Chloe hai due anni e sei una dormigliona. Da quando sei nata hai occupato il lettone e mi hai rinnegata nell’angolo più sperduto facendomi provare la sensazione di un filetto di tonno in scatola. Il risveglio è indubbiamente la parte che preferisco della giornata, apri gli occhi, mi guardi e lo fai così profondamente che sono quasi in imbarazzo. Stai in silenzio. Sorridi. Mi cerchi con la mano. Sono piena.
Chloe hai sei anni e sei una dormigliona. Dormi nella cameretta accanto alla nostra, qualche volta ti trasferisci ancora nel lettone, capita quando fai degli incubi o quando il ramo del pino fa delle strane ombre. Corri da me, mi guardi in silenzio, mi cerchi, mi abbracci. È bello poter esser la certezza di qualcuno. Riempie.
Chloe hai 13 anni e sei una dormigliona. In camera nostra non ci metti più piede. La tua porta è sempre chiusa. Da quella stanza esce una musica assordante, incomprensibile. Non riesco più ad incrociare il tuo sguardo. È da tempo che non ti vedo sorridere. Se sei felice non cerchi me. Se sei triste non cerchi me. Sei hai paura non cerchi me. Dicevano che l’adolescenza è difficile per quelli della tua età. Lo è anche per me. Il tuo pensiero mi riempie, il tuo atteggiamento mi svuota. Mi svuota sapere di non esser più la tua certezza. Trascorri ore al tablet, al cellulare, a volte ti sento ridere, resto dietro la porta, e ricordo con malinconia la bellezza del tuo sorriso. Sono mesi che oramai non frequenti la scuola. Le ho provate davvero tutte. Sono stata severa e autoritaria. Sono stata amica e comprensiva. Sono stata metà e metà. Ma qualunque cosa sia stata non sono stata all’altezza.
Mi guardo allo specchio e vedo nei miei occhi il dolore di un fallimento materno. Penso che sarebbe bello se esistesse un brevetto per genitori, sapere precisamente come, quando accadrà, avere una serie di risposte e azioni già pronte per ogni evenienza. Sarebbe bello se il mestiere del genitore fosse come quello del matematico. Mentre mi perdo nei miei pensieri tu continui a restare in camera. Devo chiedere aiuto. Non posso farcela da sola. Ho utilizzato il massimo dei miei mezzi.
Tu lo sai Chloe quanto è difficile chiedere aiuto?
Chiedere aiuto è un atto di coraggio. lo faccio. Parlo con la Zia. “Non sei tu il problema”, “i ragazzi d’oggi son difficili”, “e poi con questa situazione del covid”. Mi aspettavo qualcosa in più dalla zia, son sincera, una serie di frasi fatte non possono aiutarmi. Inizio a pensare che sarebbe bellissimo se tutti i rapporti umani potessero essere studiati come la matematica. Poi però la zia sfodera l’ultima carta. “Te la ricordi Sara? La mia collega della banca? Ha avuto problemi con il figlio, molto simili ai tuoi, adesso sta facendo un percorso con un’educatrice che va a casa due volte a settimana”.
Sono disperata Chloe, non riesco più a smuoverti. La porta ormai è blindata. I silenzi sono vuoti. Gli sguardi inesistenti. Prendo contatti. Appuntamento fissato.
Sono le 13.58, Anna l’educatrice arriverà tra due minuti. Fisso il citofono, resto in silenzio, sento il mio cuore. Ho la tachicardia, ma come è possibile? Allora sono viva. Suona. Le apro. Aspetto Anna sull’uscio della porta, la sento far le scale, provo ad immaginarla, ma la mia fantasia non riesce a smuoversi dall’immagine della signorina Rottemeier. È sempre più vicina, il suono dei suoi passi è sempre più vivo. Ma chi me l’ha fatto fare? È su questa domanda che Anna si palesa. Eccola. Non molto alta, fisico atletico, Mora, ha gli occhi gentili ed anche il suo “Buongiorno Signora, sono Anna” appare caldo.
Le offro qualcosa da bere. Metto sul fuoco una teiera. Avviso Chloe, che decide di rispondermi alzando così tanto il volume della radio che devo chiudere la porta dell’anticamera per sentire Anna. “Come sta signora? Che mestiere fa?” era tempo che non parlavo di me, ero così annodata al mio dolore che avevo smesso di essere, che avevo smesso di raccontarmi. Improvvisamente piango. Cosa penserà di me? Che sono una di quelle mamme frignone. Anna non si smuove, cerca solo un fazzoletto e me lo porge.
È un mese che Anna frequenta la nostra casa, ormai è fissa nella mia mente la sua immagine seduta davanti alla porta di Chloe. Le parla. Resta lì, ad ogni domanda le lascia il tempo di rispondere, anche se lei non lo fa. Si ritaglia sempre un po’ di tempo per avere un momento con me. Ormai è un appuntamento fisso.
Sono in ritardo, oggi la metropolitana ha avuto un guasto. Anna starà aspettando. Le invio un messaggio. Ecco la risposta. “sono su, mi ha aperto Chloe”.
