BACK TO THE FUTURE. ESTATE 2003 – ESTATE 2023. LE ORIGINI DELLA STORIA COMIN ALL’ANFITEATRO MARTESANA DALL’ATTUALE OSSERVATORIO DI MOSSO.
Com’involo mette a durissima prova la mia memoria e mi chiede di ricordare i primi tempi dell’esperienza Anfiteatro Martesana, quando l’Anfiteatro che (come enunciava uno slogan che mi ero inventato) “non sta(va) né in cielo né in terra”, c’era e…non c’era davvero. Proverò per questo a raccontarvi cosa, in particolare, facemmo nel settembre del 2003, cogliendo come pretesto che possiamo festeggiarne il “compleanno”: sono passati giusto vent’anni tra quegli eventi e la vostra lettura (se avrete la bontà di procedere) di quest’articolo.
Bisogna prima ricostruire un po’ storia e contesto. Mi aiutano una serie di documenti, soprattutto una relazione che scrissi a chiusura di quel mese molto animato. Fa un certo effetto ritrovarsi in quelle pagine, mai più rilette. Fra l’altro io, l’anno seguente, feci altre scelte di vita e lavoro e sono riapprodato in Comin solo da poco, vivendo oggi, dal suo primo giorno di vita, un anno fa, l’esperienza di “Mosso”, l’hub di comunità in cui la cooperativa è coinvolta e che affaccia su via Padova e sul Parco Trotter.
Macchina del tempo, allora, 20 anni indietro…destinazione: da queste parti. Socio lavoratore sia della Comin, sia della coop sociale Grado 16, io lavoravo nell’estate 2003 per il progetto “The Smart Set! – Il bel mondo dei giovani all’Anfiteatro Martesana” finanziato dalla Fondazione Cariplo a queste due realtà e alla coop sociale La Cordata.
La progettualità promozionale più complessiva in cui s’inseriva l’avevo potuta seguire fin dall’inizio, educatore dall’ottobre 2000 al CAG Padova Tribe con Elza Daga (la nostra attuale Presidente), come equipe venimmo a sapere del bando con cui il Municipio 2 rendeva disponibile la struttura chiusa ed abbandonata che avevamo ben presente, a poca distanza dalla nostra sede di via Padova.
Anche per il mio legame con Grado 16 (in cui ero entrato dopo aver aderito ad un loro percorso formativo per “Animatori di Progetti Giovani” molto improntato alle dinamiche di sviluppo comunitario), avevo partecipato con entusiasmo alla scrittura condivisa tra le tre coop di un progetto d’uso dell’Anfiteatro molto aperto e innovativo (per i tempi) con cui candidavamo il nostro partenariato a fare della struttura un polo attivo di promozione sociale e culturale (oggi si direbbe un “hub di comunità”), sviluppare rete con gli altri attori territoriali, valorizzare il patrimonio ambientale e la storia dei luoghi. In continuità con le attività del CAG (che sarebbe poi andato a chiudere a fine 2001), Comin e soci volevano rivolgersi soprattutto ai giovani del territorio “porsi come attivatore e coordinatore di attività di prevenzione ed intervento sul disagio minorile e giovanile”.
Molte le realtà e situazioni locali che coinvolgemmo, in fase di presentazione e sulla base delle conoscenze già esistenti in particolare l’Associazione Villa Pallavicini, l’associazione sportiva ACF Amici della Canoa Fluviale e la Legambiente Crescenzago. Dopo alcuni mesi, nel maggio 2001, avevamo potuto festeggiare (sic!) l’assegnazione all’ATS guidata da Comin dello spazio. L’entusiasmo era destinato a spegnersi nei mesi successivi alla “vittoria”. Mesi che avrebbero dovuto soltanto prevedere dei piccoli lavori di adeguamento ma rivelarono l’incubo: la ricostruzione del nostro Architetto Montafia e le perizie di un ingegnere incaricato dal Comune, ci portarono all’amara conclusione che l’Anfiteatro messo a bando aveva una storia di errori alle spalle e, di fatto, era inagibile come luogo per le attività che avevamo previsto e per la cui realizzazione, non avendo previsto il Municipio risorse in tal senso, avevamo già scritto e presentato per il finanziamento altri progetti che ne prevedevano l’impiego.
“Ma quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare” citando un famoso film. Le tante forze che si erano coagulate (in virtù non di un vago sogno, ma di un bando pubblico vinto) intorno all’idea di aprire al quartiere e alla città quegli spazi nascosti sotto la collina erbosa e le gradinate (nel frattempo pure transennate!), decisero di promuovere con noi delle iniziative per sensibilizzare i cittadini e spingere l‘Amministrazione a fare velocemente i lavori necessari.
Quindi già da settembre 2001, invece della festa d’inaugurazione, avevamo realizzato degli eventi (di “non inaugurazione”!) nell’area antistante l’Anfiteatro in forma del tutto spontanea e volontaria, ripetendoli, più organizzati, l’anno seguente. “Segnali di vita dallo Spazio…Smartez”: questo lo slogan e Rete Smartez il nome collettivo di chi univa le forze per realizzare queste attività (ed altre durante l’anno).
