inizia subito con un richiamo: “Comin è come una famiglia, ma non è una famiglia!” e dopo aver analizzato in sintesi la differenza tra un’organizzazione e una famiglia sottolinea come la confusione fra questi livelli genera problemi di vario genere, ma soprattutto rischia di invischiare le persone in dinamiche disfunzionali e dolorose.

– Ci propone poi la necessità, esplicitata anche da alcuni soci allo stage, dell’immissione nelle dinamiche lavorative di elementi di maggior razionalità sistemica che permettano di contenere maggiormente le dinamiche fantasmatiche che, necessariamente, il richiamo ai codici parentali evoca in ciascuno di noi. Quindi: la condivisione di mission, vision, obiettivi strategici, di chiare definizioni di ruoli e compiti, di un disegno organizzativo, di elementi di tradizione e di innovazione, ecc. aiuteranno a integrare maggiormente le spinte delle differenti sensibilità ed esperienze presenti nella vostra ricchissima cooperativa.

– Altra questione è come abitare un tempo di crisi e come gestire il cambiamento che questo tempo ci sollecita, a partire dalla vita interna a Comin. La domanda su come tenere insieme competenze maturate e innovazione, bisogno di affermare un’identità e cogliere i bisogni nuovi delle persone per cui e con cui si lavora, è una questione centrale di questo momento. Entrambe queste posizioni si sono manifestate nella discussione della plenaria e quindi ci pone l’invito ad approfondire la questione. Ci offre la sfida di assumere, in questo momento storico, la responsabilità di contribuire a disegnare, attraverso piccole sperimentazioni, quello che vogliamo sia il mondo nuovo a venire.

Ci propone in conclusioni alcuni pensieri forti per orientare l’azione di Comin:

– la necessità di uscire dai recinti consolidati per parlare con realtà davvero diverse da noi

la ferma scelta dell’insieme che si traduce nella paziente costruzione di partnership, reti, alleanze, cooperazioni varie. Anche la gestione delle risorse viene ripensata nell’ottica della condivisione di ciò che ciascuno ha e può mettere a disposizione.

– la convinzione che per trovare qualcosa di nuovo bisogna perdere qualcosa di vecchio, che dobbiamo fare spazio all’inedito e fragile che può nascere se sappiamo rinunciare a qualcosa. Cosa siamo disposti a perdere? Un decentramento da sé per permettere un ricentramento nella storia e sulle domande che la realtà impone. Perché in Italia c’è bisogno di imprese che vogliano innovare strutturalmente e coraggiosamente.

– e infine la convinzione che l’esposizione della fragilità può convocare la solidarietà e che attorno alle vulnerabilità possano attivarsi risorse di cittadinanza e di partecipazione responsabile.

Come concludere senza ricordare alcuni aspetti di contorno che hanno connotato e resa più viva l’esperienza di questo stage: la presenza dei ragazzi delle comunità, accampati con i loro educatori nel prato e le signore della associazione Misericordia che con alcuni nostri volontari hanno preparato i pasti.  Anche il falò serale: molto bello concludere la giornata con canti e chiacchere intorno al fuoco.

Il contesto stesso di Bobbio ci ha offerto un suo importante quid e ci piace ricordarlo con alcune foto qui sotto. Concludiamo davvero, offrendo a chi la desidera la lettura del Racconto libero di una socia, appena arrivata in Comin, sul suo approccio allo stage.