Educativa di Strada in nella Zona (ora Municipio) 2 di Milano

Ieri pomeriggio mi hanno chiesto di scegliere una caratteristica del lavoro educativo.
Flessibilità, ho risposto.
Poi mi hanno chiesto di rappresentare il concetto con un’immagine.
C’erano delle carte da scegliere, ed è stata una fortuna, perché non sono capace di disegnare.
Ho scelto una chiocciola con una finestra in cima. Una finestra con le sbarre tagliate, e una corda fatta di lenzuola intrecciate che arrivava a terra. Terra, dove c’erano delle catene spezzate.
Ho pensato che l’interno di una chiocciola o di un Nautilus è innervato in modo tale da sembrare una scala. Se lo vuoi percorrere puoi andare in su oppure in giù, in un percorso obbligato. C’è una regola da rispettare, una strada da seguire.
E poi ci sono loro. I ragazzi e le ragazze, che un’altra via la trovano sempre. La via di fuga. Le catene spezzate, il saltare – certe volte – dalla finestra rischiando di spezzarsi qualche osso, per poi arrivare dove probabilmente ti avrebbe portato anche la scala là dentro, uscendo tranquillamente dalla porta. Sani e salvi, ma senza aver provato l’ebbrezza del salto.
L’esperienza dell’educativa di strada – come l’ho vissuta io – è terminata ormai 15 anni fa. Io ero già grande, vivevo in questa stessa zona e insieme ai colleghi e alle colleghe che si sono avvicendati negli anni incontravo i giovani sulle panchine dove adesso mio figlio fa merenda e dove forse tra qualche anno si rifugerà con gli amici, sicuramente sperando che sua madre non passi troppo spesso a mettere il naso in quel che fa.
Ma dicevamo della flessibilità.
In quegli anni affermavamo che i ragazzi non li ferma nessuno, forse solamente la pioggia. Che ci fosse freddo o caldo, nebbia o pieno sole, che fosse presto o tardi, qualcuno sulle panchine del parco o in qualche angolo che avevamo imparato a scovare nei retrobottega o nelle vie senza uscita, lo trovavi sempre. Ma cominciamo dalle origini.
‘Se fèmm? Sifùlum…
Nel 2001 il Comune di Milano, come già ricordato nell’Introduzione da Claudio, indice una gara d’appalto per la gestione del servizio di Educativa di Strada nelle nove zone (ora Municipî) della città. Comin si aggiudica la gestione del Servizio, di durata triennale, nella Zona 2. Si costituirà un’equipe, composta da 2 educatrici e 2 educatori, che io per un paio d’anni osserverò – non lo posso più nascondere, ora che sono quasi una donna matura! – con un pizzico d’invidia. Perché, lo dico senza retorica, l’incontro con i pari a me ha dato tanto, mi ha aiutata a ridisegnare il perimetro dei valori di riferimento, mi ha dato quella che tuttora chiamo la mia “famiglia desiderata”, che ha completato quella in cui sono nata e cresciuta. E allora osservavo da un’altra postazione – lavoravo già in Comin ma mi occupavo di Assistenza Educativa Domiciliare – un Servizio bello, importante, “vivo” e ad alto potenziale. Ma.
Ma già allora un tarlo mi scavava dentro: per quale accidenti di ragione lo hanno chiamato così?
Chiariamo: ‘Se fèmm non è il nome che i miei colleghi e le mie colleghe dell’Educativa di Strada – per gli amici EdS – hanno dato al servizio, ma il nome istituzionale, pensato dal Comune, che con i ragazzi e le ragazze pare venga usato il meno possibile.
Ma perché mi disturba tanto?
Ecco, io sono lombarda fino al midollo, da generazioni. E dunque la suddetta espressione a casa mia ha un significato sicuramente evocativo – ricorda i cabarettisti della vecchia scuola milanese, venuta ben prima del Derby o dello Zelig, che trovava il proprio spazio nelle osterie e nei dopolavoro ferroviari – ma anche profondamente squalificante. ‘Se femm? Sifùlum? era l’espressione usata da mio nonno quando vedeva noi nipoti ciondolare senza far nulla. Il sifùlun è il fischiettatore (lo so, parola orribile e forse nemmeno esistente), quello che non combina un accidenti. E a me, l’idea di agganciare ragazzi e ragazze dando implicitamente loro dei nullafacenti disturbava, tanto. Non poter dire la mia, poi, era fastidiosissimo. Ma evidentemente il mio taciuto disagio risuonava da qualche parte, perché nel 2003 anche per me arrivò la proposta sperata: entrare a far parte dell’equipe dell’Educativa di Strada. Sono passati vent’anni, ma mi ricordo ancora l’entusiasmo nel sapere che sarei tornata a occuparmi di animazione socioculturale – il mio background, speso prevalentemente all’estero, era quello – e i timori, anche: sarò capace? Mi respingeranno? Come sono davvero gli adolescenti italiani? Avranno qualcosa di diverso dai croati o dai bosniaci con cui ho iniziato a fare questo lavoro?
