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Non guardare verso l’orizzonte
Tu guarda solo le vele
Senti le onde e sotto la corrente
Lo scopo è di navigare
Mira alle stelle e calcola il punto
E stringi più forte il vento
Lasciati a poppa i rumori del porto
La meta non ha più senso

Shamandura è il titolo dello stage che si è svolto a Verbania nel mese di ottobre del 2009. Un titolo strano, evocativo, ma di non immediata comprensione. L’ispirazione ci è stata fornita da una canzone di Finardi, cantautore in quel momento amato da Vincenzo Salvi, il presidente di allora, che ha proposto il titolo dello stage. Ma cos’è la shamandura? La shamandura è un “ormeggio” un “corpo morto” a cui, nel Mar Rosso, le imbarcazioni devono legarsi in fase di ormeggio per evitare di devastare la barriera corallina con l’uso delle proprie ancore. L’immagine indica l’invito a partire, a continuare il viaggio con speranza, sicuri che poi ci sarà sempre una shamandura cui appoggiarsi, in modo adeguato, per passare la notte.

Continuare il cammino con speranza e lo stage rappresenta proprio una shamandura per poi riprendere il viaggio.

Come d’abitudine lo stage è stato preceduto da un percorso preparatorio incentrato sull’approfondimento di quattro temi a partire dal focus: Immaginarsi la Comin tra 5 anni a partire dalla situazione in cui ci troviamo. Vedi Lettera Gruppo promotore. I quattro temi da approfondire erano i seguenti:

  • Gruppo 1: Il rapporto con l’esterno: con le comunità sociali, con le realtà con cui lavoriamo, con la gente …. Territorio: Garbagnate/ Paderno
  • Gruppo 2: Lo stile educativo: Il rapporto con le persone che accogliamo e con cui lavoriamo. Territorio: Milano
  • Gruppo 3: Il rapporto con le istituzioni. Ruoli e forme delle collaborazioni. Territorio: Rhodense
  • Gruppo 4: Il rapporto tra i soci: stile cooperativo e forme organizzative; nuove energie, nuove visioni per proseguire con più convinzione. Territorio: Pavia

Partendo dalle riflessioni dei gruppi, nei due giorni trascorsi presso un ostello a Verbania, i soci si sono confrontati sui seguenti temi:

  • Quale futuro per la Comin: dove stiamo andando?
  • Quale la visione del nostro sviluppo: cosa stiamo diventando?
  • Ci sarà bisogno di riscrivere la nostra mission?

I contenuti emersi hanno portato poi alla scrittura del Documento di identità che, come vedremo, sarà approvato dall’Assemblea dei soci nel novembre del 2010.

Ma ora qualche cenno sui contenuti emersi durante lo stage.

Per prima cosa presentiamo il conduttore: Marco Vincenzi di Vicenza, amico e raffinato pensatore, molto attivo nel Cnca. E questo non è casuale. Esiste, infatti, un legame stretto tra il lavoro svolto allo stage ed il recente seminario, “Scolpire storie: cercare essenzialità, bellezza e giustizia nell’oggi”, organizzato pochi giorni prima dal Cnca a Spello. Cosa ci dice l’evento di Spello 2009? È infatti il titolo della Relazione introduttiva proposta da Marco. Rimando chi fosse interessato alla lettura della relazione. Qui riporto solo alcuni dei contenuti secondo me significativi:

Ci ha indicato alcune priorità:  

  • Lotta contro l’impoverimento culturale
  • “So-stare…” (cfr testo “Decrescere per il futuro”, CNCA);
  • Fare cultura (conflittuale con cultura dominante: intransigenza intelligente; comunicare dentro e fuori, facendosi capire);
  • Leggere a partire dai territori, ri-comprendere la realtà

Ci ha presentato le suggestioni emerse a Spello. Eccone alcune:

