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Grande risalto mediatico ha avuto l’avvio della comunità L’Albero della Macedonia a Monticelli Pavese. Si tratta di una comunità di accoglienza composta da quattro famiglie: due italiane e due marocchine. Si connota quindi come una comunità multiculturale e interreligiosa. Sono proprio queste due caratteristiche ad aver portato una grossa eco al progetto. Tra gli allegati potrai trovare alcuni articoli apparsi nella stampa e i video che riproducono alcune trasmissioni televisive della Rai e su altri canali che illustreremo durante il racconto.

Ma cominciamo dall’inizio. Possiamo vedere come genesi del progetto due fatti iniziali e diverse altre spinte e sinergie: il primo di questi fatti è Cascina Giulio, appartenente alla Fondazione I care. Il proprietario, appunto Giulio, aveva coltivato il sogno di attuare accoglienza di minori non accompagnati, al momento del proprio pensionamento. Purtroppo una malattia e la sua morte precoce gli hanno impedito di attuare questo sogno. La Fondazione I Care, diventata proprietaria dell’immobile, denominato da allora Cascina Giulio e rimasto inutilizzato per diverso tempo, ha stimolato Comin a fare una proposta per valorizzare la Cascina. L’altro fatto importante è da vedersi nel progetto A casa di Amina ed in particolare nell’incontro con Sued di cui abbiamo già parlato nel capitolo 16. Nei confronti avvenuti all’interno del progetto, ha preso forma l’idea originaria di questa comunità: una convivenza di famiglie accoglienti, appartenenti a culture diverse. Inizialmente abbiamo cercato di sviluppare questa intuizione assieme all’associazione Diafa al Magreb di Torino. Purtroppo l’evento tragico, di cui già abbiamo già detto qualche capitolo fa, ha bloccato il progetto proprio in concomitanza al primo viaggio verso Milano di Sued con due famiglie interessate a partecipare al progetto è avvenuto il drammatico incidente e la sciagurata perdita di Sued e di un bimbo, oltre a gravi ferite delle altre persone che viaggiavano. Meglio fermarsi per non far riemergere lo sgomento e il grande dolore. Da qui inevitabilmente un rallentamento, nonostante il desiderio delle famiglie di Torino di continuare con il progetto della comunità, nel nome di Sued. Poi, dopo alcuni mesi, è emerso l’interesse di Mustafa e Fatima, famiglia già attiva nel progetto A casa di Amina e di Margherita e Beppe a far parte di questa avventura. Il progetto ha ricevuto sostegno morale all’interno del Forum delle religioni che gestiva l’iniziativa La Tenda del silenzio per favorire dialogo e vicinanza tra le diverse religioni presenti nella nostra città. Il Forum ha organizzato una conferenza stampa presso la comunità di Sant’Angelo per presentare alla cittadinanza questo progetto. Vedi articoli Corriere della sera e La Repubblica del dicembre 2009.

Intanto le famiglie di Fatima e Mustafa e Beppe e Margherita si erano trasferite a Monticelli, nonostante i lavori di ristrutturazione fossero ancora in atto, con risalto mediatico inatteso (vedi articoli di Famiglia Cristiana gen 2010 nel quale Comin viene definita “Invisibile ma credibile” e Popoli feb 2010 oppure notiziari televisivi come il Tgr 3 regionale.
Nell’estate del 2010 si uniscono altre due famiglie: quelle di Virgilio e Marianna e Bekai e Saliha: otto adulti, quindici figli (naturali e non), un cane…. Inizia così a pieno regime L’Albero della Macedonia. Ma da dove arriva questo nome? Da una favola che racconta, appunto, di una famiglia diversa da tutte le altre, nella quale «la vita quotidiana è una continua sorpresa», come dice il testo, e dove uno dei protagonisti cerca il seme giusto per ottenere dalla stessa pianta molti frutti diversi. L’Albero della macedonia. In effetti la pianta c’è, piazzata all’ingresso della cascina. È un piccolo ulivo da cui pendono frutti diversi. Non sono nati da un seme speciale, ma sono stati appesi dai membri delle famiglie che la abitano.

Il 26 settembre del 2010 la bellissima festa per l’inaugurazione della comunità. Una giornata densa di significati e piena di allegria. Davvero indimenticabile!

Tanti gli invitati, tanti i presenti (c’era anche Giovanni, quello del famoso trio). Un video (anche se un po’ sgangherato) riporta il clima e l’importanza dell’evento. Sono intervenuti infatti, portando il proprio messaggio: il vescovo di Pavia, Mons. Giudici e Mons. Bottoni, responsabile ufficio ecumenismo e dialogo interreligioso della diocesi di Milano, Mouelhi Mohsen, un sufi della confraternita Jerrahi Halveti, il rappresentante della casa della cultura islamica di Via Padova, un pastore valdese ed un frate della comunità francescana di Sant’Angelo. Davvero profondi e importanti i contenuti espressi, pieni di speranza e di invito a vedere e a sviluppare vicinanza tra i diversi approcci religiosi e culturali. Non è possibile qui riportarli e pertanto mi limito a ricordare una frase simpatica estrapolata dal discorso del sufi: “A me la parola Comin ricorda la parola araba Camun che significa Cumino, che è una spezia molto usata nella nostra cucina. Quando si applica alle persone Camun significa “simpatico, quello è bravo”. 


