Durante il primo anno di lavoro con questo nuovo assetto, gli educatori continuano a interrogarsi sul significato e le caratteristiche del servizio, sul proprio ruolo all’interno di esso e sugli strumenti di cui dotarsi per poterlo gestire in maniera efficace; su quale significato assumono la propria presenza e i propri compiti all’interno della cooperativa nel suo insieme, sul come fare per poter avviare un confronto che permetta lo strutturarsi di una linea pedagogica effettivamente comune in primo luogo all’interno delle singole comunità e poi anche tra tutte le comunità della cooperativa.
Sono state diverse le acquisizioni al riguardo scaturite da questo lavoro di riflessione, culminato in un corso di aggiornamento tenutosi a Favaro nell’estate dell’80.[1]
Ecco le principali, che sono state riportate nel documento del 1980 “Cooperare per cambiare”:
– La caratteristica fondamentale di un servizio realmente alternativo all’istituto è una costante attenzione al soddisfacimento dei bisogni del bambino e degli stessi educatori considerati in sé e in relazione alla società (famiglia, amici, scuole, strutture sociali intesi come ambiti educativi).
– Il processo educativo riguarda, seppure in modi diversi, tutti i membri della comunità, adulti e bambini, chiamati a vivere assieme e a gestire assieme la propria crescita umana. Ciò richiede di impostare il discorso non su “a che cosa educhiamo” ma su “a che cosa vogliamo educarci”.
– Si rende necessario adottare un corretto metodo di lavoro che tenga presente la complessità relazionale del progetto educativo che si articola in:
analisi del fabbisogno
analisi delle risorse in possesso e da acquisire
progettazione dell’intervento
attuazione
verifica.
Queste e le altre acquisizioni relative al servizio alternativo che si intendeva rendere richiesero alla cooperativa lo sforzo di un ripensamento degli obbiettivi, del metodo di lavoro e dell’organizzazione più efficace.
Infatti, nel settembre del 1980, dopo il corso di Favaro, la cooperativa affida al gruppo educatori il compito di elaborare una proposta di ristrutturazione della cooperativa in modo da ripensare i criteri di fondo e soprattutto il metodo di lavoro e il modello organizzativo conseguente. Tale elaborazione portò a una modifica sostanziale dell’impostazione della cooperativa.[2]
In questo contesto è significativo sottolineare alcune delle acquisizioni e delle riflessioni che riguardano direttamente l’impostazione delle comunità:
1) La definizione del ruolo professionale dell’operatore di comunità; nel sottolineare l’importanza della professionalità dell’educatore non si intende affermare che tale figura debba per questo essere meno motivata e disponibile di quanto lo fosse la vicemadre inizialmente prevista nelle comunità, anche se il suo ruolo assume connotazioni specifiche ben diverse.[3]
2) Viene definitivamente sancita la costituzione di équipe educative paritetiche corresponsabili e collegiali per gestire la vita delle comunità.
3) Viene concessa agli educatori che lo richiedono la possibilità di essere soci della cooperativa, nella convinzione che un servizio realmente de istituzionalizzante debba prevedere l’effettiva corresponsabilità di chi lo gestisce a qualsiasi livello si trovi.
4) Si ratifica il passaggio di competenza dell’assemblea dei soci équipe educative in primo luogo e poi al gruppo degli educatori dell’analisi e della progettazione educativa, anche se viene sottolineata con convinzione l’importanza del ruolo che può essere svolto dai soci non educatori sia come amici della comunità nel rapporto con i bambini, sia come corresponsabili per quello che riguarda le decisioni prese nell’ambito del progetto globale proprio di ogni caso.[4]
5) Viene sottolineata la necessità di una organizzazione razionale del lavoro[5] che, partendo dalla realtà di ogni giorno e attraverso la revisione e la ristrutturazione dell’organizzazione di ogni singola équipe, possa permettere:
– la risposta ai bisogni di ogni singolo minare con apertura all’aspetto sociale del problema educativo: scuola, famiglia, servizi sociali
– adeguati spazi di igiene mentale degli educatori
– una reale impostazione paritetica dell’équipe per evitare dannose ruolizzazioni?[6]
Definizione del modello comunitario.