Sono flessibili, i ragazzi e le ragazze, e li ferma solo la pioggia. E a volte sono disposti a spezzarsi l’osso del collo pur di arrivare alla meta prima di te che ha semplicemente percorso le scale attaccata al corrimano.
E un’altra cosa: non fischiettano, perlopiù non conoscono il dialetto milanese, e se proprio devono ciondolare è per inventarsi mondi che forse non esploreranno mai. Forse.
Ma allora cos’è stata, l’educativa di strada all’inizio di questo secolo?
Innanzi tutto, per offrire un orizzonte temporale a questo racconto, i cui aspetti tecnici sono rintracciabili nel progetto del 2001 e nella riprogettazione del 2004 (rispettivamente allegati “Se fèmm (articolazione e obiettivi generali e Progetto EdS 2004; sempre nella sezione Approfondimenti è disponibile una Relazione sulle attività svolte nel primo triennio), si è trattato di un servizio rimasto attivo per quasi otto anni (da settembre 2001 a luglio 2008) nell’intera città di Milano, a mia memoria in tutte le città senza cambi di gestione.
È stato poi un gigantesco laboratorio intergenerazionale e interculturale;
è stata un’esperienza di rete;
è stato uno strumento di promozione del benessere;
è stato un osservatorio sulla città e sul suo rapporto coi giovani;
è stato una domanda aperta sul tempo e sugli spazi.
Lo so, sto procedendo per suggestioni e non per obiettivi, azioni progettuali, strumenti di verifica. Ma gli animatori, si sa, hanno in odio la disciplina. E comunque per avere risposte dai contorni più definiti vi ho già rimandato alla lettura di due tomi (vedi gli allegati) da 50 pagine complessive. Parliamo allora un po’ delle mie personali sottolineature, e facciamolo a partire da qualche aneddoto (forse potrei chiamarlo case history e ammantare repentinamente il mio scritto di credibilità scientifica. Ci rifletterò).
Laboratorio intergenerazionale e interculturale
Il Municipio 2 è abitato da persone provenienti da ogni angolo del mondo. Negli anni del nostro progetto la percezione di quanto la zona avesse una propria specificità è tale che ricordo molti ragazzi affermare – quando andavano in centro, a poche fermate di metropolitana – “vado a Milano”. E ancora, ricordo un bambino delle elementari parlare della propria zona esprimendo entusiasmo: “Via Padova è meglio di Milano”. La scuola del Parco Trotter, all’inizio degli anni 2000, contava 27 nazionalità rappresentate tra gli iscritti; nei gruppi di adolescenti e giovani incontrati in strada era praticamente impossibile non trovare persone di origine non italiana. Abbiamo allora incontrato la fatica della mediazione linguistica, le compagnie esclusivamente appartenenti a un paese a una zona dal mondo (lo ammetto, con i ragazzini cinesi abbiamo rinunciato: non ci permettevano di entrare in relazione, rifiutavano di parlare con noi in italiano, qualche volta abbiamo persino avuto la sensazione che cambiassero luogo di ritrovo perché infastiditi dalla nostra presenza: in queste situazioni abbiamo sempre pensato che fosse giusto rispettare la volontà dei gruppi). Abbiamo conosciuto ragazzi di seconda generazione e accolto con meraviglia e una buona dose di sollievo la constatazione che i loro coetanei non li percepivano affatto come “stranieri”. Ricordo, ad esempio, animate discussioni tra i ragazzi che si incontravano all’Anfiteatro della Martesana, che si dichiaravano apertamente razzisti, utilizzando espressioni anche violente. Nel momento in cui domandavamo come potessero parlare in questo modo quando seduti con loro c’erano un ragazzo di origine ivoriana e un altro proveniente dalle Seychelles, vedevamo nei loro occhi lo stupore: “Ma cosa c’entra? Lui è un nostro amico. Lui è italiano”. Stupore – va detto – condiviso dagli stessi protagonisti, di pelle scura e italiano incerto. Seconde generazioni che però in casa parlavano ancora la propria lingua d’origine e – poco scolarizzati – stentavano con le sfumature della lingua parlata dagli amici. Ma se sei amico, non sei nemico, questo è lapalissiano. Da qui, il laboratorio, lo spunto per mettere le mani in pasta ed aprire un confronto sul diritto ad abitare in un posto sicuro, ad avere occasioni di istruzione, confronto, svago e – perché no? – successo, che altrove ti sarebbero stati negati. Non lo so, se abbiamo convinto qualcuno, ma – qui di obiettivi è necessario parlare – non era quello che provavamo a fare: quel che un educatore di strada si propone è seminare, forse nel vento, ma sapendo che “chi getta semi al vento, farà fiorire il cielo”, slogan che guardacaso un artista di strada molto in voga in quegli anni scrisse con la bomboletta spray anche sui gradoni dell’Anfiteatro.
