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Abbiamo già accennato al tema della crisi identitaria che il mondo della cooperazione sta attraversando in questa fase storica. L’aspetto più eclatante di questa crisi si è manifestato soprattutto nelle situazioni in cui alcune organizzazioni hanno utilizzato la forma cooperativa come comodo abito per nascondere nudità vergognose.

In questo contesto, la riforma del terzo settore sembra andare da tempo verso il modello dell’impresa sociale e in direzione di una significativa apertura al mondo profit. Crediamo che ciò possa almeno contribuire a chiarire quelle situazioni che abbiamo già nominato come travisamento dell’identità cooperativa, a prescindere dagli eclatanti casi giudiziari riportati dalla cronaca negli ultimi anni.

Per chi tuttavia, come noi, intende continuare a perseguire e valorizzare l’identità cooperativa in senso proprio, occorre trovare strumenti e modalità che alimentino – dentro e fuori l’organizzazione – cultura e pratiche di reale cooperazione.

In questa prospettiva riteniamo che fino ad ora vi sia stato un non sufficiente confronto e scambio tra le diverse esperienze di cooperazione. Abbiamo infatti sperimentato che esistono forme di gestione aziendale e metodi di lavoro che si dimostrano efficaci a questo proposito. Ci riferiamo in particolare al metodo di gestione dell’organizzazione che sopra abbiamo nominato come “policentrismo decisionale”. Tale condizione non è statica e raggiunta una volta per tutte, ma continua nel tempo a richiedere pensiero e attenzione per limitare derive e garantire efficacia. Oltre a questa essenziale condizione, vogliamo inoltre citare alcuni concreti strumenti per l’efficace “gestione aziendale cooperativa”: si tratta ad esempio della possibilità di predisporre percorsi interni – partecipati e trasparenti – di costruzione del budget e degli obiettivi dell’anno; della costruzione partecipata e condivisa delle strategie di medio-lungo periodo; della presentazione ragionata ai soci (in assemblea) dell’analitica di bilancio.

Sul versante esterno all’organizzazione, vogliamo sottolineare come primo aspetto la necessità che i committenti delle cooperative attuino forme di controllo efficaci rispetto agli impegni contrattuali sottoscritti da queste ultime in occasione di gare e appalti. Ci pare infatti che la tacita o implicita deroga ad aspetti di qualità organizzativa e professionalità operativa contribuisca ad indebolire gli aspetti più significativi dell’essere e del “saper fare” delle cooperative, e tenda ad alimentare nei fatti un perverso “gioco al ribasso” tra di esse.

Un secondo e più ampio aspetto concerne poi a nostro parere la possibilità che gli organismi di rappresentanza della cooperazione mettano in campo forme di tutela effettiva dei valori e del “capitale invisibile” della cooperazione, evitando atteggiamenti lobbistici e consociativi. Ci pare che una possibilità concreta e utile su questo versante potrebbe essere quella di realizzare e applicare un sistema di “rating della cooperazione”, capace di valutare e rendere visibile il livello di reale adesione identitaria al modello cooperativo delle singole organizzazioni (es. democraticità interna, trasparenza, partecipazione attiva da parte di tutti i soci, rapporto tra condizione lavorativa e imprenditorialità condivisa).