Ci colleghiamo direttamente a quanto abbiamo appena raccontato in merito al nostro quarantennale perché in quell’occasione Comin ha voluto regalarsi anche una pausa di pensiero e di riflessione sulla propria storia. Ci siamo in particolare fermati a riflettere sul senso che nel nostro percorso ha avuto l’intenzione (forse il sogno) di costruire un’esperienza coerente di lavoro cooperativo.
Abbiamo constatato che la nostra storia può anche essere riassunta come un tentativo di mettere in pratica questo principio: realizzare la possibilità di un lavoro in cui le persone siano in grado di coinvolgersi in termini di senso; un lavoro “fatto proprio” da chi lo svolge e perciò capace di contribuire a realizzare la sua identità personale.
È stata una pausa di pensiero diffusa nella cooperativa e per questo non breve. Non breve ma assai proficua perché il risultato, poi sintetizzato nel librettino Come Sisifo? ha portato uno sguardo specifico, e per noi prezioso, nella riflessione interna al mondo della cooperazione sociale, attraversato da contraddizioni pesanti e difficili da sciogliere. Ma è stato soprattutto un regalo davvero bello che Comin ha fatto a sé stessa. Nel corso degli anni Come Sisifo? è diventato per noi simbolo chiaro del nostro approccio al lavoro cooperativo, uno stimolo semplice e prezioso da ricordare nel lavoro, ma anche da trasmettere ai nuovi arrivati in cooperativa. Ne è prova il fatto che anche sul blog abbiamo recentemente ripubblicato nella sezione Radura Come Sisifo? che in ogni caso si può trovare anche nella sezione Approfondimenti.
Il pensiero forte è che le pesanti contraddizioni che quotidianamente affrontiamo, se vissute collettivamente, sono meno gravose e possono diventare generative di cambiamento. È stato infatti proprio a partire dall’analisi di tali contraddizioni che abbiamo progressivamente definito quelli che possiamo considerare i “fondamentali” su cui basarsi per continuare a costruire esperienze coerenti ed efficaci di lavoro cooperativo.
Sono i sette pilastri su cui vogliamo poggi il nostro lavoro di ogni giorno.
Primo Pilastro: Fatica
L’agire collettivo è fatica costruttiva. Il lavoro sociale è un’attività che, alla pari di altre, costa fatica. Sperimentiamo quotidianamente che per l’operatore sociale la fatica è costruttiva – è cioè coinvolgimento, impegno, realizzazione di sé – se viene investita di senso condiviso, se viene percepita come costruzione di significato, se è vissuta insieme a colleghi, se è co-produzione di un’utilità e di un bene. Se mancano queste condizioni, la fatica è invece fattore estraniante e alienante: diviene cioè elemento in cui l’operatore depotenzia la propria capacità e competenza, in cui si consuma e si esaurisce. Nel lavoro sociale è quindi importante misurarsi con la fatica, ma questa non deve mai diventare una fatica insensata. È possibile conferire e preservare il senso dell’agire – e del faticare – professionale, impostando il lavoro in modo che i co-operatori siano il più possibile consapevoli degli elementi di contesto: che siano cioè presenti e partecipi a livello organizzativo – quanto lo vogliano o quanto riescano – a pensieri e scelte che riguardano l’attività da svolgere, nella convinzione basilare che essi non possono mai ridursi a meri esecutori, ma essere protagonisti e attori a pieno titolo del loro fare.
Secondo pilastro: Potere
I rapporti di potere interni all’organizzazione hanno un’influenza decisiva sull’efficacia della relazione educativa tra il singolo operatore e le persone che egli affianca e supporta. Il potere ha cioè una forte connessione con la creatività pedagogica. Da questo punto di vista la differenza si gioca tra l’agire su mandato e l’agire sulla base della co-costruzione di obiettivi e azioni. Noi definiamo il potere come la capacità di incidere su una trasformazione voluta. Se si è convinti di far parte della stessa squadra l’aumento di questa mia capacità accresce anche la tua. Il successo è sempre di tutti. Esprimiamo la convinzione che nella nostra organizzazione sia possibile ed opportuno gestire il potere secondo una modalità policentrica e non necessariamente attraverso un flusso decisionale dall’alto verso il basso.