E laboratorio intergenerazionale, anche. Perché i ragazzi e le ragazze sono spesso invisi agli abitanti adulti delle zone. Sono chiassosi, sono disordinati, hanno qualche volta un brutto rapporto con la pulizia degli spazi pubblici (non che gli adulti siano sempre da meno, beninteso…). Sono quelli che gli spazi li mettono in discussione, li contestano, li abitano considerandoli un mezzo modificabile e non un dato di fatto. Al Parco Trotter, per esempio, una delle compagnie con cui gli appuntamenti erano più assidui, inventò la panchina itinerante.
Un parco è un parco, le panchine sono parte del paesaggio.
Le panchine dei parchi sono fatte per sedersi a riposare e a fare due chiacchiere. Ma c’è una regola non scritta: essere in pochi. Due, tre, forse quattro, ma non di più. A meno che tu non voglia parlare coi tuoi amici guardando dritto davanti a te, disposti tutti come al cinema. Guardare insieme verso l’orizzonte. La compagnia, invece, è fatta per il cerchio. Ci si deve guardare in faccia, si devono poter lanciare oggetti all’amico – che sia il pacchetto di sigarette o il telefono, l’accendino o il nuovo paio di occhiali da sole – si devono controllare le reazioni di tutti all’ennesimo scherzo o battuta. Il cerchio è la forza del gruppo. Le panchine allineate sono il nemico. La chiave del 16 è l’alleata. Detto fatto, due panchine vengono sbullonate da terra e spostate. Ed ecco fatto il cerchio.
Una multa, un alterco tra i ragazzi e la Polizia Municipale, un’altra multa. La mediazione dell’associazione Amici del Parco Trotter, la richiesta a noi rivolta perché si intervenga per dissuadere i giovani dal danneggiare il parco…
…
In equipe ci guardiamo perplessi: i ragazzi del Trotter non hanno rotto nulla, non hanno deturpato, non hanno nemmeno scritto con la vernice spray su qualche muro (non in quel momento, almeno): hanno solo spostato due panchine. Ma soprattutto: come possiamo pensare che un intervento educativo “dissuada”? Cosa costruisce un dissuasore? Se fèmm? Sifulum?! Fischiettiamo e ignoriamo la richiesta comportandoci noi come le istituzioni vorrebbero i ragazzi?
Decidiamo di lavorare con i ragazzi problematizzando la questione. A noi, in verità, le loro ragioni sono evidenti: vogliono fare un cerchio senza dover posare a terra i loro glutei fasciati in jeans di marca o minigonne a ruota che lascerebbero scoperto ben più di quanto sia socialmente tollerabile.
Scrivono una lettera. La indirizzano ai Vigili, all’Associazione Amici del Parco Trotter, al Consiglio di Zona e al Sindaco. Chiedono aree di socializzazione in cui le panchine siano poste in cerchio o una di fronte all’altra e che gli spazi abbiano una tettoia che permetta loro di stare al parco anche quando piove (lo avevamo detto: solo la pioggia li ferma. Se ci fosse un riparo, nemmeno quella). Si spingono oltre. Descrivono il loro parco e raccontano di un luogo con poche fontanelle, angoli lasciati all’incuria, giochi da restaurare. Chiedono di considerare anche gli adolescenti e non solo i bambini piccoli. Non si scusano. Chiedono. Li ascoltano? No, per la cronaca.
