Era da tempo che tra i desideri della cooperativa vi era l’avvio di una comunità di accoglienza per mamme con bambino. Vi erano stati anche dei progetti concreti che poi, per diversi motivi, non si erano attuati, primo fra tutti il progetto fatto, attraverso il SIS, con i Guanelliani in via Mac Mahon nella struttura dell’istituto San Gaetano. Oppure l’apertura di una comunità mamma bambino in carcere.
L’occasione giusta si è presentata grazie ad un progetto, dal titolo Una casa per l’infanzia, presentato con il Consorzio Sis e approvato dal comune di Milano nell’ambito della seconda triennalità ex Lege 285/97.
La convinzione è che una struttura comunitaria che accolga donne con figli in situazione di disagio possa offrire maggiori opportunità educative e si dimostra più efficace e meno traumatica rispetto alla separazione del minore dal nucleo originario. La comunità intende raggiungere i seguenti obiettivi: accogliere il nucleo monofamiliare che necessita momentaneo allontanamento dal nucleo originario; offrire percorsi per elaborare il proprio vissuto di maltrattamento o disagio che consente di costruire una nuova identità; recuperare il più possibile le capacità genitoriali; far acquisire e sperimentare competenze per leggere maggiormente i propri bisogni di donna/ madre; sostenere percorsi di autonomia nella gestione della quotidianità; favorire l’inserimento lavorativo delle persone accolte e l’acquisizione di competenze nell’ utilizzare risorse presenti nel territorio; sostenere le madri nel tessere relazioni parentali e sociali. Vedi scheda progetto 285 oppure più in dettaglio il Progetto 285 comunità madre bambino
Il progetto Una casa per l’infanzia si è realizzato all’interno di una villetta di due piani, situata in via Scialoja 7, a fianco della parrocchia dell’Annunciazione che ne era proprietaria.
Al primo piano la cooperativa Xenia gestiva un asilo nido e un servizio di Tempo per le famiglie mentre La Cordata gestiva il Centro risorse per la famiglia: uno sportello aperto alle famiglie del quartiere.
A conclusione della triennalità il servizio prosegue, per alcuni anni come comunità autorizzata. Vedi Carta dei servizi.
La comunità mamma bambino occupava il secondo piano della villetta di circa 170 mq. che consentiva di ospitare 4 nuclei. Proprio queste dimensioni limitate e la struttura molto “raccolta” e familiare dei locali (4 camere indipendenti affacciate su un salone comune luminoso e accogliente, una cucina spaziosa con tavolo e sedie per ospitare tutti con dispensa comune ma anche armadietti personali, zona con bagni piccoli ma allegramente colorati, ben attrezzati ed autonomi per ogni nucleo) sono stati ad un tempo la grande risorsa e l’elemento critico della comunità.
Da un lato il piccolo gruppo, la struttura molto più simile ad un grande appartamento che ad una struttura d’accoglienza e il contesto estremamente vivo in cui era collocata (sopra un asilo nido, scuole dell’infanzia, primaria e secondaria nella stessa via, parchi giochi e parrocchia nelle vicinanze, comodamente servito dai mezzi pubblici) sono stati fattori facilitanti per il lavoro con le mamme in carico. È stato semplice poter creare legami non superficiali tra di loro e tra i bambini, essere seguite in maniera personalizzata e offrire l’occasione di vivere momenti di gruppo significativi con le tre educatrici dell’equipe, in un clima di ascolto che accompagnasse le persone accolte nel loro percorso di “riavvicinamento” alla routine di donne e madri (e di bambini!). D’altra parte questo è stato anche un elemento di debolezza che ne ha decretato la fine: il numero limitato di accoglienze e l’impossibilità di trasformarla in una forma di pronto intervento, con presenza di operatori anche di notte (per lo spazio limitato di cui si disponeva) ha fatto sì che il progetto diventasse economicamente insostenibile.
Per tutte le mamme accolte la comunità è stata un “nido”: per alcune è stato importante che fosse finalmente sicuro, o protetto, per altre che ci fosse qualcosa di solo loro (una camera, un bagno, un ripiano del frigorifero!) per altre al contrario la possibilità di uscire dal guscio e di confrontarsi con altre realtà, altri punti di vista, altri modi di affrontare la vita, di aprirsi ad un’esperienza di condivisione, seppur generalmente “forzata” e non scelta; per altre ancora è stato il rifugio dove tornare per un periodo ogni sera dopo giornate faticose, fisicamente ed emotivamente, e trovare un cuscino dove appoggiare la testa mentre qualcuno -molto simile a te- accoglie te e i tuoi bambini con la cena pronta, un sorriso, una mano sulla spalla. È stato importante quindi che del nido quella casa avesse un po’ le fattezze: in alto, tra il verde, sotto un bel tetto spiovente, tanto legno e tante finestre…tutte diverse tra loro come diverse sono state le storie che l’hanno abitata.
