Anche le formiche nel loro piccolo… l’appalto del ’93 a Milano
Già alla fine del quarto capitolo, dove abbiamo raccontato della nascita dell’ADM, abbiamo accennato a questo appalto. Abbiamo infatti riferito del documento presentato dal coordinamento degli enti gestori del servizio di ADM a Milano, per avviare un confronto con l’Amministrazione, in cui si sosteneva che la modalità di scelta per individuare i partner con cui gestire il servizio fosse inidonea. L’interlocuzione auspicata da questo documento ha avuto esito negativo (Vedi doc numero 42). Infatti il comune di Milano ha indetto una gara d’appalto a licitazione privata per l’assegnazione del servizio, dividendo la città in lotti che comprendevano due o tre zone del vecchio decentramento, e che sostanzialmente concentrava la valutazione sul ribasso economico. La Comin decise di partecipare nei due lotti in cui era già operativa e cioè quelli che comprendevano rispettivamente la zona 7 e la zona 10. In questo ultimo lotto l’esito fu nefasto, un colpo davvero terribile: il consorzio Città essenziale aveva presentato un ribasso davvero consistente e anomalo del 28%, ottenendo quindi l’assegnazione del servizio, che avveniva, come detto sopra, unicamente sulla base del maggior ribasso economico. Il grande dispiacere non rimase passivo: Comin cercò di reagire e lo fece in quattro modi. L’azione più significativa fu sicuramente il ricorso al TAR (Vedi doc numero 50). Possiamo in sintesi suddividere le tematiche esposte da questo ricorso in tre parti: la prima parte tratta in maniera estesa dell’oggetto del servizio, e cioè il servizio di assistenza domiciliare, evidenziandone soprattutto la delicatezza e la conseguente necessaria preparazione professionale degli operatori chiamati ad operare con le famiglie. Tutto questo per esplicitare come fosse del tutto inopportuno operare la scelta del gestore senza valutare le caratteristiche di qualità, basandosi unicamente sull’offerta economica più bassa. La seconda parte conteneva invece questioni prettamente giuridiche: la motivazione principale avanzata risiedeva nel fatto che nella lettera d’invito non era definito il limite entro cui i ribassi potessero essere accolti, contravvenendo quanto previsto dalle leggi citate nel capitolato. La terza questione si riferiva alla richiesta di procedura d’urgenza, vista la necessità di avere risposta in tempi brevi. E la risposta fu davvero solerte.
Nonostante il ricorso, non venne meno l’interlocuzione con il Comune. La Comin inviò ai componenti della commissione comunale un documento che conteneva uno studio sui costi economici del servizio, nel quale si evidenziava come, a partire dall’applicazione del CCNL, per poter gestire il servizio non si potesse operare un ribasso superiore al 5,3% sulla base d’asta (Vedi doc numero 51).
La terza azione è consistita in una lettera del consorzio Milano solidarietà per richiedere chiarimenti al Consorzio nazionale CGM (Vedi doc numero 52), cui aderiva anche il Consorzio Città essenziale, che aveva presentato offerte in diversi lotti. Si legge nella lettera che “al di là delle giustificazioni emerse successivamente, l’atteggiamento del consorzio possa essere letto in una logica di aggressione del mercato …”, chiedendo al CGM di dotarsi di strumenti e procedure per garantire la qualità dei servizi gestiti dai propri associati. La risposta del Consorzio nazionale fu quella di convocare i due consorzi territoriali per operare un chiarimento.
Si implementò infine l’azione culturale e politica per superare l’adozione di modalità davvero dannose e senza logica al fine di scegliere i partner cui attribuire la gestione dei servizi.
Il Tar rispose al nostro ricorso decretando l’annullamento della gara per tutti i lotti.
Il Comune decise di indire in modo rapido una nuova gara, che si tenne nel mese di settembre. L’impostazione era la stessa: praticamente nessun criterio di accesso riguardo alla qualità e assegnazione del servizio ancora sulla sola base del prezzo. Questa volta però venne fissato il limite massimo del ribasso: 20 % sulla base d’asta definita in £ 30.500 per ogni ora d’intervento. In verità era possibile anche un ribasso superiore che però doveva essere giustificato dall’organizzazione proponente.
Grande fu il dibattito interno. Grande e davvero sofferto. Alla fine l’assemblea dei soci del 17 settembre 1993 decise, su proposta del settore ADM, di partecipare attuando il massimo ribasso. Si ritenne più opportuno rimanere all’interno del servizio per mantenere alto il confronto con l’amministrazione, al fine di cambiare le condizioni della gara che sarebbe seguita allo scadere di quella del ‘93. Questa considerazione traeva origine dalla grande affezione verso il servizio, cui la nostra cooperativa, per ovvi motivi storici, attribuiva grande valore. Questa scelta comportava tuttavia costi economici per la cooperativa, oltre che un ridimensionamento dell’assetto, con la necessità di assumere gli educatori part time (Vedi doc 53 documento di sintesi elaborato dal Gruppo accettazione casi).
Comin decise quindi di presentarsi nei lotti IV e V (zone 7-8 e 10-3). Altre cooperative, quelle a noi vicine, come le Coop Diapason e Comunità del Giambellino, presero una decisione opposta, accusandoci di essere arrendevoli, per usare un eufemismo.
La gara si tenne e per noi fu davvero una beffa atroce: fummo scelti nel lotto IV (zone 8-9) ma nell’altro, quello riferito alla zona 10, il servizio venne assegnato alla cooperativa Punto service di Vercelli, che presentò un ribasso superiore al 20%. L’amministrazione ritenne valide le motivazioni portate da questa cooperativa per giustificare l’ulteriore ribasso. In altri lotti dove vi erano più cooperative che avevano proposto il ribasso massimo concesso, la scelta fu operata, per motivi di trasparenza, attraverso il sorteggio.
Si può facilmente immaginare cosa successe all’interno della cooperativa e non sto qui a descrivere i sentimenti che ci animarono in quei giorni. Diverse le scelte concrete. Alcuni operatori scelsero di lavorare con la Punto service, anche per garantire continuità pedagogica alle situazioni che stavano seguendo. Altri si trovarono con il lavoro ridimensionato.
Da questa situazione ottenne ulteriore impulso la scelta di avviare nuovi progetti, che stavano in incubazione, compresa la scelta di allargare il territorio di intervento anche al di fuori del Comune di Milano.
Continuò comunque anche l’impegno di denuncia. Nell’immediato la nostra denuncia ebbe risonanza anche in un articoletto apparso su Il Giornale nel mese di settembre dello stesso anno, nel quale la nostra posizione veniva sintetizzata nell’appello: “Bloccate l’appalto” (Vedi doc 54 articolo apparso su Il Giornale).