Terzo pilastro: Fragilità
La fragilità condivisa fa la differenza. È sempre più evidente e marcata la marginalità del lavoro sociale e di conseguenza la reale precarietà dei lavori del sociale e quindi anche dei nostri soci. In questa situazione consapevole abbiamo sperimentato che essere precari «assieme» fa la differenza: i problemi della continuità del lavoro – se affrontati come questione collettiva e non come problema individuale – trovano risposta con più facilità. Al di là di questa scelta, la condizione di precarietà dell’operatore sociale tuttavia permane e tende ad aumentare, in quanto la visione politica non sembra volersi far carico – ai suoi differenti livelli – di prospettive di sviluppo in questo ambito. Questo vale soprattutto per chi come noi non è dipendente di Ente Pubblico: ciò fa sorgere in noi lavoratori del Terzo Settore la percezione di essere nella sostanza considerati come operatori sociali di serie B. Nonostante ciò noi continuiamo a non sentirci “sfigati”: siamo consapevoli di essere quotidianamente propulsori di cambiamento e costruttori di bene comune, e siamo fieri di farlo.
Quarto pilastro: Leggerezza
Il lavoro sociale presenta caratteristiche strutturali e aspetti intrinseci di pesantezza, collegati al livello di problematicità delle situazioni di disagio affrontate, ai vissuti e alle espressioni di sofferenza con cui si viene in contatto, alla (quasi) costante impossibilità di giungere a soluzioni definitive – allo scioglimento compiuto, senza margini o «resti» – di conflitti e malesseri. Si tratta di una pesantezza che rischia costantemente di schiacciare a terra, togliere forze, bloccare iniziative e sviluppi. Crediamo che – proprio in virtù di tale strutturale pesantezza – il lavoro sociale necessiti di una non accidentale dose di leggerezza, e che la leggerezza debba quindi esser parte essenziale del nostro metodo di lavoro. Ciò presuppone da una parte la ricerca dei soci di atteggiamenti idonei e leggeri nell’affrontare le situazioni quotidiane e dall’altra che la cooperativa fornisca gli strumenti necessari perché questo possa avvenire. Crediamo che un atteggiamento di leggerezza produca poi anche equilibrio, attenzione consapevole all’insieme delle esigenze, soluzione responsabile delle inevitabili difficoltà o incomprensioni, miglioramento complessivo del servizio educativo, che non è qualcosa di statico.
Quinto pilastro: Cooperazione
La scelta di reale cooperazione. Per chi tuttavia, come noi, intende continuare a perseguire e valorizzare l’identità cooperativa in senso proprio, occorre trovare strumenti e modalità che alimentino – dentro e fuori l’organizzazione – cultura e pratiche di reale cooperazione. In questa prospettiva riteniamo che finora vi sia stato un non sufficiente confronto e scambio tra le esperienze di cooperazione anche se abbiamo sperimentato che esistono forme di gestione aziendale e metodi
di lavoro che si dimostrano efficaci a questo proposito. Ci riferiamo in particolare al metodo di gestione dell’organizzazione che sopra abbiamo nominato come policentrismo decisionale. Tale condizione, infatti, non è statica e raggiunta una volta per tutte, ma continua nel tempo a richiedere pensiero e attenzione per limitare derive e garantire efficacia. Oltre a questa essenziale condizione, vogliamo inoltre citare alcuni concreti strumenti per l’efficace gestione aziendale cooperativa: si tratta, ad esempio, della possibilità di predisporre percorsi interni – partecipati e trasparenti – di costruzione del budget e degli obiettivi dell’anno; della costruzione partecipata e condivisa delle strategie di medio-lungo periodo; della presentazione ragionata ai soci (in assemblea) dell’analitica di bilancio.
