Dal 1979 si sviluppò nella Cooperativa un processo di revisione delle linee di intervento e A partire dal 1987, anche in seguito all’avvio del servizio ADM, si è registrato un sensibile ampliamento della base sociale della Cooperativa. Ciò ha portato all’esigenza della ridefinizione e dell’approfondimento dei valori sottostanti l’esperienza della Comin, in modo che diventassero patrimonio comune.
Cooperazione di solidarietà sociale
“La gestione del servizio è quindi per noi una forma pregnante per concretizzare una tensione di solidarietà nei confronti di una situazione di bisogno sperimentato all’interno della comunità sociale. Nel volgere dell’esperienza abbiamo progressivamente preso consapevolezza del fatto che la “gestione del servizio” rischiava di essere un’esperienza limitata, asfittica se non si apriva all’assunzione del “problema” nella sua complessità. E’ andata via via prendendo forma la ricerca di una presenza complessiva all’interno del contesto sociale”(Vedi documento 25).
Verifica e revisione continua degli interventi
“È d’altronde evidentemente importante verificare, di quando in quando, se l’intervento attuato corrisponde agli obiettivi di fondo o se invece, dato il continuo mutare dei termini del problema, esso non rivesta per caso un significato diverso da quello prefigurato. L’elemento che ha determinato più di altri le scelte ed i cambiamenti che via via abbiamo fatto (es.: fino alla creazione di un servizio ADM), è stato quello di riferirsi al grado di consapevolezza ed al mutare dei termini del problema iniziale”(Vedi documento 25).
Impegno diretto e denuncia politica
“La Comin si pone come momento catalizzatore di risorse partecipative attivate per dare una risposta ad un bisogno presente nella società. In questo modo ci si ricollega ad un concetto particolare di partecipazione politica: una parte di società che si auto-organizza per contribuire a costruire le risposte ad un problema sociale riscontrato, congiungendo la denuncia politica all’assunzione diretta di un impegno fattivo”(Vedi documento 25).
Responsabilità sociale e disagio minorile
“Il campo in cui si esplica l’attività della Cooperativa è quello del disagio familiare e del conseguente abbandono minorile. L’obiettivo è una presa incarico responsabile del problema da parte della società che possa portare, quando possibile, ad evitare l’abbandono familiare, oppure a garantire, quando necessario, il ricorso a quelle soluzioni alternative alla famiglia dove si diano risposte soddisfacenti ai bisogni ed ai diritti del bambino”(Vedi documento 25).
Professionalità nella gestione dei servizi
“La gestione di servizi, adatti a questo scopo, è forma pregnante ma non esclusiva con la quale si cerca di raggiungere questo obiettivo. Rispetto a tale gestione non si può prescindere da un intervento che rivesta i caratteri della maggior professionalità, intesa come consapevolezza e competenza – circa le connotazioni assunte dal bisogno – e come capacità di attivare risposte adeguate”(Vedi documento 25).
Collaborazione con l’ente locale e non sua sostituzione
“Tipo di rapporto con l’Ente locale: la gestione diretta dei servizi di competenza dell’Ente locale non rappresenta un sostituirsi ad esso né un misconoscere i doveri e le responsabilità proprie dell’Ente locale. Consideriamo infatti i nostri servizi come inseriti all’interno della rete di servizi organizzata e gestita dall’Ente locale. E’ da ripuntualizzare anzi, a questo riguardo, il nostro intento di voler stimolare gli Enti pubblici competenti e la popolazione ad una assunzione corretta delle proprie responsabilità” (Vedi documento 25).