Noi, inguaribili ottimisti, pensiamo che quel che abbiamo seminato qui sia un tentativo di dialogare con la parte adulta della città.
La rete
La strada, si sa, è uno spazio di transito. Di attraversamento e anche di sosta. In strada realizziamo l’incontro. Non è solo esperienza sollecitata e di accompagnamento dei ragazzi e delle ragazze, ma anche per noi educatori esperienza del creare connessioni a beneficio della comunità. L’educativa di strada è stata conoscere la zona 2 palmo a palmo. Mappare ogni via e piazza, segnare sulla cartina – allora utilizzavamo ancora gli stradari- dove si incontrano i gruppi ma anche dove sono gli spazi da esplorare, le palestre, le associazioni, le scuole, i servizi. Ed entrare in contatto, cercare di capire, con l’attenzione anche – forse soprattutto – a chi a noi suona estraneo ma che per i giovani può rappresentare risorsa. Ogni volta è un ascoltare ma anche un raccontarsi. Per me la rete è fatta di nodi ma anche di confini e limiti da ammettere. E aver chiaro chi siamo e che non rappresentiamo soltanto noi stessi. A distanza di quindici anni e più dalla fine di quel progetto conservo dell’Educativa di Strada non solo il ricordo ma l’esperienza concreta di incontri che scavalcano anche il confine della zona, perché fin da subito ci siamo accorti che i ragazzi si aggregano sì per zone ma anche per interesse, per appartenenza culturale, per moda passeggera. E allora è importante fare rete con il proprio territorio ma anche con chi lavora nello stesso servizio in altre zone. Creare connessioni costruendo eventi comuni ma anche riflettendo trasversalmente su temi e su singoli eventi.
Promozione del benessere
“Leggi la legge… è stupefacente”. Mi è capitato spesso di dover trovare titoli o coniare slogan ma devo essere sincera: tra tutti, questo è tra gli slogan uno di quelli di cui vado più fiera.
Correva l’anno 2003 quando all’interno di un D. Lgs che regolamentava le iniziative promosse in occasione delle imminenti Olimpiadi invernali di Torino comparve il cosiddetto “stralcio Giovanardi” che oltre a tabellare le sostanze considerate psicotrope stabilendo i limiti di detenzione oltre i quali sarebbe scattata la punibilità con conseguenze penali anche serie, aggiungeva alcuni corollari (per esempio il possesso di una quantità significativa di denaro contante) che potevano costituire un’aggravante ai comportamenti illegali registrati all’atto del fermo. Il Decreto era sicuramente complicato da leggere e per noi si pose il problema di come informare i ragazzi e le ragazze dei cambiamenti, ponendo l’accento soprattutto sulla percezione del rischio. Ne venne fuori un opuscolo – “Leggi la legge… è stupefacente” – che traduceva articolo per articolo in linguaggio comprensibile la nuova disciplina in materia di sostanze psicoattive.
Perché? Le droghe fanno male e la legalità è importante. Questo dovrebbe dire un educatore, giusto?
Giusto. Forse.
Un educatore, ed in particolare un educatore di strada, dovrebbe dal nostro punto di vista promuovere il benessere delle persone più che ricordare le regole e i limiti da rispettare per non ficcarsi nei guai. Ci premeva – in quell’occasione – far circolare le informazioni, far capire che l’opportunità rappresentata dal nostro servizio era quella di potersi confrontare con operatori capaci di parlare una lingua comprensibile e indirizzare – ove necessario – ai servizi territoriali adeguati a sostenere chi si fosse trovato in difficoltà. In sei anni di Educativa di Strada credo di non aver mai sentito in equipe parole come devianza, abuso, proibire. Spesso, invece, promozione, informazione, consapevolezza. Qualche volta, lo ammetto, riduzione del danno. Ma si sa che solo nei film le vite sono perfette, perché non ci sono i tempi morti.
Osservare la città e i suoi abitanti
Il Mahatma Gandhi sosteneva che la civiltà di un popolo si misura da come tratta gli animali. Non posso dirmi più d’accordo, ma se mi soffermo ad osservare il microcosmo rappresentato da una città o addirittura da una porzione di essa – quante volte, infatti, ho pensato che Milano fosse la somma di più cittadine incollate tra loro – credo di poter dire anche che la misura della civiltà di una città è rappresentata dal modo in cui tratta i propri cittadini più giovani.
