La formula
Comin nasce come cooperativa: la formula cooperativistica venne scelta in quanto giudicata la più corresponsabilizzante e democratica. Essere cooperativa è una scelta fortemente identitaria che ha connotato Comin nel corso di tutta la sua storia. Da una ricerca dell’IRS emerge che Comin è la prima cooperativa “sociale” (ante litteram) costituita in Lombardia.
Il nome Comin 1 auspicava la creazione di nuove cooperative parallele (Comin 2, 3…) e la diffusione di un nuovo modo per affrontare i problemi dei minori in stato di disagio.
La Cooperativa gestisce un servizio di accoglienza a favore di minori in difficoltà familiare così strutturato: un nucleo composto da tre minori ed una vice-madre. Tale nucleo si configura come una realtà famigliare ed abita un appartamento normalmente inserito nel contesto urbano. I minori usufruiscono di strutture pubbliche, scuole, ecc., come tutti i loro coetanei. Attorno a tale nucleo ruotano una cosiddetta “famiglia vettore”, che condivide con la vice-madre la responsabilità educativa nei confronti dei minori; alcuni “amici di famiglia”, che favoriscono appunto il vissuto di normale famiglia nei minori e realizzano nel contempo l’aggancio con la realtà sociale esterna; un gruppo di tecnici in qualità di consulenti ed esperti. I problemi educativi vengono affrontati in una riunione a cadenza settimanale che vede la presenza della vice-madre, della famiglia vettore e degli amici di famiglia, in pratica di tutti i soci della cooperativa*. Il lunedì sera rimane per molto tempo un impegno fisso dei soci della cooperativa, portato avanti con costanza. Una presenza che ha reso possibile il lungo cammino di Comin che prosegue ancora oggi.
I bambini accolti
L’utenza delle comunità viene determinata in base a criteri quali l’età (0-10 anni), la non adottabilità, l’assenza di gravi problemi connessi ad handicap. Ai gruppi di fratelli naturali viene data la preferenza.
Dalla scelta di tali criteri sono deducibili:
• la priorità attribuita all’adozione e all’affidamento familiare quali forme di intervento nei confronti dell’infanzia abbandonata (questo tipo di tendenza era mitigata dalla scelta di favorire un tipo di utenza per la quale si potesse prevedere un lungo periodo di istituzionalizzazione);
• la prevista possibilità di continuare i rapporti con le famiglie d’origine dei minori, operando dunque non solo sul minore ma anche sul nucleo di provenienza;
• la salvaguardia dei legami affettivi esistenti, ad es., tra fratelli, quale fattore favorevole all’instaurarsi di un clima il più possibile simile a quello della famiglia d’origine e capace di evitare un ennesimo vissuto abbandonico;
• la volontà di ricreare nuclei familiari il più possibile “normali”, il che comporta la valutazione della compatibilità delle situazioni personali dei minori ospiti così da non pregiudicare la stabilità emotiva dell’intero nucleo; tale scelta è comunque legata anche alla professionalità ed alla competenza degli operatori.
Gli operatori
Vengono identificate più figure di “operatori”, attivi in campi e a livelli diversi. Troviamo infatti chi si occupa in modo più o meno diretto dei minori (vice-madre, soci della famiglia vettore, soci amici di famiglia, tecnici e consulenti) e chi si fa carico dell’iniziativa in generale sostenendo la cooperativa e alimentando un movimento d’opinione sul problema dei minori in stato di abbandono (soci e sostenitori). La separazione tra i due campi di intervento non è nettamente delineata, in quanto le stesse persone possono operare in entrambi i campi.
Analizzando la figura della vice-madre, possiamo notarne la complessità. Si tratta di un operatore regolarmente assunto dalla cooperativa e tenuto pertanto a fornire delle prestazioni di tipo professionale. Non si fa tuttavia riferimento ad alcuna qualifica professionale (la prima vice-madre è persona con diploma di scuola media superiore già attiva all’interno dell’organizzazione SOS) o a specifiche mansioni. A tale operatore viene richiesto di essere una “buona madre” e, di norma, di esserlo a tempo pieno. Ciò conformemente alla postulata opportunità di ricostruire attorno al minore una realtà il più possibile simile a quella di una normale famiglia.
Questo fatto implica un atteggiamento da parte dell’operatore che oltrepassa i limiti della professionalità coinvolgendo la stessa sfera esistenziale (la vice-madre nel 1975, oltre a vitto e alloggio, riceveva uno stipendio mensile di £ 100.000. Nella lettera di assunzione si dice testualmente: “Non viene menzionato un contratto di lavoro nazionale poiché non è possibile configurare un’attività di questo genere che sul piano del volontariato”).
La famiglia vettore, è una famiglia appoggio che sostiene la vice-madre nelle sue funzioni quotidiane e ha funzione di consiglio, confronto e aiuto nel favorire rapporti sociali, specialmente con i propri figli. Importante la figura del padre che funge da figura di riferimento maschile anche per il nuovo nucleo. Al di là delle sue più strette responsabilità educative nei confronti dei minori è interessante per il suo rapporto con la vice-madre, con la quale si trova a svolgere una sorta di lavoro d’équipe, per la sua funzione di tramite con la realtà sociale circostante e per il suo carattere volontario (non riceve alcun tipo di compenso economico).
Sul piano dei servizi ai minori, l’iniziativa Comin si pone dunque come antitesi all’istituto tradizionale, contrastandone le regole meccaniche, l’aspetto segregante, impersonale e spersonalizzante.
Nella comunità gli operatori si fanno carico in toto dell’andamento della stessa, coadiuvati, nella misura loro possibile, dai ragazzi. L’azione educativa non consiste solo in un’azione di tipo normativo o di vigilanza o di interscambio affettivo, ma si realizza anche attraverso la quotidianità spicciola e solo apparentemente banale. Le proprietà individuali, i piccoli impegni e servizi, la possibilità di scelte personali o raggiunte comunitariamente, la strutturazione di regole proprie del nucleo e rispettose delle personalità individuali, la possibilità di deroghe o mutamenti, divengono di per sé stessi agenti educativi.
Sul piano dei valori l’iniziativa Comin sottende un atteggiamento di responsabilità sociale, diverso da un atteggiamento di tipo pietistico ed evidenziato anche dall’opera di sensibilizzazione che rientra tra le finalità dell’iniziativa, e una disponibilità al coinvolgimento personale e volontario, come dimostrano le figure della vice-madre e della famiglia vettore. Va detto, tuttavia, che la scelta di impegno per la deistituzionalizzazione dei minori all’inizio partiva solo implicitamente da assunti teorici. Il punto di partenza attorno a cui si coagulavano le disponibilità era un fatto concreto: l’esistenza di una comunità da appoggiare. L’obiettivo di intervento più generale nel campo dei minori e delle famiglie in difficoltà risultava solo in termini generici.