Sesto pilastro: Comunità
La dedizione ai legami di comunità. Che le cooperative sociali siano attori che hanno essenzialmente (identitariamente) lo scopo di perseguire l’interesse generale della comunità lo dice la legge stessa che le istituisce. Per loro origine e natura sono soggetti della comunità in un doppio senso: fanno parte della comunità (partecipano ad essa), ma sono anche quella parte di comunità che si occupa in modo specifico di costruire, curare, riassettare, ricostruire e ricomporre i legami (sono animatori di comunità). In questa posizione sono chiamate ad essere agenti nel sistema di Welfare. Il fatto di essere rimaste isolate in questo ha portato diverse cooperative a rinchiudersi e a limitare il proprio intervento agli aspetti tecnici. Si esce da questa deriva alimentando la consapevolezza circa il valore e il ruolo politico del lavoro sociale. Più in profondità crediamo che il nostro esser cooperativa sia una forma di auto-organizzazione e di partecipazione diretta di una parte della comunità alla gestione di problematiche e di beni comuni (cioè della comunità stessa). In questa prospettiva, tendiamo perciò fortemente a promuovere e alimentare un reale coinvolgimento della comunità e dei suoi attori (inclusi i destinatari dei servizi) in attività e progettualità sociali: far emergere nuove energie, metterle in rete e rafforzarle attraverso la nostra esperienza e competenza professionale.
Settimo pilastro: Felicità
Il dono della buona fatica è la felicità. Fatiche sensate, fragilità e potere condivisi ci hanno permesso
in questi anni di raggiungere molti degli obiettivi comuni e personali. Questa convergenza nella realizzazione di obiettivi comuni e obiettivi individuali diventa cammino verso la felicità. Per questo, ormai al culmine del nostro ragionamento, non ci fa problema dire che la ricerca della felicità è uno dei pilastri su cui poggiano le nostre prassi di lavoro cooperativo. Con altre parole, affermiamo che la felicità è o può essere un valore aggiunto nella ricompensa al nostro lavoro, alla nostra fatica.
Ma la fatica, come abbiamo visto in precedenza, può assumere senso solo a certe condizioni. La condivisione di potere e fragilità per essere reale richiede condizioni specifiche e oggettive nell’organizzazione del lavoro e della cooperativa. Il primo obiettivo di queste condizioni è mantenere viva e forte, nella fatica quotidiana, la motivazione al lavoro e alla relazione. Senza
di esse nessun percorso di felicità nel lavoro diventa possibile. Per questo possiamo dire che ogni socio, a partire dal lavoro di équipe, è in certo senso anche responsabile della condizione di felicità dei colleghi nella gestione del lavoro, e che tutta la cooperativa nel suo insieme agisce in questa prospettiva. Ciò significa anche cercare, per quanto possibile, di facilitare un clima organizzativo sereno, che permetta chiarezza e autenticità, insieme a spontaneità e informalità nelle relazioni interpersonali e sociali. Del resto anche nella relazione educativa la ricerca della felicità può rappresentare un luogo di convergenza: tenere conto delle rappresentazioni e delle prospettive di felicità delle persone a cui si presta aiuto – e anche delle proprie – facilita la costruzione di una relazione rispettosa e pertanto più feconda. Luogo di convergenza nel quale ci si scopre simili, parte della stessa condizione di umanità.
Queste riflessioni oltre a diventare un patrimonio prezioso per il proseguimento del cammino della cooperativa, hanno avuto la possibilità di aprire un dibattito anche all’esterno. E questo in un primo momento si è realizzato soprattutto con due modalità: in primo luogo attraverso l’organizzazione del convegno Come Sisifo? Essere cooperativa per abitare le contraddizioni del lavoro sociale tenutosi il 19 ottobre 2018 nella Sala Alessi di Palazzo Marino a Milano; un convegno partecipato e molto stimolante, durante il quale abbiamo chiesto un confronto sui contenuti espressi nel documento ad esperti appartenenti ai mondi del sapere, delle istituzioni e del lavoro. Nel programma del Convegno allegato poi leggere la scaletta dei lavori e i nominativi importanti delle persone intervenute. Il secondo momento è stato la pubblicazione di un focus sulla rivista Animazione sociale a partire dal nostro documento a cui erano affiancati a commento due articoli di due partecipanti al convegno: Il futuro del cooperare nella nostalgia di futuro a cura di Michele Marmo e La fatica utile di investire sul futuro delle comunità locali stilato da Tommaso Vitale. Le riflessioni sviluppate nel e attorno a questo bel documento sono poi proseguite nello stage di cooperativa tenuto a Cernusco dal titolo La ricerca della felicità come possibile convergenza pedagogica.