Vogliamo raccontare di seguito alcune di queste storie:
M. e D. sono due giovani donne che arrivano qui dopo le dimissioni da una comunità terapeutica dove hanno terminato il percorso di disintossicazione da stupefacenti. arrivano in momenti diversi, ma per alcuni mesi condividono l’esperienza della nostra comunità. Storie diverse, per alcuni aspetti simili: si annusano, si riconoscono, parlano la stessa lingua…si capiscono. A volte non è facile stare con loro: schiamazzano, esplodono in risate o in sfuriate rabbiose; ora si chiudono nella loro stanza, altre provocano e stuzzicano come adolescenti in piena “stupidera”. Si riappropriano di qualcosa di importante e che forse non hanno mai avuto, visto che entrambe hanno iniziato la loro vita di tossicodipendenti poco più che bambine. Questo è il posto dove cercano -come non hanno avuto modo e tempo di fare prima- sostegno, coccole, esempio e anche qualche bella strigliata. E lo stesso affetto ed attenzione riescono così a riversare sulle loro due bimbe, coetanee, di pochi anni.
Z. è una mamma migrante arrivata da poco in Italia con il figlio di 9 anni. Arriva qui da un Centro di accoglienza per stranieri perché non sono riusciti ad attivare le consuete procedure di supporto. Z. non parla, per problemi di lingua, ma non solo. Non ha più voglia di comunicare, appare molto depressa e sofferente e bisogna attivare un sostegno più mirato, ma nel frattempo anche trovarle un luogo accogliente per cercare di coglierne meglio i bisogni e le fatiche. Suo figlio al contrario è estremamente socievole e comunicativo, ma i suoi racconti del viaggio che li ha portati in Italia sono intrisi di paura e dolore, come sempre succede in questi casi. Nel periodo in cui restano in comunità è difficilissimo entrare in relazione con Z., per le educatrici e per le altre mamme; il suo sguardo sembra vuoto, passa il tempo sdraiata in camera senza esprimere desideri e necessità, chiusa in un dolore che non riusciamo a scalfire. Si adegua passivamente alle regole della comunità e quindi, come tutte, una volta alla settimana cucina la cena per il gruppo. E quando Z. cucina…la casa si riempie di profumi meravigliosi che ti trasportano in un paese lontano ma di una bontà esagerata. Tutti mangiano con gusto, grandi e piccoli, tutti ne vogliono ancora!
Non sappiamo che ne è stato di Z. dove l’abbia portato il suo viaggio faticoso, ma sappiamo cosa ci siamo portati via con noi di lei; la cura e la sapienza con cui affrontava un dovere che, in quel momento della sua vita, le pesava come un macigno. Ci piace pensare che i complimenti, l’entusiasmo e l’apprezzamento di tutti dimostratele durante quelle cene siano allo stesso modo stati una piccola cura per le sue profonde ferite.
G. è diventata mamma quando era minorenne; ha sempre vissuto con i suoi genitori in un paesino dell’entroterra siciliano, che ha lasciato quando il padre del suo bambino è morto, ucciso in un regolamento di conti. Non ha studiato, non ha lavorato, non ha neanche cresciuto il figlio che tratta come un fratellino. Ha dei limiti cognitivi, forse dovuti al contesto in cui è vissuta, ma forse no. Subisce malvolentieri l’inserimento in comunità (ed altrettanto i suoi genitori, che hanno cresciuto il nipote come un figlio): non riesce a farsi carico del figlio ed improvvisare una relazione genitoriale che non ha mai avuto, ora che lui ha già 9 anni. Ma resiste con tutte le forze, con la violenza di una mamma animale che è pronta ad uccidere e morire per i figli, all’idea di separarsene. Sembra non esserci via d’uscita; il tempo passa, G. non è in grado di emanciparsi, di lavorare, di capire… non ci sono educatori ed assistenti sociali che tengano. Resta per un lungo periodo; vede passare bambini, mamme, destini diversi…alcuni più sereni, altri meno. E poi qualcosa si muove: non si riconosce nelle altre mamme? si confronta? o è solo tanto stanca di provare a stare in un ruolo che non conosce? Arriva il momento in cui G. cede e accetta di lasciare che il suo bambino venga seguito in una comunità educativa e torna ad essere la figlia dei suoi genitori. Nonostante tutti i limiti, permette al figlio di fare un percorso positivo e di avere una relazione di fiducia con altri adulti competenti, nella comunità dove viene accolto.
L. ha appena 18 anni ed una figlia di quasi 2. È stata seguita in gravidanza e fino al compimento della maggiore età in un servizio diurno di Comin ma ora può essere inserita da noi (non essendoci presenza di educatori h24 è necessario che le mamme siano maggiorenni). È una ragazza estroversa, dolce ma che attraversa tutte le tempeste dell’adolescenza con la sua piccola bimba in braccio. Fatica su fatica, emozioni su emozioni, confusione massima. Anche se è la “piccola” del gruppo, poco alla volta trova il suo posto; nel confronto, nella pari dignità che la condivisione di diritti e doveri favorisce, nei momenti di discussione in gruppo, nel rapporto con donne di altre età ed esperienze, L. cresce. Inizia a sentirsi riconosciuta nelle sue giovani ma chiare competenze e portatrice di valori e capacità: quello che le serviva per rientrare nella famiglia di origine con la sua bimba, con un ruolo diverso agli occhi della madre e dei fratelli e capace di esprimere il suo personale modo di essere mamma.
Potremmo continuare così per pagine e pagine…ma ci fermiamo qua. Ogni storia, raccontata o impressa nella memoria di chi ci è stato, incarna ciò che la comunità mamma-bambino di via Scialoja è stata per ognuno: quel nido dove fermarsi a nutrirsi, scaldarsi, riprendere forze, pensare a sé -forse in un modo diverso- e spiccare il volo nuovamente.