  • Tra dimensione personale e collettiva: importanza dello stile personale. La sensazione è che ci sia oggi una connessione profonda tra le crisi che si vivono a livello collettivo, quelle dei nostri gruppi o organizzazioni e quelle personali-familiari-relazionali.
  • Rispetto al rapporto singolo/gruppo propone la contrapposizione tra due motti: non “da tanti, uno” (motto Usa: “ex pluribus unum”, cioè omogeneizzazione) ma “uniti nella diversità” (è il motto dell’EU: “in diversitate concordia”)
  • L’invito a costruire MAPPE per ri-orientarsi nel “lavoro nel sociale”: l’identità come MAPPA: “sostare per saper stare”: disegnare MAPPE per rielaborare le prassi, leggendosi dentro la realtà, evidenziando significati condivisi e introducendo novità e cambiamenti possibili. E a sostegno di questo invito ci riporta un racconto.

Alpini dispersi nella bufera

 Il premio Nobel ungherese Albert Szent-Györgyi riporta un incidente che si verificò durante le manovre militari in Svizzera. “Il giovane tenente di un piccolo distaccamento ungherese nelle Alpi inviò un’unità di ricognizione nella desolata terra di ghiaccio. Immediatamente prese a nevicare e continuò per due giorni; l’unità non tornava. Il tenente soffriva, temendo di aver spedito i suoi uomini incontro alla morte. Ma al terzo giorno l’unità rientrò. Dove erano stati? Come avevano ritrovato la strada? ‘Sì – dissero – ci consideravamo persi e attendevamo la fine. Ma poi uno di noi trovò in tasca una mappa. Questo ci tranquillizzò. Ci accampammo, lasciando passare la tempesta di neve, e poi con l’aiuto della mappa riuscimmo ad orientarci. Ed eccoci qui’ Il tenente chiese in prestito questa straordinaria mappa e la esaminò attentamente. Scoprì con grande stupore che non si trattava di una mappa delle Alpi, ma dei Pirenei.

ma, allora, a cosa serve una mappa?

Due erano le Relazioni introduttive. La seconda a cura del Coordinamento (Cda della cooperativa) dal titolo: Lì dove nasce la luna presenta con forza l’invito a continuare il viaggio nonostante la realtà sia per noi scoraggiante, a guardarci dentro per scoprire che abbiamo tutto quello che basta, di guardare alle cose che abbiamo fatto e di cui siamo fieri, che le risorse di cui abbiamo bisogno sono in noi se non vorremo rinunciare a intraprendere il viaggio. E allora non ci resta che cercare, con un po’ di fortuna, una shamandura, lì dove nasce la luna…

A partire poi da alcune difficoltà e contraddizioni pesanti che si configurano nel contesto precisando che essere cercatori di senso in contesti avversi richiede profondità di spirito e umiltà, scelte personali che però diventano necessariamente collettive.

Si presentano alcune strade che si stanno già percorrendo, tra cui le forme che stanno assumendo le nuove esperienze di accoglienza avviate in questi anni (dalle sperimentazioni nel campo dell’affido, ai nuovi modelli di comunità, alle forme di sostegno alla genitorialità multiproblematica), nelle quali da una parte diventa centrale l’azione di famiglie accoglienti e dall’altra l’apporto professionale sembra decrescere ma in realtà si fa più raffinato ed incisivo; oppure i nuovi interventi di promozione: a fronte del quasi totale disinvestimento pubblico che sta portando alla chiusura, dopo l’Eds, anche dei centri d’aggregazione, il nostro intervento si sta concentrando sul sostegno ad esperienze di socialità leggere e autogestite sulla scorta di quanto stiamo imparando al Giardino della Madia e alla costruzione di progettualità per la coesione sociale.

Evidente la crescita del radicamento territoriale di Comin che ci porta a ripensare anche il sistema organizzativo per favorire la partecipazione dei soci attraverso proprio la presenza territoriale della cooperativa, che si definisce come Impresa di comunità, di e per la comunità.

Si presentano, infine, due nuove attenzioni nel nostro progetto cooperativo: la sensibilità ecologica e il tema dell’abitare che emerge dai nuovi progetti per la coesione sociale.

