Come possiamo distinguere il danzatore dalla danza?
(William Butler Yates)
…affidarsi all’informe per ritrovare la forma.
(Paul valéry)
Provo a tornare allo Specchio di Alice, in quei momenti. Tante le persone che ho incontrato. Colleghe e colleghi, famiglie che ho conosciuto e da cui ho imparato. Paola, Silvia, Antonio, Gaia, Michela, Andrea, Barbara, Anna, Daniela ed Elisa. Poi le mamme, le bambine, i bambini, i papà. Anche qualche nonno e quante storie!
Mi è stato chiesto di provare a riportare le caratteristiche metodologiche dello Specchio di Alice, il mio è un ricordo un po’ con-fuso, che negli anni ho messo più a fuoco, anche se molte di queste parti restano sfuocate.
La metodologia dello Specchio di Alice, si ispirava al lavoro di Eia Asen al Marlborough Family Service a Londra, in cui le famiglie venivano inviate dai servizi sociali per un periodo continuativo e intenso, lavorando a gruppo insieme all’equipe sui propri stili educativi e sulle motivazioni dell’invio da parte del servizio inviante. Questo modello di lavoro si rifaceva al modello sistemico, in particolare al Milan Approch. I servizi sociali del comune di Milano avevano sperimentato negli anni precedenti il modello del Marlborough Family Service di Londra.
Andrea Gazziero, supervisore e formatore dell’equipe, ci ha portato dentro questo modo di vedere il lavoro con le famiglie e noi lo abbiamo integrato con le nostre esperienze, provando ad abitare la complessità.
Prima di tutto il gruppo.
Un aspetto centrale del progetto era il gruppo, visto come insieme di storie che si intrecciavano, si specchiavano nelle loro differenze o similitudini, dentro la complessità dell’incontro tra le persone che vivevano quello spazio. Operatori compresi.
Il con-te-sto era parte della metodologia, un appartamento con spazi grandi, una cucina attrezzata con anche un tavolo grande in cui poter stare tutti insieme, un angolo comodo con divani e all’occorrenza tavoli e sedie a misura di bambini in cui potersi mettere insieme a giocare, parlare, discutere, raccontare. Metacomunicare. Gli spazi erano pensati per le due fasce d’età con giochi, albi illustrati, colori, lettini per la nanna e altro. Da non dimenticare l’ufficio, luogo di grandi scambi di pensieri e di progettazione e riprogettazione del lavoro e delle attività.
Infine il giardino, immaginato come spazio che potesse accogliere le famiglie del quartiere che vi accedevano spontaneamente e le famiglie dello Specchio di Alice, mandate dal servizio sociale perché definite problematiche.
Un aspetto centrale del lavoro con le famiglie era la trasparenza, intesa come postura dell’equipe nel lavorare insieme e nella restituzione del percorso e delle relazioni che venivano inviate al servizio sociale e su cui si basava il patto educativo. Questa caratteristica nominata già alla presentazione poneva le basi per la costruzione di una relazione autentica.
L’esplorazione con le famiglie avveniva attraverso la circolarità intesa come sguardo sistemico, gli educatori accoglievano le famiglie allestendo degli scenari del quotidiano, come la merenda, il pranzo oppure laboratori pensati per riflettere insieme su tematiche emergenti. Spesso in questi contesti emergevano le difficoltà che le famiglie avevano, sia con i figli e in alcune occasioni anche tra genitori. Queste “crisi” venivano trattate all’interno del gruppo provando a esplorare i pensieri delle famiglie, chiedendo loro dei rimandi su quello che stavano vivendo o osservando e di provare a costruire delle ipotesi su quello che accadeva, dando qualche rimando agli altri genitori. Il ruolo degli operatori era quello di provare a fare circolare i pensieri dei genitori, delle bambine, dei bambini e degli educatori.
