Vai al contenuto

Il lavoro sociale è un’attività che – alla pari di altre – costa fatica.

Sperimentiamo quotidianamente che per l’operatore sociale la fatica è costruttiva – è cioè coinvolgimento, impegno, realizzazione di sé – se essa viene investita di senso condiviso, se viene percepita come costruzione di significato, se è vissuta insieme a colleghi e figure responsabili come produzione di un’utilità e di un bene.

Se mancano queste condizioni, la fatica è invece fattore estraniante ed alienante: diviene cioè elemento in cui l’operatore depotenzia la propria capacità e competenza, in cui si consuma e si esaurisce (il noto burn-out).

Nel lavoro sociale è quindi importante fare fatica, ma questa non deve essere una fatica insensata.

È possibile conferire e preservare il senso dell’agire – e del faticare – professionale, impostando il lavoro in modo tale che le persone siano il più possibile consapevoli degli elementi di contesto: che siano cioè presenti e partecipi a livello organizzativo – quanto lo vogliano o quanto riescano – a pensieri e scelte che riguardano l’attività svolta. Ciò affinché esse non siano mere esecutrici, ma protagonisti e attori a pieno titolo del loro fare.

Per fare questo occorre tuttavia che l’organizzazione sia in grado di determinare in maniera sostanziale le condizioni del lavoro. Su questo versante, sperimentiamo e constatiamo che diventa progressivamente sempre più difficile garantire ai nostri operatori condizioni capaci di produrre una “buona fatica”.