Cooperativismo – democraticità
“È stata scelta una struttura giuridica di tipo cooperativo perché giudicata la più idonea a garantire una effettiva corresponsabilità tra i soci ed una democraticità gestionale. Si è poi cercato, nella gestione delle iniziative, di mantenere sempre vive queste caratteristiche. Con l’ampliarsi dell’intervento, infatti, ci si è suddivisi le responsabilità tramite una reciproca delega di tipo orizzontale. La struttura cooperativa appare funzionale anche in riferimento all’obiettivo di creare un servizio deistituzionalizzante; questo avviene sotto due aspetti: da una parte infatti è caratteristica determinante di tale servizio il fatto che l’operatore sia corresponsabile nelle scelte che riguardano la gestione ai vari livelli, dall’altra appare preferibile una organizzazione del lavoro flessibile che — senza rigidi schemi prefissati — si strutturi in modo da soddisfare entrambi i termini del “binomio” (bisogni del minore/bisogni e competenze dell’educatore)”(Vedi documento 25).
Adeguata retribuzione
“Un elemento indispensabile risulta essere un adeguato rapporto lavorativo o a tutelare i “giusti diritti” dei prestatori d’opera, così da non compromettere una continuità dell’intervento”(Vedi documento 25).
Attenzione al ruolo all’interno del sistema
“Il fatto di porre attenzione alla professionalità dell’intervento e alla definizione di un metodo di lavoro sempre più efficace non deve distogliere l’attenzione dalla riflessione sul significato che assume il servizio all’interno del sistema”(Vedi documento 25).
Tra utopia e quotidiano
“Il significato ultimo di questa scelta di condivisione non è soprattutto quello di evitare che individui esclusi dalla vita sociale possano danneggiare il sistema che li ha esclusi, quanto piuttosto cercare le “Fa parte delle nostre aspirazioni voler coniugare, nella realizzazione dei nostri impegni, la semplicità e la concretezza quotidiana con le spinte utopistiche che determinano l’esistenza ed il divenire della nostra cooperativa. Abbiamo già aperto, altre volte, la riflessione sul rischio che corriamo, nel corso dei nostri interventi, di svolgere un ruolo di razionalizzazione e quindi funzionale ad un sistema ingiusto, lo stesso che contribuisce a determinare con l’emarginazione i problemi per cui lavoriamo. Per fare questo è nostro intento unire, nel nostro intervento, ad un “cuore grande che accoglie” una “mente lucida” che sappia cogliere le implicanze e le contraddizioni (a volte feconde) del nostro ruolo. Una mente aperta ad immaginare le forme idonee e gli strumenti che rendono possibile sia il protagonismo individuale che una positiva significatività sociale della marginalità. Ciò può avvenire con modalità molto differenti secondo i molteplici aspetti del nostro intervento e delle contraddizioni ad esso connesse”(Vedi documento 32).
Autofinanziamento
“Tra le possibilità di risoluzione dei problemi che questa strada ci ha aperto, la via dell’autofinanziamento è forse difficile ma appare per noi la più praticabile oltre che significativa. In questo modo i nostri risparmi, senza che perdano il loro valore economico, possono essere investiti per produrre, nella società, solidarietà verso situazioni di bisogno e superamento di ingiustizia.
Le garanzie che ci servono in questo investimento si basano sulla fiducia nelle persone che agiscono (gli altri soci) e sulla credibilità e fattibilità dei progetti di intervento, oltre naturalmente che sulla loro efficacia. Questo criterio di comportamento, pur nella sua piccolezza, potrebbe rivestire un significato di utopia, potenzialmente dirompente, nei confronti dei criteri opposti che determinano il funzionamento del mondo finanziario”(Vedi documento 32).
Rispetto antropologico
“Si guarda alla famiglia (dell’utente) come un prodotto e produttore di cultura diversa ma non per questo opinabile e, specialmente, da cambiare. Non si cambia una cultura né i paradigmi che ne derivano; si può osservare e confrontare, per sottolineare in quale punto di tali paradigmi si annidi eventualmente un disagio; chiamiamo tutto questo “rispetto antropologico”, nel senso di rispetto per ogni cultura e la sua morfologia”(Vedi “Assistenza domiciliare come intervento preventivo”, in Cominciance, marzo 1990).
“Riguardo alla definizione prima, e al giudizio poi, è utile tenere conto dell’incidenza che potrebbero avere a questo riguardo le differenze culturali, di classe o di vissuto, oppure le implicanze socio-economiche dei problemi”(Vedi Cominciance, novembre 1990, pag. 6).
