Col passare del tempo, l’iniziativa Comin, sorta in conseguenza di un bisogno immediato, va facendosi sempre più cosciente della propria caratteristica deistituzionalizzante e del proprio pensiero politico e culturale.
Mentre proseguono gli incontri settimanali tra la vice-madre, la famiglia vettore e i soci della cooperativa per la necessaria verifica educativa, si pensa anche di allargare l’iniziativa creando una terza comunità con caratteristiche analoghe alle prime due. Tale progetto comporta problemi quali il reperimento di:
• operatori idonei per il livello culturale, per l’esperienza con i minori, per la motivazione personale ad un impegno di tipo volontario e capaci di garantire una presenza continuativa;
• una struttura abitativa adeguata;
• le figure della famiglia d’appoggio e degli amici di famiglia.
Nel 1977 viene aperta una terza comunità a Sesto, in piazza della Resistenza, in un appartamento messo a disposizione da uno dei soci. La comunità ospita tre minori ed è condotta non più da una sola vice-madre, bensì da una coppia di giovani educatrici, entrambe provenienti da un periodo di tirocinio durato sei mesi e svolto presso la seconda comunità alloggio di via Cavallotti.
Le figure delle famiglie di appoggio e degli amici di famiglia per entrambe le nuove comunità vengono reperite tra i soci ed i sostenitori dell’iniziativa.
L’anno 1977 vede la stesura di un nuovo documento divulgativo dell’esperienza in atto*. In questo documento viene esplicitamente ribadita la volontà di collaborare con
gli Enti Pubblici.
In particolare la cooperativa propone che sia la Pubblica Amministrazione ad addossarsi l’onere finanziario dell’iniziativa, lasciando alla cooperativa l’organizzazione e la gestione del servizio, soprattutto per ciò che concerne il reperimento e la formazione degli operatori. Nel documento viene nuovamente ribadita la volontà di mantenere comunità di forma ridotta, affinché queste possano realmente configurarsi come tali e non rischiare di divenire dei micro-istituti.
Viene inoltre indicata la formula cooperativistica come la più facilmente ripetibile laddove si tentino soluzioni alternative nel campo dei servizi per i minori.
Per ciò che concerne gli educatori, viene delineata la possibilità di sostituire le famiglie di appoggio con dei cosiddetti “collaboratori” esterni, preferibilmente di sesso maschile, da affiancare alla vice-madre. Tra tali figure vi furono anche volontari disponibili a vivere per un certo periodo nelle comunità e che mantenevano le loro attività lavorative esterne.
Questo fatto non solo afferma implicitamente la necessità della presenza anche maschile ai fini di un’armonica educazione dei minori, ma costituisce anche un passo ulteriore verso la formazione di vere e proprie équipe di educatori.
Nel 1978, infatti, la cooperativa inserisce nella prima comunità un’allieva tirocinante della scuola per operatori sociali ESAE di Milano per affiancare la vice-madre. Si tratta di Daniela che anni dopo insieme a Giovanni sarà perno della nostra prima comunità familiare a Zinasco.
Nel 1979 entra in questa comunità come educatore anche un obiettore di coscienza (Claudio) che ha precedenti rapporti di conoscenza con il nucleo. Si assiste dunque ad un lento cambiamento dall’impostazione imperniata sulla figura della vice-madre a quella imperniata sull’équipe mista di educatori, cambiamento di tipo esperienziale piuttosto che conseguente ad una acquisizione teorica.
Nel 1979 viene assunto un educatore maschile anche per la seconda comunità (Roberto), avente anche il compito di coordinatore delle attività della cooperativa e di rappresentante della stessa presso gli Enti Pubblici. Nei primi mesi del 1980, anche in seno alla terza comunità avviene un cambiamento con l’inserimento di un obiettore di coscienza quale educatore maschile (Giovanni) ed il cambio delle educatrici, che avevano entrambe contratto l’epatite virale da una minore ospite in comunità. Questo evento aprì un periodo di emergenza nella comunità rimasta senza educatrici. Per coprire la falla arrivarono dapprima Barbara (con una amica che rimase per coprire l’emergenza) e poi a completare l’equipe si aggiunse Cecilia, una laureata in giurisprudenza che aveva sentito parlare casualmente della comunità.
* Vedi documento n. 4