Prima di riportare i contenuti emersi dai gruppi di lavoro, attraverso la sintesi proposta da Marco Vincenzi mi piace sottolineare che lo stage ha cercato di dare spazio ad altre forme non solo strutturate in modo classico per fare emergere i contenuti. Sottolineo in particolare la rappresentazione teatrale presentata da alcuni soci la sera del sabato, a partire dai contenuti emersi dal lavoro preparatorio. Del resto già in fase presentazione dello stage era stata spedita una storia “Aria fresca in savana” per invitare i soci alla partecipazione. Durante lo stage poi Enzo Biscardi ha realizzato dei video box con interviste volanti ai soci, poi proiettati nella sera di sabato. Tra gli allegati si può trovare il file libere voci di soci che riporta alcune di queste mini interviste o altre frasi rubate nel corso dello stage.

Nella Restituzione finale di Marco Vincenzi è presente anche l’eco di questi contributi oltre a quanto emerso nei lavori di gruppo. Rimandando alla lettura del testo, interessante, anche se un po’ incompleto nella trascrizione, presente negli allegati, qui facciamo solo qualche cenno a quanto consegnatoci da Marco, sottolineando alcune parole chiave, dopo aver riportato la simpatica considerazione introduttiva: l’uomo non vive di ciò che mangia ma di quello che digerisce.

La prima parola è CAPACITÀ: capacità di tener dentro le differenze. Capacità è proprio la possibilità di un recipiente di contenere. Capacità anche di esprimere i contenuti in modo diverso.

Poi MEMORIA contrapposta a nostalgia. Vede in noi un gruppo che non ha rimpianto del passato, ma che al contempo non ha dimenticato le radici. C’è memoria. La memoria è quella capacità, possibilità che i gruppi e le persone hanno, per cui i frammenti vissuti riescono a dire qualcosa anche oggi.

MANDATO contrapposto a delega. Il mandato si fonda sulla fiducia, una fiducia organizzata perché un gruppo maturo ha un minimo di strutturazione e condivisione. Si affida un compito per fiducia e chi lo riceve sa che agisce appunto perché mandato da altri.

PRENDERSI CURA è il pensiero di fronte ad ogni progetto che la cooperativa fa. Preoccuparsi che ci sia un pensiero condiviso su quello che portiamo avanti anche per non lasciare soli.

PENSIERO CONDIVISO, GOVERNO, VISIBILITÀ. Tre chiavi di lettura che possono aiutare ad avere in mente cosa presidiare. Sulla base di questo possiamo costruire la nostra funzione pubblica, attraverso ogni progetto che attuiamo.

INNOVAZIONE. Il lavoro educativo di tutti i giorni è pensare in modo diverso a cosa sarà la Comin tra 10 anni, a cosa significa essere soci (esce nel teatro, nei gruppi, nelle interviste…). Il tema dell’esser socio è un tema caldo che invito a prendere in mano e ad approfondire attraverso le parole che sono uscite. Noi stiamo rischiando, nel bene e nel male, anche i posti di lavoro futuri se non pensiamo bene a come ci muoviamo: è fondamentale dare un posto alle idee innovative e alla creatività.

FARE CULTURA TERRITORIALE. Dentro al tema del fare cultura territoriale c’è il tema del conflitto. Il non temerlo e saperci stare dentro, sostarci, fermarsi lì e non scappare via subito. Fino a che punto dobbiamo mediare e fino a che punto stare nel conflitto? Meno mediazione e più dialogo vero.

Ultima questione emersa: CENTRO-PERIFERIA. Nominata in tantissimi gruppi; essere impresa sociale di comunità si collega molto al tema della territorialità che potrebbe garantire una migliore partecipazione dei soci. Potrebbe aiutare a territorializzare meglio la cooperativa, sia per la ricerca sociale del territorio che per la formazione diffusa.