Elaborazione
“Si è individuato un obiettivo importante specifico del Terzo Settore: essere il punto di riferimento per gli altri settori rispetto alla riflessione interna della Cooperativa, essere stimolo, raccolta e momento di coagulo in modo da poter diffondere i contenuti e l’elaborazione; […] individuare un gruppo di persone che abbia il compito di mettere per iscritto il “fare” e il “pensare” della Cooperativa, al fine di utilizzare questo materiale internamente nell’ambito della Cooperativa, come pista di riflessione o per diffonderlo”(Vedi documento 37).
Integrazione interna
“Il nostro obiettivo allora è che l’intervento ADM, la gestione delle comunità alloggio e le altre iniziative Comin siano, in senso non mistificatorio ma reale, ad un tempo frutto e radice del medesimo processo di cambiamento, siano cioè effetto di un unico e reale progetto cooperativo”(Vedi documento 24). “A questo punto del lavoro di revisione si inserisce un’ulteriore esigenza: quella di integrare e far crescere “in sintonia” i due servizi (comunità alloggio e ADM) che, tutto sommato, fino ad ora hanno avuto uno sviluppo separato”(Vedi documento 25).
Coordinamento con le altre esperienze
“Per rendere più praticabile la strada che stiamo per prendere, si mostra molto e un collegamento con altre cooperative di solidarietà sociale, che si possono trovare nella nostra stessa situazione, e con iniziative che nel nostro settore si rifanno agli stessi valori (es. CNCA – Coordinamento Nazionale Centri Accoglienza).
Questo col duplice scopo di:
- rendere più praticabile questa strada obbligatoria ma difficile;
- aumentare il peso ed il significato sociale di atteggiamenti o realtà che per ora appaiono solo marginali o perdenti(Vedi documento 32).
“Lavoro di coordinamento con altre cooperative per quanto riguarda la progettualità nei confronti degli Enti locali (progetti di consulta) e per uno scambio reciproco di esperienze e acquisizioni di fondo riguardo i diversi interventi”(Vedi documento 25).
Accoglienza – condivisione – sviluppo della persona
“La Comunità, pur rivestendo formalmente i connotati di un Servizio Sociale inserito all’interno della rete complessiva dei Servizi del settore materno infantile, fonda le radici e trae la ragione d’essere in una scelta di accoglienza e di condivisione con chi subisce il disagio sociale. Anche l’impostazione Educativa della Comunità assume quindi significato e vigore da questa istanza etica di riferimento”(Vedi documento 27).
Valorizzazione della famiglia d’origine
“Si può osservare che, per quanto riguarda il rapporto con la famiglia, la nostra scelta è quella di un atteggiamento solidale con attenzione ad una gestione corretta delle dinamiche; abbiamo infatti notato, nel corso della nostra esperienza, l’efficacia di questo atteggiamento che a volte ha prodotto delle modificazioni importanti ai fini del buon esito del progetto e che ha permesso la continuazione del rapporto anche dopo il rientro in famiglia”(Vedi documento 27). “Ci siamo resi conto che il nostro servizio, pur essendo centrato quotidianamente sul rapporto col minore, diventa in ultima analisi un servizio alla famiglia in difficoltà nel momento in cui si cerca di coordinare l’intervento educativo con quello della famiglia, fornendo un contributo al superamento delle difficoltà educative riscontrabili in questo ambito, attraverso la stimolazione delle potenziali risorse educative presenti. Questo ci porta a pensare continuamente, a seconda delle specificità di ogni situazione, nuove forme di coinvolgimento della famiglia nella gestione del progetto educativo ai diversi livelli”(Vedi la relazione di Claudio Figini al convegno “Le Comunità per minori: esperienze a confronto”, del settembre 1989, disponibile presso il Centro Studi Comin).
