Farsi carico del futuro dei ragazzi accolti in comunità era un impegno esplicito nel patto tra i soci fondatori di COMIN, anche in considerazione delle caratteristiche dei ragazzi inseriti in comunità all’inizio. Con la crescita degli interventi e il cambiamento delle situazioni è rimasta comunque una sensibilità presente nella cooperativa a trovare forme di sostegno per i ragazzi in uscita, non solo dalle nostre comunità, ma in generale in dimissione dal sistema di cura.
L’esperienza degli appartamenti per l’autonomia di via dei Giaggioli a Lorenteggio rappresenta la prima situazione concreta posta in campo a questo proposito. Forti della collaborazione avviata con il Progettoinrete, La Cordata, Comin e La Grande casa, hanno costituito la Joint venture Verso l’autonomia per presentare al Comune la proposta di avviare all’interno di quattro piccoli appartamenti di edilizia pubblica un servizio per l’autonomia di ragazzi in uscita dalle comunità. Anche in questo caso ciò è stato possibile grazie all’inserimento nel primo piano Infanzia 285 del Comune di Milano del progetto presentato, Verso l’autonomia. Durante la prima triennalità, in realtà più breve di un triennio, in sostanza la maggior parte del lavoro si è concentrato sulla ristrutturazione degli appartamenti, concessi in affitto alla JV. Per questo si è reso necessario presentare un progetto anche nella seconda triennalità, dal titolo AXA: Appartamenti per l’autonomia. Vedi Scheda 285. La sua approvazione ha reso possibile nel 2002 l’avvio degli interventi con i primi ragazzi: come detto si trattava di ragazzi/e in condizioni di disagio, generalmente al termine di percorsi di accoglienza in comunità, che si trovavano nella situazione di dover progettare una gestione autonoma della propria vita e che non potevano avvalersi di un sostegno nel proprio ambito familiare e parentale o nel contesto sociale nel quale erano inseriti. Si trattava di giovani di età compresa tra i 18 e 21 anni e il progetto prevedeva un sostegno al massimo di tre anni.
L’obiettivo era quello di offrire loro un periodo di accompagnamento all’autonomia all’interno di spazi di vita protetti, con il supporto di figure educative. Con ogni ragazzo si definiva un progetto personalizzato che consentisse di stabilire obiettivi a breve e a lungo termine, orientati al raggiungimento di una completa autonomia (gestionale, economica, abitativa): veniva richiesto loro un impegno convinto e costante, anche attraverso la firma di un vero e proprio contratto. Vedi progetto con contratto
Dal 2002 il progetto si è rivolto anche a nuclei familiari seguiti dai Servizi Sociali e composti da madri con figli a carico. Sono state ospitate donne in situazioni di disagio economico, sociale e familiare. Veniva loro offerto un alloggio che rispondesse non solo a necessità abitative, ma desse loro la possibilità di sperimentarsi realmente e concretamente rispetto ad alcune dimensioni di vita autonoma, come donne e come madri. L’équipe offriva un supporto nella gestione dei figli, valorizzando le funzioni di cura, nell’ottica di una migliore qualità di vita per l’intero nucleo. Vedi progetto e protocollo mamma –bambino.
Oltre al lavoro con i ragazzi e con le mamme, un aspetto importante del lavoro svolto dal Progetto è rappresentato dalla costruzione di una rete di collegamento tra le diverse opportunità per i giovani presenti nel territorio.
Al termine della seconda triennalità il servizio proseguì in regime di convenzione fino al 2008, quando per motivi legati a limiti di tipo strutturali si decise che gli appartamenti di Via Giaggioli non fossero idonei per la gestione del servizio.
Passo adesso la tastiera a Barbara che fu educatrice del progetto e che ci racconterà con competenza e calore i ricordi dell’esperienza vissuta con i ragazzi e le mamme al Lorenteggio.
Quando Claudio mi ha chiamato per chiedermi di raccontare la mia esperienza al Pva mi ha aperto un cassetto dei ricordi.
Il Progetto Verso l’Autonomia era inserito all’interno di tre caseggiati di case popolari, ricchi di storie diverse.
Ed è proprio l’intreccio tra le storie dei ragazzi e delle mamme e quella degli abitanti di via dei Giaggioli che ha dato al progetto un respiro diverso, una ricchezza in più.
La possibilità di vivere il territorio non come ragazzi o mamme con storie difficili ma come semplici abitanti “perché diciamocelo qui ognuno di noi ha la sua storia e la sua fatica “(vicina di casa del 3 piano), ha permesso loro di creare opportunità d’incontro e di crescita che andavano oltre l’apporto dato dalla figura educativa.
Ho bene in mente durante una nevicata i ragazzi degli appartamenti che spalano la neve dalla salita che portava alle scale e il caffè offerto dalla signora del 1 piano, così come ricordo bene le nostre “sentinelle” del palazzo che ci bussavano alla porta dell’ufficio con qualche scusa, per farci capire che i ragazzi del piano terra esageravano la sera.
Il territorio è stato un forte alleato educativo del progetto Pva e gli educatori del progetto sono stati per il territorio precursori di quello che anni dopo sarebbe stato chiamato lavoro per la coesione sociale.
Il servizio ha avuto lo spazio per sperimentare progettualità sempre differenti e innovative, pensate su misura per ogni ragazzo o nucleo accolto: ad esempio sperimentare di ri accogliere agli arresti domiciliari un ospite, arrestato mentre era inserito nel progetto, per permettergli, in accordo con il datore di lavoro, di continuare a lavorare oppure creare uno spazio di ascolto e confronto educativo con i genitori di un ragazzo adottato accolto, accompagnandoli a replicare il modello di “distanza fisica ma vicinanza educativa” anche dopo il Pva.
È stato nella mia esperienza un servizio vivo e generativo, che si basava sul permettere ai ragazzi e alle mamme di mettersi alla prova nella realtà, avendo ancora una rete di protezione in caso di caduta, iniziando però a trovare degli appigli nei vicini di casa, nel territorio, nel lavoro, a scuola… Insomma un progetto che come avrete capito mi è rimasto nel cuore!