È possibile comunque consultare tra gli allegati alcuni contributi che ricordano qualche aspetto di quella giornata: un articolo sul giornale Ticino del ottobre 2010, un resoconto della chiesa valdese per finire con il nostro Comignius dell’autunno 2010, dove è anche riportata una poesia dialettale spedita da un anonimo partecipante alla festa.

In qualcuno dei discorsi fatti durante l’inaugurazione si è parlato del Fienile dei sogni: un’idea che nasce dalla volontà di utilizzare uno spazio della cascina non ancora ristrutturato per accogliere grandi e piccoli, “un luogo di riflessione, meditazione e preghiera aperto a tutti i culti: uno spazio interreligioso contro le divisioni di credenze e cultura. Un luogo lasciato volutamente senza caratterizzazioni religiose. Uno spazio multifunzionale per incontri, studi ed attività varie”. Si è anche costituito tra gli amici della comunità un Comitato promotore per cercare di attuare questo sogno che purtroppo non è poi diventato realtà. Ne parlo ugualmente per due motivi: perché le idee, i sogni anche quando non si realizzano hanno una propria consistenza e propri significati, e poi perché questo progetto è segno anche di una cosa reale: il legame dell’Albero della macedonia con il territorio circostante a cominciare dal comune di Monticelli Pavese. Legame sottolineato anche dal sindaco nel discorso fatto durante la festa dell’inaugurazione. Scherzosamente tra l’altro ringraziava la comunità perché grazie all’arrivo di questi nuovi bimbi era stata scongiurata la chiusura della scuola. Al di là di questo, la comunità è stata davvero una presenza viva per il territorio.

Per raccontare qualche spezzone di vita quotidiana della comunità più di tante parole paiono utili alcune immagini. Vi alleghiamo pertanto un Portfolio fotografico predisposto a suo tempo per presentare la comunità.

Nei rapporti con le istituzioni e i servizi sociali non è stato possibile considerare l’intervento delle quattro famiglie come un unico servizio. Per questo sul piano formale ogni famiglia è stata considerata e autorizzata come perno di una piccola comunità familiare (vedi Carta del servizio). Nella sostanza ogni famiglia dà la disponibilità ad accogliere due minori mettendo a disposizione un adulto per la gestione dell’intervento educativo quotidiano con i minori e della vita comunitaria, mentre l’altro adulto, lavorando all’esterno, collaborerà al progetto della comunità in misura e con tempi differenti. L’accoglienza è affiancata da due educatori per garantire contributi di professionalità che si giocano nella lettura dei bisogni sottesi ai comportamenti che il minore esibisce, nella stesura del progetto educativo, nel rapporto con i servizi sociali degli Enti locali competenti, con altri servizi tecnici che interagiscono nella gestione del caso e con il Tribunale per i minorenni. Gli operatori intervengono anche direttamente nella gestione del rapporto educativo con i minori accolti e fanno parte dell’equipe educativa assieme alle famiglie, strutturando e gestendo con loro il progetto educativo. In questo lavoro è fondamentale anche l’apporto della supervisione e di momenti di formazione permanente.

Prima di concludere è opportuno rimandare a due lunghe trasmissioni televisive che hanno presentato la storia dell’Albero della Macedonia che vi invitiamo a guardare se ne avete il tempo: Racconti di vita parte 1 e parte2 su Rai 3 e A sua Immagine parte1 e parte 2 di Rai 1.

La comunità è rimasta a Monticelli fino al 2013. Poi, anche in seguito ad alcune differenti visioni dell’esperienza comunitaria con le famiglie inserite nella seconda fase, (vedi Relazione Gianni Ghidini). Le prime due famiglie hanno costituito un’associazione autonoma che hanno chiamato appunto L’Albero della Macedonia e si sono trasferite a Zinasco nella casa della comunità Il Melograno che nel frattempo aveva concluso la propria esperienza.

L’esperienza de L’Albero della Macedonia continua tutt’ora: i ragazzi accolti sono cresciuti e hanno esigenza diverse, tra le quali quelle del lavoro, che può contribuire a dar loro dignità e indipendenza. Proprio in questo periodo sta mettendo i semi per dar vita un ambizioso progetto per la realizzazione di un laboratorio di trasformazione alimentare (pasta fresca e prodotti da forno) a misura per alcuni dei ragazzi e delle ragazze con fragilità nell’ambito della salute mentale.

Concludiamo il racconto riportando una frase di Gandhi spesso usata dalle famiglie come slogan della loro esperienza: 

“… sii tu stesso 
il cambiamento che 
vuoi vedere avvenire 
nel mondo.”