Le risorse dei progetti che via via si attivavano (dapprima tarati sull’uso del nuovo spazio e poi tutti da rivedere e rimodulare, sia “The Smart Set!” che ero andato ne frattempo a coordinare, sia “VerdeMartesana” approvato nell’ambito degli interventi Legge 285) ci permettevano così, all’inizio dell’estate 2003, di definire un programma settembrino di più settimane di attività, di affittare una tensostruttura, adatta contro ogni possibile avversità atmosferica e bella visibile anche da lontano (il nostro piccolo “Pala-Martesana” di 10 per 15 metri), di organizzarci anche per avere un servizio di ristoro (in collaborazione con Villa Pallavicini). Complessivamente una spesa importante, ma coerente: Fondazione Cariplo, aveva sostenuto la rimodulazione sposando l’obiettivo di rendere pubblica la questione di questa risorsa inutilizzata e sollecitare partecipazione popolare, attenzione dei media (e riuscimmo a far parlare di noi stampa e tv), e intervento politico-istituzionale.
La “relazione sulle attività” scritta in quei giorni di vent’anni fa, mi aiuta a rimettere in fila il programma che per un mese offrì un palinsesto co-costruito e ricco di opportunità per tutta la cittadinanza.
Promuovemmo dibattiti su tematiche importanti:
- “L’Anfiteatro ed altre storie: avventure e disavventure urbane” partendo da noi per parlare delle trasformazioni urbane allora in corso e delle opportunità/problemi di spazi sociali che lavorano in chiave di aggregazione, promozione, socialità, attenzione ai giovani ed alla dimensione comunitaria. Organizzata insieme all’associazione PeACe – Periferie Al Centro, tra gli ospiti il Prof. Gabriele Pasqui del Politecnico e chi animava le esperienze di Palazzo Granaio (Settimo Milanese), Aurora (Rozzano), il Barrio’s di Milano.
- “Città insostenibile?! Qualità della vita, ambiente, consumo critico…” con rappresentanti di ACEA, Cooperativa Chico Mendes, Legambiente Crescenzago, Gruppo Consumo Critico MSF e Mag 2.
- “Tra il dire e il fare…cooperazione sociale: potenzialità, contraddizioni, prospettive del fare lavoro ed impresa sociale a Milano” promosso dal Gruppo di Contatto (allora laboratorio milanese di ricerca tra cooperative sociali rappresentato nel dibattito dai presidenti di Comin, La Grande Casa, Diapason, La Cordata, Grado 16).
Vari furono i momenti d’incontri per genitori, i laboratori e le animazioni per i bambini curate da PeACe – Periferie Al Centro, dal progetto “Reazione a catena” (che coinvolgeva Comin, La Grande Casa, La Cordata e l’associazione Archè), “il laboratorio di arti circensi” e “lo spettacolo dei magi pasticcioni” a cura dell’ educ-attore Enzo Biscardi allora nella ADM Comin (oggi autore, attore, regista del Teatro Officina), lo spettacolo “Chi vuol esser sordo sia” dei Mal Traa in Pe’, attori-genitori della scuola elementare di viale Zara, una compagnia amatoriale con la regia volontaria, ma professionale, di Roberto Corona (grande artista prematuramente scomparso l’anno scorso). Altra animazione offriva Ditta Gioco Fiaba (realtà ancora molto attiva in zona ed in città), e altri spettacoli Koron Tlè e Teatro del Sole.
Bimbi e ragazzi ebbero la possibilità di partecipare ad attività sportive grazie agli appuntamenti settimanali di “Pallavolo, calcio e poi…” curate nell’ambito del progetto Verdemartesana da UISP, associazione che ci aiutò anche nella realizzazione di altri due momenti: la discesa della Martesana in canoa, possibile per circa 50 bambini grazie all’impegno degli Amici della Canoa Fluviale ed al supporto del club Gente d’Acqua e “Tappi, biglie e giochi curiosi” contest realizzato dall’Accademia del Gioco Dimenticato (del compianto Giorgio Reali).
Per gli adulti, tante serate con una multiforme offerta e la presenza di un centinaio di persone a sera come media. Tra le proposte: una cena multietnica, il ballo liscio e le altre danze (revival, latinoamericane, ecc.) dell’applauditissimo duo femminile delle Giroingiro, l’altrettanto apprezzata serata di musica cubana con il gruppo dei Cianfuegos (con doppio spettacolo per accogliere degnamente, a mezzanotte, i ciclisti arrivati in gran numero, a conclusione di un ormai classico giovedì sera cittadino di Critical Mass), le pizziche e le tammurriate degli Streuza, musica classica e poesie contro la guerra con Associazione Rossini. Ancora, sul tema memoria storica, una serata col drammaturgo, regista e attore Renato Sarti del Teatro della Cooperativa e lo spettacolo multimediale “Milano ferita” sui bombardamenti del 1943 a Milano (a Gorla particolarmente devastanti) possibile grazie alla collaborazione con Fondazione Humaniter, Società Umanitaria, Museo della Pace – Piccoli Martiri di Gorla.
