I figli sono come la piroga Tu la intagli perché poi possa prendere il largo… (proverbio africano)
La Piroga nasce dall’incontro con un sogno. Il sogno di Gigi e Gabriella: una coppia di Giussano, rientrata in Italia dopo 10 anni di esperienza di volontariato in Africa, che desidera vivere qui la propria dimensione familiare (con loro ci sono due figli: Matteo e Marco), aprendosi all’accoglienza, attraverso l’attuazione di una comunità familiare. Per realizzare questo sogno, una volta rientrati in Italia, hanno venduto il proprio appartamento per acquistare una grossa villa in pessime condizioni strutturali, riuscendo a ristrutturare solo uno dei tre piani, utile per la propria vita familiare e restando in attesa di un evento che rendesse possibile proseguire nell’attuazione del proprio progetto di vita. Questo evento è stato l’incontro con Comin, reso possibile da Laura, una nostra operatrice, amica di Gigi e Gabriella grazie ai comuni trascorsi africani, che ci ha raccontato del loro progetto.
Pur provenendo da strade diverse, l’incontro è stato semplice e veloce e con passo lesto il progetto di Gigi e Gabriella ha preso la via della concretizzazione: come già successo per il Melograno, loro hanno concesso la casa in comodato per 15 anni a Comin, che si è impegnata alla ristrutturazione delle parti ancora non pronte, nello specifico il piano terra, il secondo piano che diventerà la zona notte e il sottotetto, ampio spazio gioco, che saranno le parti abitate dalla comunità, mentre la famiglia manteneva il primo piano già pronto e abitato da loro. Completano la casa, di circa 380 mq abitabili, un cortile ed un ampio giardino.
La comunità viene inaugurata il 4 ottobre 2004 con la posa dell’ultima pietra e l’invito agli abitanti di Giussano a partecipare all’evento e alla visita della comunità. Vedi Volantino inaugurazione.
L’impostazione educativa della comunità si era strutturata sulla falsariga della cultura delle comunità Comin, in particolare avendo come riferimento l’esperienza della comunità familiare Il Melograno. Infatti anche in questo caso la famiglia è affiancata da un’equipe di educatori professionali e anche l’impostazione e gli obiettivi educativi si rifanno al modello comunitario Comin. La Piroga vuole infatti essere una casa che sia il luogo:
- in cui il bambino impara a costruire una nuova consapevolezza della propria storia passata
- in cui può costruire la propria identità e la propria personalità
- Insomma il luogo dell’ascolto
Tutto questo con il tempo porta a creare appartenenza, come punto di rilancio della storia di ciascuno. Vedi dépliant di presentazione
Pur rifacendosi al modello Comin, essendo comunità familiare la vita quotidiana è molto connotata dallo stile della famiglia, con i propri valori e la propria storia e quindi nel tempo la Piroga ha sviluppato caratteristiche tipiche, speciali, a volte non presenti nelle altre comunità. Questo ci ha fatto crescere nella consapevolezza che saper valorizzare le differenze all’interno di un progetto comune produce buoni frutti. E senza dubbio, attraverso le proprie sfumature educative e le tipiche specificità, la Piroga ha prodotto molti buoni frutti nei suoi anni di navigazione. Ovviamente stiamo pensando soprattutto alle storie dei ragazzi accolti. Mi pare proprio un bel segnale il fatto che diversi di loro abbiamo potuto mantenere nella Piroga un riferimento, anche dopo la partenza verso un nuovo progetto di vita.
Parlavamo di sfumature specifiche e vogliamo citare come esempio una particolare attenzione al coinvolgimento dei ragazzi in momenti di riflessione o spiritualità condivisi: se arrivava un ospite o un amico succedeva che tutti i ragazzi erano coinvolti assieme nell’incontro e nell’ascolto della sua storia. Un altro esempio nella gestione del calendario dell’avvento, in preparazione del Natale. A turno dopo cena un ragazzo o un adulto erano invitati a offrire un proprio pensiero alla comunità. Un altro esempio: vi invitiamo a guardare un diagramma delle parole, frutto di un confronto tra ragazzi ed educatori, durante il quale ciascuno era stato invitato ad indicare tre parole che definivano ai propri occhi la Piroga.
È bello ricordare anche i confronti di pensiero tra noi adulti intorno alla comunità: mi ricordo ad esempio che la visione della “buona fatica” come percorso per la felicità nel nostro lavoro è maturata nei confronti a Giussano. Convinzione che ha preso piede in cooperativa al punto che la “buona fatica” è stata identificata come uno dei 7 pilastri del nostro lavoro nel documento Come Sisifo? pubblicato diversi anni dopo.