Mi piace riportare alcune citazioni di Formenti che con precisione riporta alcune asserzioni che abbiamo riscontrato durante il nostro lavoro allo Specchio:
“La circolarità delle relazioni genera continuamente nuove domande e prese di coscienza da parte dell’operatore, il quale si deve interrogare sul metodo educativo adottato dalle famiglie e sul proprio in quanto egli stesso connesso al sistema”
“Per procedere con queste posture sistemiche è importante il lavoro con il gruppo, visto come luogo di circolarità, in cui attraverso il confronto e l’ascolto gli operatori, insieme ai partecipanti possono creare uno scambio generativo. Se inizialmente possono apparire lineari e ingenui nella formulazione delle loro ipotesi è solo discutendo che riescono a prendere le distanze dalle proprie premesse grazie all’ascolto reciproco”
Si è osservato che i differenti stili educativi dei genitori, in alcune occasioni hanno creato momenti di “tensione”, perché vissuti secondo modi di pensare o di agire diversi.
Ricordo una volta in cui una mamma, in modo molto ingenuo, ha dato durante il momento della merenda, del cibo a un bambino, senza chiedere prima il permesso alla sua mamma. Questo gesto ha provocato il risentimento della madre del bambino, perché non voleva che il figlio mangiasse altro che non fosse da lei permesso. Il momento fu molto interessante perché nel gruppo ha aperto un confronto che ha dato la possibilità di superare questa iniziale tensione, trasformandola in un’occasione di conoscenza e apprendimento nel gruppo. Infatti dalle motivazioni delle due mamme e dai vissuti dei bambini, si sono potuti integrare i pensieri di tutti.
E ancora: “L’incontro con le altre prospettive, la loro legittimazione, la discussione aperta, disciplina lo sguardo: è evidente che nessuno è nel giusto, che bisogna cambiare di livello, mettere insieme le diverse letture lineari, superando il giudizio, e formulare un’ipotesi più complessa, che tiene insieme le diverse visioni”.
L’equipe educativa allestiva dei setting mobili e policentrici per lavorare con le famiglie e in altre situazioni educative del quotidiano, utilizzando anche linguaggi non solo verbali per comunicare, ma anche linguaggi animativi, come letture di albi illustrati, lavoro con la pasta di sale, disegno, costruzioni, cucinare insieme, guardare degli spezzoni di film, giochi in giardino. Visti come linguaggi animativi che avevano il potere di convocare tutti, mente e corpo e di fare emergere le qualità della famiglia anche attraverso il divertimento e l’immaginazione.
Lo Specchio di Alice prevedeva anche dei momenti esterni con le famiglie, come andare a fare la spesa, accompagnamenti nel territorio o presso le abitazioni. Queste occasioni erano molto importanti perché offrivano la possibilità di avere un’osservazione differente con la famiglia.
Succedeva spesso che le famiglie si trovassero in difficoltà nel gestire i propri figli; poteva capitare che i bambini facessero i capricci, al supermercato perché volevano un gioco, durante i tragitti perché non volevano stare nel passeggino, vere e proprie scene del quotidiano nella vita delle famiglie.
In queste situazioni gli operatori si ponevano come osservatori e il timing dell’intervento educativo era differente, non si interveniva subito e a volte non si interveniva proprio nell’essere d’aiuto al genitore o nel gestire la situazione con il bambino, perché questi momenti erano importanti per poter riflettere insieme alle famiglie e poterli sostenere nel trovare nuove strategie educative.
Le relazioni che si sono costruite allo Specchio di Alice, hanno permesso la condivisione del percorso educativo sia tra le famiglie che con gli educatori. Questo è stato possibile accompagnando le famiglie negli incontri con il servizio inviante, attraverso momenti immaginati insieme al gruppo e poi condivisi insieme.
Lo Specchio di Alice aveva nelle sue finalità quella di lavorare insieme alle famiglie sulle loro storie, spesso vissute e raccontate come faticose, problematiche, oppure così presentate dal servizio inviante. Il percorso fatto insieme a loro ha permesso in alcune occasioni di trasformare queste parole, dando nuovi significati, nuovi punti di vista, nuove connotazioni per ri-consegnare alle famiglie il “potere” delle loro parole, delle loro azioni e delle loro scelte attraverso un intervento educativo inter-relazionale.
“Quando io uso una parola”
Disse Humpty Dumpty con un certo sdegno,
“quella significa ciò che io voglio che significhi – né più né meno”.
“La questione è” disse Alice,
“se lei può costringere le parole a significare così tante cose diverse”.
“La questione è” replicò Humpty Dumpty,
“chi è che comanda – ecco tutto”
(L. Carroll, Attraverso lo specchio, p.219)