Ultimo ma non ultimo il ricordo delle attività con e per i giovani realizzate insieme all’équipe di Educativa di Strada attivata in quegli stessi anni da Comin: una serata con un giovane DJ di musica house ed hardcore, la proiezione di un video a cura di Isola TV e BeeMovieMENT, le opere ed installazioni di giovani artisti. E ancora l’esibizione di capoeira (danza-lotta brasiliana) del gruppo Sou Eu, il match d’improvvisazione teatrale proposto da Imprò, il concerto reggae-ska-patchanka dei Giudabasso.
Che offerta pazzesca di opportunità aggregative e festa per la comunità locale, non trovate? E che “sbatti!” ovviamente, ma nel ricordo tutto sfuma in positivo. In quel report di vent’anni fa oltre alla “cronaca” mi allargavo a delle considerazioni che trovo ancora sensate (strano…almeno per un iper auto-critico patologico) addirittura un po’ preveggenti.
Attualmente sono ancora inserito in un progetto complesso e che punta molto sulla sua connessione col territorio (più o meno lo stesso), un progetto che nasce da una coalizione di soggetti, in una dinamica col Pubblico, pensando di avere con la variegata comunità sociale una continua interlocuzione. A differenza dell’Anfiteatro “che non c’era” (diventato realtà solo dopo dieci anni da quei primi sforzi), questa volta sono entrato in gioco a cose fatte, dopo anni di traversie (anche qui circa una decina, questa dev’essere la pazienza degli innovatori?) in cui l’ex convitto Trotter è faticosamente diventato “Mosso”, vicende seguite da altri “tosti” colleghi. Il mio primo giorno di lavoro qui è stato proprio quello dell’inaugurazione nell’estate 2022 ed ho potuto festeggiare, il 16 giugno 2023, il primo compleanno di questo hub che unisce ristorazione ed attività culturali e sociali.
Guardando al contesto ed ai dati di vent’anni fa resta la zona più multiculturale di Milano, ma non è più la meno punteggiata di reti sociali e risorse aggregative, spazi culturali, sportivi, ecc. Esistono aree di povertà e difficoltà, ma esiste anche una pluralità di spazi d’incontro, realtà attive, reti, luoghi di produzione sociale e culturale, servizi e risorse sociali accessibili, inimmaginabili a quel tempo ed in cui “Mosso” può giocare un ruolo importante come attore e connettore. Chiudo con quelle parole “antiche” che mi paiono ancora valide, dopo vent’anni rispetto al modo di porsi davanti ad esperienze come l’Anfiteatro e l’ex convitto/Mosso.
“Nonostante i momenti di depressione, la nostra volontà di non lasciar “cadere la cosa” (umorismo!) è forte, sostenuta dalla capacità di accogliere le crisi e le difficoltà anche come scenari di opportunità. L’esperienza è stata finora generativa d’incontri che hanno trasceso spesso l’occasionalità, trasformandosi in iniziative, collaborazioni e progetti che hanno rafforzato, dentro e fuori Comin, l’idea o la speranza che la cooperativa possa:
- trovare strade efficaci di comunicazione con la politica “ufficiale”, l’opinione pubblica e i media, richiamando alle loro responsabilità gli amministratori del patrimonio pubblico;
- farsi forte di una legittimazione che nasce da relazioni significative con tante persone e con le varie espressioni, più o meno organizzate, della cittadinanza attiva;
- interpretare una concezione e pratica della cooperativa sociale quale promotrice di sviluppo locale, catalizzatrice di energie e risorse, soggetto attivo di politiche territoriali che nascono “dal basso”;
- individuare anche strade autonome ed inedite per reperire fondi privati che la sostengano in questo ruolo pubblico di tutela e garanzia rispetto ad obiettivi largamente condivisi ed interessi inascoltati della comunità.
La cooperativa è per noi impresa (dunque pronta al rischio, seppure attenta alla sostenibilità economica delle proprie azioni) solidale e comunitaria (dunque attenta ai bisogni ed ai diritti dei cittadini, a riconoscere e valorizzare le competenze, a connettere le risorse, nello sforzo – ormai immane – di costruire e sostenere nei territori i legami sociali, contro le derive di frammentazione e solitudine), politica e culturale (dunque portatrice sana – ma oggi decisamente controcorrente – di valori, motivazioni, significati, spinte ideali concretamente vissute che non rendono vuote e retoriche parole come impegno, diritti e doveri di cittadinanza, libertà, democrazia, educazione, benessere delle persone e delle comunità)”. Vedi Articolo Cominforma 03
In fede (allora ed ora)
Massimo Zerbeloni
Ps chi fosse interessato può consultare le relazioni e i contributi fatti in quei giorni può consultare la parte specifica della sezione approfondimenti