Integrazione nella rete dei servizi – Autonomia nell’esercizio delle competenze specifiche
“Le nostre comunità sono inserite all’interno della rete dei servizi del settore materno infantile. Avendo individuato una specifica fascia di utenza, senza quindi contrapporsi ad altre risorse, cercano di collaborare in modo particolare con il servizio sociale di base competente del caso ed eventualmente con altri servizi e istituzioni (SIMEE, scuola, T.M. etc.) che intervengano su di esso. Riguardo al rapporto col servizio sociale di base, si sono individuate le reciproche competenze”(Vedi documento 27). “Il nostro intervento educativo, per non essere sterile, necessita del contributo e di un reale coordinamento tra i diversi livelli istituzionali coinvolti nella gestione del progetto globale. Ciò presuppone la consapevolezza della specificità del proprio ruolo, con i relativi compiti, all’interno del progetto globale”(Vedi la relazione di Claudio Figini al convegno “Le Comunità per minori: esperienze a confronto”, del settembre 1989, disponibile presso il Centro Studi Comin).
Per una diversa normalità
“Un intervento di comunità deve favorire le potenzialità positive interessandosi della salute e non della malattia. Si tratta di fare emergere le risorse del territorio consci che solo una solidarietà attiva tra le persone può dare una risposta a problemi di fronte ai quali i Servizi si arrendono impotenti; solo l’emergere delle potenzialità positive di una Comunità può riuscire ad incidere sulle cause che concorrono a strutturare il disagio”(Vedi la “Proposta per l’avvio nel 1991 di un nuovo centro di aggregazione per adolescenti da aprire in zona 10” contenuta nella lettera di convocazione alle assemblee del 22 e 29 ottobre 1990; disponibile presso l’archivio del Centro di Prevenzione).
“Tema centrale del lavoro nella Comunità riguarda lo sviluppo del sistema in formale di aiuto (Intervento di rete) composto da parenti, amici, vicini di casa, colleghi di lavoro ecc., a fronte di un sistema di aiuto formale costituito dagli operatori dei Servizi nei confronti dei quali è sempre più accentuata la delega dei problemi”(Vedi la “Proposta per l’avvio nel 1991 di un nuovo centro di aggregazione per adolescenti da aprire in zona 10” contenuta nella lettera di convocazione alle assemblee del 22 e 29 ottobre 1990; disponibile presso l’archivio del Centro di Prevenzione). “La Cooperativa condivide la scelta del CNCA di condivisione e solidarietà per una diversa normalità “(Vedi la lettera di richiesta di adesione al CNCA del giugno 1989, disponibile presso il Centro Studi Comin).
Prevenzione
“Il progetto di prevenzione al disagio minorile si sviluppa nell’ambito degli interventi di prevenzione primaria con l’intento di intervenire non tanto sugli effetti del disagio (situazioni individuali di disagio conclamato) quanto sulle cause dello stesso (qualità della vita), spezzando così il ciclo continuo che porta al determinarsi di sempre nuovi “casi” di disagio”. “Il presente progetto non vuole dunque attuare un intervento di prevenzione sostituendosi alla comunità; si propone invece di aiutare la comunità a fare essa stessa opera di prevenzione al proprio interno, promuovendone la competenza, la responsività e la responsabilità.
L’attività preventiva viene così a risolversi nel modo stesso di essere e di agire della comunità, nella sua capacità di definire i parametri sui quali misurare il proprio benessere e nelle azioni che la comunità intraprende per promuoverlo. Lo sviluppo delle capacità preventive della comunità si configura come esito di un processo partecipativo, promuovere il quale è in definitiva la finalità del presente progetto”(Vedi il documento “Prima fase del programma operativo del Centro di Prevenzione al disagio preadolescenziale in zona 10” del 20 maggio 1991).
Partecipazione
“Inoltre in campo sociale, perché qualsivoglia intervento sia efficace, è necessario che gli interessati non siano l’oggetto di azioni condotte da altri che hanno saputo leggere i loro bisogni e hanno deciso come affrontarli, ma siano coinvolti in prima persona nella lettura dei loro bisogni e nella scelta delle strategie per risolverli, mettendo in campo tutte le loro risorse”(Vedi il verbale dell’assemblea del settore prevenzione del 7 ottobre 1991 disponibile presso l’archivio del Centro di Prevenzione).
