un sasso lanciato nello stagno: ha creato onde che sono andate lontano
Comin ha investito e partecipato con convinzione alla realizzazione di questa innovativa forma di affido che ha preso avvio alla fine degli anni 90. La sperimentazione del progetto “Famiglie professionali”, questo il suo nome all’esordio, ha introdotto alcuni elementi di assoluta novità – ad esempio la figura del tutor e lo “stipendio” alle famiglie – che hanno richiamato interesse a livello nazionale e, a volte, suscitato forti resistenze.
Sicuramente è stata, nella fase di sperimentazione, ed è tutt’ora, come servizio stabile, una felice esperienza di incontro e contaminazione tra tutti i soggetti coinvolti. Fin dalla fase di progettazione Comin ha collaborato alla costruzione di un sistema complesso e articolato in reale partnership con gli operatori della Provincia di Milano, i rappresentanti dei Comuni, con le altre cooperative e con le famiglie affidatarie: ciascuno ha potuto portare la sua specifica competenza, efficacemente messa a frutto da questo particolare modello organizzativo.
L’idea
Tutto è iniziato all’interno del “Coordinamento affidi”, un gruppo di lavoro promosso dalla Provincia di Milano nel quale si riunivano operatori dell’affido familiare sia dei Comuni metropolitani che del privato sociale (cooperative e associazioni). Comin era tra queste.
Siamo alla fine degli anni 90, al tramonto del millennio sembra accompagnarsi anche il tramonto dell’affido. Dopo un periodo di entusiasmo ed esperienze positive, le osservazioni comuni fanno pensare ad una crisi di “reflusso”: la risposta e l’interesse da parte delle famiglie in quegli anni è veramente scarsa e gli stessi operatori, Servizi tutela minori e Tribunale per i minorenni, considerano spesso l’affido familiare un intervento di difficile gestione a cui si preferisce il collocamento in comunità.
Viceversa gli operatori del Coordinamento, i loro enti di riferimento, continuano a pensarlo un intervento di grande utilità e valore da diversi punti di vista, soprattutto per i minori, i bambini e le bambine, che incontrano quotidianamente nel loro lavoro. Ci si chiede allora come rilanciarlo, quale sia la strada per pensare a forme di affido nuove ed efficaci.
In questo segno il convegno promosso dal CAM il 13/11/2000 nel quale sono state presentate esperienze innovative italiane e prassi operative di diversi paesi europei (Francia, Germania, Inghilterra), queste ultime particolarmente interessanti (vedi “Italia-Europa. Alla ricerca di nuovi modelli di tutela per l’infanzia e l’adolescenza” a cura del CAM, ed. Franco Angeli).
Sulla spinta delle proposte e delle riflessioni emerse da questo incontro prende il via la sperimentazione del progetto “Famiglie Professionali”.
La sperimentazione
La fase di progettazione metodologica si avvia nel 2002, con il coinvolgimento di alcuni consulenti (con conoscenza ed esperienza in materia di affido familiare) e i rappresentanti di alcuni Comuni del territorio provinciale. La sperimentazione prende il via l’anno successivo e si realizza nel triennio 2003/2006 all’interno di una collaborazione operativa tra Provincia di Milano e quattro cooperative sociali: Comin, Afa, CbM e La Grande Casa. Il progetto è finanziato dalla legge 285/97.
È stata un’importante esperienza di costruzione di partnership pubblico-privato: un reale e concreto lavoro tra amministrazione pubblica, privato sociale e famiglie. Ciascuno ha portato in dote la sua specifica competenza, diversa e complementare, e proprio questa è stata una delle chiavi di successo nella realizzazione di un progetto così innovativo e complesso.
L’obiettivo e il desiderio era quello di implementare una nuova forma di affido, che si aggiungesse a quelle già esistenti, una terza via che potesse essere offerta tra un progetto di affido – a volte irrealizzabile – e una accoglienza in comunità – a volte con dei limiti -.
La sfida era quella di accogliere in famiglia quei bambini/e e quei ragazzi/e che di norma i servizi tutela inserivano esclusivamente in comunità, perché le loro caratteristiche facevano ritenere indispensabile la presenza di un operatore specializzato. Parliamo ad esempio di bambini difficilmente “raggiungibili” a causa dei traumi subiti, o con gravi disturbi del comportamento, o adolescenti a rischio…
In presenza di gravi difficoltà, ci si è chiesti quali elementi potessero garantire la tenuta dell’accoglienza familiare, assicurare di poter offrire la qualità degli affetti all’interno di relazioni funzionali, la possibilità di rigenerare le relazioni con le famiglie d’origine e il raggiungimento di alcuni obiettivi pedagogici (cura di sé, autonomia, fiducia…)
Cosa mettere in campo di nuovo e di diverso per potenziare le possibilità di tenuta dell’accoglienza in famiglia anche nei casi più complessi?
Le risposte metodologiche sono state veramente innovative (Vedi Affido professionale- da progetto a servizio). Eccole in estrema sintesi:
- La retribuzione alla famiglia affidataria.
