Abbiamo visto come nel 1984 fosse iniziato all’interno del Gruppo Minori del Consiglio di Zona 10, sotto impulso della Comin, un percorso di riflessione per verificare la realizzabilità di un nuovo servizio di assistenza domiciliare per i minori. [1]
Le motivazioni che avevano spinto Comin a questo tipo di iniziativa erano varie e riconducibili sostanzialmente a due filoni fondamentali:
- da una parte, riferendosi al quadro normativo relativo ai diritti dei minori, ci si rifaceva al fondamentale assunto – ribadito dalla legge 184/83 – che affermava il diritto di ogni minore ad essere educato nell’ambito della propria famiglia, e che avvallava in forma autorevole l’avvio del processo di deistituzionalizzazione. La famiglia veniva così individuata come “unità di riferimento” per le politiche sociali, e per questo veniva chiesto ai servizi – forse per la prima volta in modo così chiaro – di attivarsi nei suoi confronti prioritariamente in termini di sostegno e tutela;
- dall’altra, emergeva un secondo tipo di motivazioni riconducibili all’esperienza diretta della Cooperativa, a partire da situazioni concrete. Molti infatti erano i casi di bambini che arrivavano in Comunità in seguito a disagi non gravi dei genitori i quali, pur dimostrando di possedere delle risorse, dovevano però fare i conti con grosse difficoltà dal punto di vista pratico e organizzativo. In questi casi l’istituzionalizzazione poteva essere evitata o, quanto meno, alcuni dei bambini seguiti in Comunità avrebbero potuto rientrare più rapidamente in famiglia se si fosse fatto ricorso alla presenza presso il nucleo familiare di una figura atta a fornire un sostegno specifico, offrendo risposte a bisogni di tipo educativo, pratico e relazionale.
Il servizio ADM veniva quindi ipotizzato con il duplice obiettivo di evitare il ricorso all’istituzionalizzazione per casi non gravi e di fornire alla famiglia in difficoltà un sostegno preventivo per evitare un futuro abbandono familiare.
Il lavoro all’interno del Gruppo Minori del Consiglio di Zona 10 fornì la possibilità di reperire un primo gruppo di persone disponibili a iniziare questa esperienza come futuri operatori e a delineare, in modo particolare tramite il confronto con le Assistenti sociali del Servizio Sociale Materno Infantile, le caratteristiche ipotetiche del servizio e i compiti del futuro operatore di ADM.
Nel febbraio 1985 venne presentata all’Amministrazione Comunale di Milano una “Proposta per l’avvio di un intervento sperimentale di assistenza domiciliare educativa”*.
Considerata però la novità costituita da questo servizio e la mancanza di studi ed elaborazioni specifiche cui far riferimento, non venivano definite a priori le connotazioni professionali ed economiche del servizio, ma si proponeva al Comune la costituzione di un gruppo di lavoro composto da rappresentanti della Comin e da tecnici dell’Assessorato che, seguendo lo sviluppo del primo anno di sperimentazione, potesse delineare con maggior precisione le connotazioni del servizio stesso. Dopo il primo anno di sperimentazione svolto dal Comune di Milano secondo due diverse modalità – servizio ADM effettuato da operatori Comin in zona 10; servizio ADM effettuato da dipendenti comunali, reperiti tra gli insegnanti delle attività integrative pomeridiane, in altra zona di Milano – il Comune decise di estendere il servizio anche ad altre zone, tramite il convenzionamento con altre cooperative o associazioni, mentre la modalità gestionale diretta con operatori comunali non venne più ripetuta. Alla Comin venne assegnata anche la zona 7[2].
La Comin aveva deciso di appoggiare e sostenere il gruppo ADM per rendere possibile sul piano economico la realizzazione pratica del progetto. Si stabili un lasso di tempo pari a due anni, al termine del quale verificare l’ipotesi della costituzione di una nuova cooperativa specifica.
Durante questa fase i collegamenti tra il gruppo ADM e l’Assemblea della Cooperativa, responsabile della sperimentazione, furono mantenuti da quattro rappresentanti dell’Assemblea dei soci, che avevano anche il compito di coordinare l’iniziativa. Allo scadere del termine, nel 1987, fu invece deciso di mantenere il servizio ADM all’interno di un’unica cooperativa sia per motivi di ordine pratico, (legati anche alle difficoltà per la sostenibilità economica del nuovo servizio), sia in particolare perché si volle favorire l’integrazione tra il servizio di comunità e quello di ADM e presentare la Cooperativa come servizio territoriale articolato in più interventi integrati mirati ai minori e alla famiglia in difficoltà.
Iniziò pertanto un progressivo inserimento del nuovo gruppo all’interno della Comin, inserimento che determinò un ampliamento della base sociale e la necessità di ripensare gli assunti, gli obiettivi e l’organizzazione della Cooperativa.
[1] Rimandiamo alla sezione Approfondimenti per un racconto meno sintetico di questi fatti
* Vedi documento n. 20
[2] La presenza in zona 7 del servizio ADM fu tra le motivazioni che indussero la cooperativa a prendere in affitto un appartamento in via Viganò (via situata nella zona 2, limitrofa alla 7) allorché, nel 1987, scaduto il contratto di locazione della casa di via Cavallotti a Sesto San Giovanni, si dovette reperire una nuova struttura abitativa nella quale ospitare la comunità.