“La metodologia che intendiamo adottare è quella dell’organizzazione di comunità (odc). Per odc intendiamo la mobilitazione di risorse umane nella identificazione e soluzione dei problemi che risiedono nella comunità. Questa metodologia attiva un processo mirante da una parte a favorire la collaborazione e l’integrazione tra gli appartenenti alla comunità stessa (individui-individui, individui-gruppi, individui-gruppi-servizi…) e dall’altra a sviluppare la partecipazione nella individuazione dei problemi, delle risorse e delle strategie attuabili per la soluzione. Da ciò deriva che il processo dell’odc non si esaurisce nell’identificazione e soluzione del problema ma sviluppa competenze e abilità collettive tra i membri della comunità stessa”(Vedi il documento “Prima fase del programma operativo del Centro di Prevenzione al disagio preadolescenziale in zona 10” del 20.05.1991, disponibile presso il Centro Studi Comin).
“Gli obiettivi del progetto sono quindi:
– stimolare il coinvolgimento e la partecipazione delle persone toccate dalla problematica (disagio preadolescenziale) nell’individuazione dei problemi più sentiti e più urgenti e nell’identificazione e realizzazione delle possibili soluzioni”(Vedi la “Breve presentazione del progetto di prevenzione al disagio preadolescenziale in atto nel quartiere Turro di Milano” del 26.10.1992, disponibile presso l’archivio del Centro di Prevenzione).
Territorialità
“Alla base dell’attività del Centro è la convinzione che interventi preventivi rivolti in campo sociale a categorie specifiche, finiscano col dimostrarsi poco efficaci. Infatti, essendo la persona umana un soggetto in relazione con l’ambiente umano e fisico in cui è inserito ed essendo, quindi, il suo benessere indiscutibilmente legato a quello del contesto in cui si trova, è proprio attraverso interventi rivolti a tutto il contesto di cui il singolo è parte integrante che si possono ottenere risultati apprezzabili e duraturi. Pertanto l’attività del Centro si rivolge al territorio”(Vedi il verbale dell’assemblea del settore Prevenzione del 7.10.1991).
“Gli obiettivi del progetto sono quindi
– […] – favorire lo sviluppo del senso di appartenenza delle persone (minori e loro adulti di riferimento) al proprio territorio (comunità) e del senso di influenza delle stesse persone rispetto a quel che succede nel loro territorio; – favorire la formazione di una rete sociale, cioè l’instaurarsi di relazioni significative tra le persone nel territorio, che renda possibile lo sviluppo di una cultura del confronto e del rispetto della diversità “(Vedi la “Breve presentazione del progetto di Prevenzione al disagio preadolescenziale in atto nel quartiere Turro di Milano” del 26.10.1992, disponibile presso l’archivio del Centro di Prevenzione) “Ma è necessario che tale territorio ci sia di fatto, e non solo in termini di servizi decentrati, ma anche in termini di relazioni sociali. La soluzione del disagio passa attraverso un territorio considerato non, ideologicamente, come di per se stesso magico risolutore dei problemi ma come ambito di possibili re lazioni significative. Tali relazioni non esistono di fatto, come dimostrano l’anomia e l’individualismo diffusi nei contesti urbani, ma come possibilità. Obbiettivo della ricerca intervento è anche attivare tali relazioni, contribuendo anche attraverso di esse a prevenire l’insorgere di situazioni problematiche e a risolvere almeno in parte quelle conclamate”. “Attraverso la formazione di un tessuto sociale caratterizzato dal dialogo tra cittadini, servizi, istituzioni si può prevenire l’insorgere di situazioni problematiche o contribuire attivamente a risolverle. Il processo pone dunque al centro del suo divenire la comunità, protagonista del proprio sviluppo”(Vedi il documento “Prima fase del programma operativo del Centro di Prevenzione al disagio preadolescenziale in zona 10” del 20.05.1991, disponibile presso il Centro Studi Comin).