Perché? Per poter garantire un tempo significativo e una presenza rilevante nell’accoglienza familiare e nel progetto di affido.
Un bambino così sofferente, così in difficoltà, ha bisogno di trovare nella famiglia affidataria un riferimento puntuale che possa occuparsi di lui, per fare questo serve molto tempo per terapie, incontri coi servizi e in spazio neutro, ma anche tempo per permettersi di “fermarsi e ascoltare” quando, in modo imprevedibile ed improvviso, si apre il canale del racconto e della comunicazione emotiva. Ci vuole tempo da dedicare anche al progetto di affido, di cui la famiglia affidataria è parte integrante: incontri frequenti e obbligatori con gli operatori, sia con il tutor della cooperativa sia con quelli della tutela minori o altri coinvolti.
Per poter avere a disposizione questo tempo nell’affido professionale viene richiesto che un adulto della famiglia (chiamato referente professionale) non lavori a tempo pieno, è obbligatoria una specifica formazione e la partecipazione al gruppo di famiglie. Avere questo tempo nel progetto di affido professionale è un vincolo, l’impegno richiesto è notevole e assimilabile all’oggetto di una prestazione lavorativa, pertanto è previsto un riconoscimento economico (in alcune situazioni questo aspetto ha permesso ad un genitore di ridurre il suo tempo lavorativo a beneficio di tutto il nucleo).
- L’ accompagnamento continuo e significativo della famiglia affidataria.
La famiglia non può essere sola nelle difficoltà attese in questi progetti di affido.
Ecco entrare in scena per la prima volta la figura del tutor, un operatore messo in campo dalle cooperative che affianca la famiglia fin dalla proposta di affido, incontra frequentemente gli affidatari ed è a disposizione h24 per le emergenze. Non si sostituisce alla famiglia, che resta in prima linea a fare il proprio “mestiere” di genitore, ma grazie al suo sostegno e al costante lavoro di confronto la aiuta ad essere più preparata nelle risposte e meno spaventata dagli imprevisti. Inoltre il tutor è un aiuto e un alleato prezioso nella relazione con i servizi sociali, il Tribunale per i minorenni e altri soggetti istituzionali. In questo modo il tutor sostenendo la famiglia, sostiene il progetto di affido.
- La temporaneità dell’accoglienza.
Il progetto di affido ha precisi obiettivi che ci si impegna a realizzare nei due anni previsti dalla legge (con possibilità di proroga in casi eccezionali). Questo tempo certo e condiviso alla stesura del progetto è un elemento di stimolo per tutti i soggetti interessati a realizzare la propria parte. Aiuta la famiglia affidataria a “dare il massimo” anche nei periodi di grande difficoltà e/o stanchezza, sapendo che la meta è definita.
Il Servizio Affido Professionale
Nel 2006 si chiude la sperimentazione. La valutazione è positiva sia per la peculiarità dei 22 affidi realizzati nei tre anni, sia per la qualità della collaborazione sperimentata tra famiglie, cooperative e servizi.
Le quattro cooperative si costituiscono in ATS, di cui Comin è capofila. La Provincia mantiene la partnership operativa sino al 1 luglio 2012, da quella data l’ATS assume in proprio la gestione di quello che è diventato un servizio stabile.
In questo passaggio viene abbandonato il nome “Famiglie professionali” che aveva creato fraintendimento tra la natura accogliente della famiglia e la professionalità specifica che supporta il progetto: le famiglie mantengono la loro natura di nucleo che accoglie, non per lavoro, ma per scelta di vita, di apertura e di partecipazione alla comunità.
È l’affido familiare come progetto di accoglienza a favore del minore che si “potenzia” con una struttura professionale.
Diventa allora Affido Professionale:
– affido perché, come tutte le altre famiglie affidatarie, anche quelle di questo servizio aprono la loro casa e le loro relazioni a titolo volontario, in totale gratuità
- professionale perché, date le difficoltà dichiarate, l’accoglienza volontaria della famiglia deve essere accompagnata da un’offerta professionale messa in campo in parte dal tutor, dalle equipe e dalla metodologia del Servizio, in parte dalla famiglia affidataria nella persona del referente professionale.
Per chi volesse sapere che sviluppo ha avuto il servizio nei suoi primi 10 anni e quali valutazioni è stato possibile fare, consigliamo l’articolo pubblicato su Prospettive Sociali e Sanitarie n 2- 2014
Un sasso lanciato nello stagno: ha creato onde che sono andate lontano
La figura di un operatore “vicino” alle famiglie, che sostenendo la famiglia affidataria sostiene il progetto di affido…è stata una bomba!
Giustamente si è levata alta la voce di molti nell’affermare il diritto/opportunità che tutte le famiglie impegnate in un affido non debbano essere lasciate sole.
Per questo Comin ha ideato la figura del Partner Educativo avviando nel 2007 la prima formazione al ruolo rivolta ai soci lavoratori interessati.
Ma questo è un altro capitolo della nostra storia….