La casa ha naturalmente la sua importante rilevanza. Per questo motivo è stata scelta come immagine emblematica del racconto e i piroghini hanno poi sempre riservato attenzioni particolari e quotidiane alla sua cura. Luogo di vita particolare il piano terra: un ampio spazio aperto, dove cucina e soggiorno fanno un tutt’uno. Prezioso il collegamento, soprattutto nella bella stagione ma non solo, con l’esterno: da una parte il giardino, preceduto da un bel balcone, e dall’altra il cortile con una preziosa e comoda tettoia ben attrezzata. Lasciamo a voi immaginare voci, allegria e schiamazzi, la fatica dei compiti, cene e pranzi assieme, racconti della giornata, piacevolezza e a volte anche momenti difficili e di tensione.
Prima di concludere vogliamo sottolineare un altro aspetto che connota in maniera forte la Piroga: il suo legame speciale con Giussano.
Già dal volantino per l’inaugurazione si evince un coinvolgimento della città nell’esperienza della comunità ma nel corso dell’esperienza questo legame si è consolidato. Al grande aiuto nell’arredo iniziale della comunità trovato da Gigi nella città si è poi aggiunta la significativa vicinanza di tante persone alla vita della comunità. Ad un certo punto alcune di queste persone si sono unite in un gruppo di Amici della Piroga che poi nel tempo, con l’affiancamento della comunità, si è trasformata in una rete di famiglie aperte all’accoglienza, come risorsa per tutta la città. Vedi volantino di presentazione della rete.
Sono state davvero tante le iniziative proposte alla città dalla Piroga e dalla rete, spesso in collaborazione con altre associazioni giussanesi. Non c’è qui lo spazio per raccontarle essendo davvero numerose. Ci sarà senz’altro modo di parlarne più avanti in uno momento specificamente destinato al racconto di queste iniziative. Qui ricordiamo solo la festa per il decennale, avvenuta nel 2014. Momento centrale di riflessione, il convegno tenuto nella sala consiliare, messa a disposizione dall’amministrazione comunale. Se sei interessato puoi consultare il volantino con il programma del Convegno
L’esperienza di accoglienza della Piroga è proseguita per 15 anni. Nel 2019 Gigi è arrivato alla pensione ma non si è fermato. Ha voluto chiudere il cerchio ed è tornato in Africa, per vivere un’esperienza di accoglienza in Camerun, in condizioni sicuramente più di frontiera. Nemmeno la Piroga si è però fermata. La sua navigazione è continuata in quella che inizialmente abbiamo chiamato Piroga 2.0, una comunità diurna gestita dai due figli di Gigi e Gabriella: Marco e Matteo con la moglie Silvia. Un’esperienza nuova che si sta dimostrando davvero utile e preziosa per i ragazzi che accoglie e per le loro famiglie, proprio perché anche in questa comunità è rimasto lo spirito della Piroga. Ma sicuramente anche a questo sarà riservato un doveroso spazio di approfondimento più avanti.
Mi è casualmente capitato in mano in questi giorni uno scritto di Marta, una ragazza che ha vissuto alcuni anni in Piroga. Lo aveva preparato come testimonianza per un incontro formativo per gli educatori delle nostre comunità. Penso sia bello e utile concludere presentando lo sguardo dei suoi occhi sulla casa:
Lo spazio che più mi piaceva era la camera da letto che condividevo con Noemi, mia compagna di stanza storica e tra le più vecchie insieme a me, per essere entrate lì dentro presto, ed esserci rimaste a lungo (abbiamo visto tanti gruppi cambiare, ma noi siamo rimaste unite, anche se non la sopportavo). La camera era il luogo del sospiro di sollievo, dove potevi trovare un attimo di pace e tranquillità, dove suonavo la mia chitarra, studiavo e soprattutto leggevo e parlavo con Noemi; sì perché sembra assurdo, ma noi trovavamo sempre una strategia per rimanere più sveglie a leggere e parlare, perché era l’unico posto e momento della giornata in cui potevamo farci il resoconto, darci consigli a vicenda. Non scorderò mai la vecchia cara lampada bianca con gli adesivi sul mio comodino che ha visto e ascoltato praticamente tutti i litigi e le risate mie e di Noemi, ma anche di altri. Il corridoio delle camere e le camere costituivano “il mondo dove i segreti sono al sicuro” per noi ragazzi. Ma anche la sala era bellissima, quando dovevamo fare i compiti e mi sentivo stimolata da tutta quella gente che era seduta al tavolo con me a fare la stessa azione, ma ciò che mi motivava veramente era la passione che vedevo negli occhi degli educatori, anch’io volevo avere quella fiamma che arde dentro: non avevano bisogno di esplicitarla, si vedeva, c’era, per molti non significava nulla, ma per me ha costituito ‘la scoperta del fuoco’, un’epoca nuova e rivoluzionaria, che ha rivoluzionato il mio modo di approcciarmi alle persone e alle situazioni, volevo avere un’intenzione simile, non totalmente uguale a loro, perché ci tengo alla mia identità, al mio stile e alla mia impronta caratteristica; volevo guardare negli occhi una persona e ispirarla tanto quanto loro hanno fatto con me. Per questo amavo l’equilibrio che si riusciva a formare anche nei diversi ambienti, e di conseguenza in me.