Osservare il Municipio 2 filtrato dallo sguardo dei giovani incontrati in strada è significato trovarsi di fronte a luoghi ben collegati. Insistevamo spesso: “C’è la metropolitana, potete andare ovunque”. E applicavamo questo nostro ragionamento alla scuola, ai divertimenti, allo sport, alla ricerca del lavoro. Poi, un giorno, di fronte a una nostra sonora risata perché un ragazzo ci aveva detto che “Affori è troppo lontana per andarci a lavorare” ci sentimmo replicare “Da qua puoi andare dappertutto, quello che non capiamo è per quale motivo dovremmo farlo”. Disarmante.
Molti ragazzi e ragazze si trovavano a fare i conti con la mancanza di una visione sul futuro: pieni di idee, creatività, desideri, si erano già scontrati tante di quelle volte con la mancanza di prospettive, con il precariato, con scuole incapaci di raccogliere i loro bisogno, da sentirsi al sicuro più sulle panchine del quartiere che in qualsiasi altro punto della città. Forse davvero a “fischiettare” come suggeriva il nome del primo progetto pensato dal Comune, ma non perché fannulloni. Piuttosto, perché un posto accogliente era difficile da trovare.
Nel 2008, quando il Servizio di Educativa di Strada fu chiuso senza ulteriori rinnovi, la nostra equipe si disse che forse la loro risposta era la più sensata. Non foss’altro che per istinto di conservazione.
Domande aperte
Ma, si sa, un educatore raramente perde smalto. L’esperienza dell’Educativa di Strada è stata un osservatorio eccellente, che ha permesso di far nascere domande su domande, e siccome Comin oltre a fare un sacco di domande prova anche a mettere insieme i pensieri e a dare delle risposte, anche dall’EdS è nato qualche seme che ha portato alla costruzione di Rane Volanti, grande progetto di rete che ha tra le altre cose lanciato l’apertura dell’Anfiteatro Martesana – finalmente agibile- nel 2010. Restano ancora tante domande. Resterebbero molti racconti su unità specifiche di intervento. Una su tutte, mi piace portarla come esempio conclusivo di questo scritto, perché ogni volta che passo lungo le murate della ferrovia che attraversano via Padova e viale Monza non posso che pensare che alcune tracce, specie se sono fisicamente lasciate sui muri con una bomboletta spray, sono capaci di resistere a lungo.
Nell’estate del 2002 un ragazzo di quindici anni, Marco Z., moriva folgorato sui binari della metropolitana, mentre con altri amici cercava di realizzare un graffito su un treno.
Marco, per tutti Kiere, era un coetaneo e amico del gruppo di adolescenti che qualche mese dopo l’equipe dell’EdS avrebbe conosciuto al Parco Trotter. Nacque fin da subito il desiderio di organizzare un evento in sua memoria. E fu così, dal 2003 al 2007, ogni fine maggio. Un evento con graffiti eseguiti su pannelli di legno, cui negli anni hanno aderito anche crew molto note in città; un evento musicale rap; un evento, soprattutto, organizzato per lo più dal gruppo degli amici di Kiere. Un’elaborazione corale del lutto rinnovata di anno in anno ma anche un’occasione – di nuovo! – per parlare di sicurezza, rispetto, regole di convivenza. Senza dimenticare la dimensione interrogante: muri legali? Muri “presi” per risignificare la città? Luoghi grigi diventati importanti? La riposta – ovviamente – non ce l’ho, ma quando passo per via Pontano (e non solo) e vedo convivere le opere progettate in un contest promosso dalle associazioni di zona con quelle tracciate la notte dalle crew che quel modo di dipingere non lo accettano, penso che forse la risposta è lì, nella convivenza dei diversi modi di abitare la città e le sue strade. E penso anche a quella chiocciola con cui ho aperto la mia riflessione: c’è chi percorre le scale in salita o in discesa, tenendosi al corrimano, e chi – complice l’età – salta dalla finestra dopo averne divelto le sbarre. A volte per non rompersi l’osso del collo basta un materasso, altre una corda, altre ancora un po’ di fortuna. Altre volte, ahinoi, non basta nulla e qualcuno lungo il cammino si è perso davvero. Ma quel che conta è sempre camminare.