Dopo aver svolto la funzione di specchio riportando con parole proprie i contenuti emersi dal nostro lavoro, Marco ci offre un paio di suggestioni personali. Ecco alcuni stralci di quello che ci detto:

“Mi sono chiesto in questi giorni quanto siamo persi (tema della mappa) e quanto ci sentiamo sotto assedio. E da qui se siamo bloccati, paralizzati o sorpresi dalla forza di tante parti che non ti danno scampo. La domanda centrale: possiamo ancora cambiare? Intesa con due significati: noi come Comin e come persone. E possiamo ancora cambiare il mondo, la realtà, il territorio? Tutti si aspettano un sociale al ribasso, che soccomba all’assedio perché non ha più da vivere e niente da dire. E forse questo è il momento di sacrificare tutte le risorse che abbiamo per alzare la testa e per dire qualcosa di sociale, veramente sociale.

Avere la società come cliente: non stiamo lavorando per l’assistenza, ma per costruire sicurezza reale nel territorio. Lavoriamo per una funzione pubblica, in senso educativo, dovremmo dire lavoro nel sociale. Significa che forse ci siamo troppo appropriati di alcune funzioni e compiti e abbiamo fatto pensare che questa sia una branchia come c’è quello che aggiusta le scarpe, il medico che fa le operazioni, ecc.

Ricordate tutto ciò di cui siamo composti: è materiale stellare che nel tempo si è trasformato in altri materiali. Noi siamo costituiti da materia che si è prodotta dalla dissoluzione di stelle, processo che è durato miliardi di anni. Noi abbiamo a che fare col mondo del desiderio delle stelle e non è un altrove. Ma ce lo portiamo dentro. Elisa Muraro, filosofa, dice che la politica non comincia dai bisogni, ma dall’espressione consapevole di un desiderio. Bisogna avere un desiderio per aver voglia di cambiare il mondo, fare politica. ‘La forza del desiderio’ è ciò che rende possibile la politica e la realtà non è indifferente alla forza del desiderio nonostante il fatto che a noi pare evidente fare esperienza di una loro reciproca estraneità. Mentre non è così. La realtà contiene il desiderio, c’è bisogno che il CNCA e la Comin si presentino dentro la realtà con un di più che non è solo sotto la logica del calcolo. Che segnalino una sporgenza. ‘Desiderare l’impossibile è la condizione che può salvare il mondo’.

 Quando noi andiamo in crisi nelle relazioni e nelle organizzazioni, il progetto iniziale ha bisogno di essere rivisto nelle sue linee portanti. Questo processo di semplificazioni delle linee, di maggior trasparenza e leggerezza nella forma per arrivare all’essenziale (Vedi Toro di Picasso). Ciascuno di noi non è ancora quello che è chiamato ad essere in futuro. Non è l’identità. Questa non è data, è in avanti che ti sta chiedendo di confrontarti, perché solo attraverso l’accoglienza della novità e il confronto con i suoi frammenti io definisco meglio la mia identità. È un lavoro sulle linee che ti porta ad essere linea, che poi è la tua pelle, perché le cose che stai dicendo essere fondanti per te, sono così fondanti che ormai non hai più bisogno di farle vedere, sono diventate la tua pelle. La ricerca delle linee portanti, senza cercare fondamentalismi, e il processo di trasparenza sono i processi vitali chiesti alle persone, alle relazioni, alle organizzazioni.”

Concludiamo il ricordo dello stage Shamandura presentando la mappa costruita da un gruppo di lavoro e poi riportata anche nel Bilancio sociale per dire dello stage con la piccola presentazione aggiunta per spiegarne il significato.

Disegnare mappe per rielaborare la prassi, leggendosi dentro la realtà, evidenziando significati condivisi. La mappa come strumento per capirsi, come capacità di lettura che la Comin ha di se stessa.

Le mappe che noi facciamo potrebbero non essere giuste… mai. Serve fare un po’ di ragionamento su dove siamo, dove vogliamo andare. Verrà cosi fuori una mappa incompleta e inesatta, ma quella mappa aiuta a metterci in cammino. Non è detto che sia quella giusta, ma attiva risorse, energie, solidarietà e speranza. Darsi degli obiettivi, immaginarsi un percorso. Questo lavoro, insomma, non serve ad avere la carta giusta in mano, ma a continuare a camminare.