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Come astronauti nello spazio

“Ignition sequence start”
“Ten, nine, eight, seven, six, five, four, three, two, one “
“We have a lift off”

Come astronauti nello spazio, noi educatori domiciliari, partiamo per esplorare e approdare su diversi pianeti. Per entrarvi realmente bisogna attraversare una porta, la quale si apre talvolta volentieri, talvolta per dovere e talvolta resta chiusa.

Ne abbiamo parlato fino alla nausea del significato concreto e simbolico dell’entrare nella casa delle persone, ci siamo arrovellati su come farlo rispettando, e l’intimità dei suoi abitanti, e il mandato di cui siamo investiti, abbiamo discusso di soglie, confini, ingressi in punta di piedi e tatto.

L’azione educativa non può essere affidata né a valori ideali o moti affettivi, né all’improvvisazione o all’ispirazione di chi la elargisce. E’ necessaria una pianificazione sistematica, la costruzione di un mondo fatto di spazi, tempi, riti, disposizione dei corpi, comunicazione, strutturato e chiaro, in cui tutti possano sperimentare possibilità di crescita, opportunità e formazione da riversare poi nel mondo. Non c’è improvvisazione in questo, è una progettazione costante sia degli aspetti materiali che di quelli più intimi e psichici che ci muovono e che sono mossi. Così, in assenza di certezze incondizionate e rassicuranti ma con dei punti più o meno fissi, ci muoviamo solitamente nella quotidianità del nostro avventuroso e inconsueto lavoro.

“L’ADM è la “casa dell’emergenza”, mi disse un collega. La frase mi colpì particolarmente e pensai che in realtà poteva estendersi a tutta la disciplina educativa, dalle Comunità residenziali, agli Spazi- compiti, alla Scolastica passando per molteplici setting e progetti educativi territoriali. L’emergenza è parte costante del nostro lavoro

All’ improvviso ci piomba addosso l’emergenza delle emergenze. L’imprevedibile ci priva della nostra materialità, dei riti, dei luoghi, dell’osservazione costante e ci ricorda che non possiamo mai smettere di pensare né credere di aver già pensato tutto, a volte convinti di averlo fatto. Ci siamo fermati un attimo, una settimana forse, affinché il rispetto per le persone circolasse anche attraverso la scelta di non varcare le soglie, incerti rispetto a ciò che potevamo inconsapevolmente introdurre oltre a noi stessi. Poi siamo ripartiti, come astronauti nello spazio ci ritroviamo a galleggiare in assenza di gravità, con un casco che appesantisce parecchio e fa barcollare, ed atterriamo per una nuova esperienza spazio-temporale e relazionale, difficilmente immaginabile prima.

Come? Come si entra a casa delle famiglie da lontano? Se discutiamo di mezzi la risposta è semplice, ma il lavoro che facciamo ci mette da sempre di fronte al fatto che non esistono risposte semplici, o meglio possono essere semplici solo dopo essere state interrogate a sufficienza.

Ed ecco che comincia un carosello di chiamate, videochiamate, incontri virtuali. Skype, Zoom, Jitsi Meet diventano piattaforme e nomi familiari. Le informazioni viaggiano nelle chat di lavoro ed in quelle personali. “Ma tu che fai con Matteo?” e “E tu con Sara?”. Condividiamo le attività e le idee. C’è chi guarda i film, chi fa i compiti, chi fa ginnastica, chi legge favole, chi semplicemente cerca di parlare un po’, così in un turbinio incessante e frenetico.

Condividiamo le difficoltà e la fatica, c’è chi risponde, chi sta alla novità nonostante la fragilità, chi si fa inseguire, chi non risponde affatto, chi si entusiasma. Noi con una cocciutaggine che rasenta l’ottusità chiamiamo e richiamiamo, mandiamo messaggi, rimaniamo in attesa. Abbiamo il vantaggio della tecnica in questo momento storico, la quale ci suggestiona a non demordere, provando e riprovando in assenza di risposte. L’ordinario orizzonte di lavoro, difficilmente accompagnerebbe il medesimo zelo o cocciutaggine, suonando il campanello di casa reiteratamente.

Qualcuno vorrebbe forse respirare un po’, qualcuno scopre che il filtro dello schermo aiuta a raccontarsi più apertamente, qualcuno ha capito bene che siamo tutti sulla stessa barca, ed allora tu educatore diventi più umanamente vicino a me genitore di quanto pensassi prima. Qualcuno sperimenta come mai in questo momento, che l’educatore è per professione un inguaribile accanito, per cui non smette di provare, tentare, mutare strategie ed approcci, ma è (quasi) sempre lì.

Il valore della privacy si assottiglia, non stiamo solo videochiamando le persone, stiamo sperimentando un modo nuovo di entrare per lavorare insieme, entriamo noi e anche un pezzetto delle nostre case (sì, anche quando decidiamo di avere un muro bianco come sfondo). Come educatrice della domiciliarità, capisco fino in fondo quello che possono provare loro ogni volta che ci presentiamo.

Li guardo in questi giorni attraverso la distanza dello schermo, guardo le loro facce, le loro espressioni, quello che mi dicono e quello che non dicono, li guardo anche quando si sottraggono e provo un sentimento di vicinanza diverso da prima, più epidermico. Loro, penso, vivono perennemente in emergenza, in precarietà, in un’altalena sul vuoto e sulla paura.

E ora che l’incertezza s’è fatta più forte anche nella mia vita? Ora che sento lo spaesamento in maniera più marcata? Li vedo con occhi diversi. Paradossalmente ora che siamo più lontani, proiettati in una realtà senza corpo, siamo allo specchio e mi sembra di assomigliargli di più rispetto a prima. Il confine è labile, l’ho sempre saputo, la differenza tra noi e loro sta nel fatto che siamo riusciti a non superare i limiti, o ad oltrepassarli ed avere abbastanza struttura da riuscire tuttavia a tornare indietro. Sta nell’equilibrio che per privilegio e per storia personale noi siamo riusciti a costruire ed a loro sottratto. E così anche in questo momento, anche nello smarrimento, riusciamo a costruirci un equilibrio, certo più precario del solito, ma abbastanza saldo da potergli tendere la mano, noi siamo qua, siamo vicini. Non sappiamo esattamente dove andremo ma ci andremo insieme e sarà meno faticoso e anche meno pauroso.

Nonostante tutto, seppur privati della materialità educativa e della corporeità, siamo impegnati nello sforzo di ricostruirne una diversa, di creare un percorso per attraversare questa emergenza. Costruiamo cammini, seppur aleatori, per loro e con loro. Ancora una volta cerchiamo di radicarli alla vita e alla realtà, aiutandoli a strutturare strumenti che ne migliorino la qualità della vita, le relazioni, gli adattamenti.

Il nostro lavoro ha a che fare con la morte”, ci disse una volta una psicologa in supervisione, “in qualche modo noi combattiamo tutto il tempo contro la morte per affermare esperienze di vita”.

Questo virus, questa pandemia specularmente alla società che viviamo anche in tempi “normali” impone distanza, solitudine, silenzio, emarginazione. Il nostro lavoro, seppur con molteplici difficoltà, complessità e talora contraddizioni ed ambivalenze, si muove su canali contrari, nella costruzione di percorsi di solidarietà e vicinanza, di possibilità di vita. Questo è il valore profondo del nostro lavoro, un valore che dovremo difendere ad alta voce, sia oggi che in futuro, per il benessere dei nostri utenti e anche per il nostro.

Avalli Silvia & Naomi Leone