Può essere significativo, per descrivere il modello comunitario COMIN emerso dal ripensamento del 1980, partite dalla definizione di comunità fatta nel volumetto “I servizi di comunità” edito dalla Regione Lombardia ed elaborata da un gruppo di lavoro composto da rappresentanti di molte esperienze lombarde, tra cui anche un rappresentante COMIN, soprattutto perché la cooperativa si riconobbe in questa definizione generale che è anzi stata spesso riportata dalla cooperativa all’atto di definire le proprie comunità o di fare proposte all’ente pubblico. In tale volume si definisce appunto la comunità come:
“Ambiente strutturato di vita temporaneo o definitivo caratterizzato da un clima di interrelazioni che permetta la manifestazione di comportamenti differenziati, autonomi, ancorati a motivazioni personali o di gruppo e di progetti articolati e realistici riguardanti l’organizzazione della vita di ognuno. Tale ambiente strutturato ha bisogno della presenza efficace di un numero di adulti su cui contare che condividano necessità e bisogni all’interno della comunità come ambiente fisico e soprattutto nei rapporti con il territorio, le strutture, le istituzioni con le quali necessariamente e normalmente ci si interrelaziona (scuola, mondo del lavoro, tribunale, strutture sanitarie e per il tempo libero e così via) senza per questo voler proporre un inattuabile modello familiare e senza alcuna enfasi sulla necessità di modelli paterni o materni.[7]
Ecco di seguito alcune caratteristiche del nostro modello di comunità come furono definite in quel periodo: Le comunità alloggio sono composte da un massimo di cinque o sei minori di diverse età e da due o tre educatori che gestiscono la comunità in modo collegiale e corresponsabile; tra questi educatori due almeno sono conviventi a tempo pieno, sono previste sia figure maschili che femminili.
La cooperativa si avvale anche dell’apporto di obbiettori di coscienza e di volontari che vivono nelle comunità. Tali comunità che si strutturano secondo modelli di vita familiare sono situate in normali appartamenti; i bambini frequentano le scuole pubbliche e si tende a far sì che essi abbiano la consapevolezza e la padronanza dell’ambiente in cui vivono (realtà di quartiere, amici, gruppi). La comunità si caratterizza per essere integrativa della famiglia di origine e non intende porsi come sostitutiva e/o conflittuale nei confronti della stessa, soprattutto in vista di un rientro del minore. Del resto non è sufficiente motivata sul piano pedagogico un’eccessiva enfasi sulla ricostruzione dei modelli parentali all’interno della comunità pur salvaguardando un reale legame affettivo e un coinvolgimento personale.
Da tale assunto discende che l’inserimento nella rete dei servizi dell’ente locale dovrebbe attuarsi sul territorio in cui sorge il bisogno per evitare di sradicare il bambino dal suo ambiente familiare e sociale.
[1]Si rimanda, per una trattazione più specifica, alla parte riguardante il gruppo educatori dove verrà poi trattato in specifico anche il lavoro del corso di Favaro. Per chi è interessato, si ricorda che è disponibile in sede una relazione dettagliata del lavoro svolto in quel corso e si rimanda al doc 10 contenente la proposta per il corso.
[2]Si rimanda capitolo 3: Il processo di ristrutturazione degli anni 80.
[3]Viene rifiutato a questo riguardo il concetto di volontariato puro che era stato propugnato in una posizione di minoranza da tre membri del gruppo degli educatori. A questo riguardo si veda il documento “Posizione di minoranza”.
[4]Questo fatto cominciò ad aprire una crisi di ruolo in alcuni soci fondatori (che sarà trattata in altre parti di questo lavoro).
[5] È importante sottolineare come, nel porre il problema dell’organizzazione del lavoro, sin da questo momento si voglia tener conto della correlazione esistente tra la qualità del servizio da rendere, i bisogni degli operatori e la qualità del lavoro svolto
[6] Si rimanda per questi contenuti ai documenti “Cooperare per cambiare” n.11 e “Cooperativa Comin gestione di servizi di comunità per minori” n.13 riportati nella sezione Documenti