La costruzione di un rapporto significativo con il ragazzo accolto e la tensione verso un’accoglienza completa e aperta ad assumere le forme e i comportamenti richiesti dalla specificità della situazione del ragazzo e dei suoi bisogni sono tra le istanze fondamentali che hanno caratterizzato lo svolgersi dell’esperienza della Comin, sia per quanto riguarda l’atteggiamento della cooperativa nel suo insieme sia in riferimento all’impostazione educativa della comunità1.
Possiamo accennare qui due fatti esemplificativi: da una parte nei primi tempi della cooperativa, in considerazione delle situazioni specifiche dei ragazzi accolti, la scelta di ospitare un bambino nella comunità, è sempre stato considerato un impegno morale di tutti i soci con la volontà esplicita da parte di tutti i soci di non voler abbandonare il minore fino a che non avesse raggiunto una propria autonomia di vita in riferimento ai suoi problemi. Dall’altra la scelta di impostare la comunità prima sulla convivenza a tempo pieno degli educatori e poi su una loro presenza forte e significativa al di là di schemi di lavoro predeterminati. Questo atteggiamento di fondo che comporta l’assunzione del minore e dei suoi problemi come parte della propria vita, ha assunto sfumature diverse con l’andare del tempo, con il modificarsi della struttura della comunità e delle caratteristiche dei bambini accolti e soprattutto con il maturare della consapevolezza dei limiti specifici del ruolo svolto dalla comunità come dei contributi degli altri nella risoluzione dei problemi affrontati2.
Il rapporto con i maggiorenni
La cooperativa aveva deciso ai suoi inizi di privilegiare gli inserimenti in comunità di quei bambini per i quali si prevedeva un lungo periodo di istituzionalizzazione, in quanto si ritenevano più bisognosi di un rapporto affettivo stabile (ai tempi non esisteva ancora l’attuale normativa in materia di affido e adozione). Per questo e anche per il degenerare di alcuni progetti di inserimento alcuni ragazzi, una volta cresciuti, arrivavano a considerare la comunità come propria e unica famiglia, dato che la famiglia d’origine non era in grado di fornire loro supporti né affettivo-educativi né di tipo pratico. Ciò comportò che la comunità e la cooperativa si sentissero responsabili nel garantire a questi ragazzi il proprio apporto fino alla loro autonomia reale. Accadde che alcuni di loro raggiunsero la maggiore età senza essere pronti per un autonomo inserimento nella vita sociale. La cooperativa decise quindi di continuare a ospitare i maggiorenni nelle comunità a prescindere dal pagamento della retta da parte dell’ente pubblico e investendo tutti i soci della corresponsabilità nell’aiutarli a reperire possibilità lavorative e abitative idonee. Ai maggiorenni che possedevano una fonte di reddito veniva richiesto un contributo economico. Anche l’ente pubblico, col passare del tempo, si è dimostrato sempre più disponibile alla proroga amministrativa. È comprensibile come la permanenza in comunità per periodi molto lunghi comportasse un fortissimo interscambio affettivo tra minori ed educatori che finivano col sentirsi, così come – sia pure indirettamente – tutti i soci della cooperativa, l’unico riferimento affettivo ed educativo, l’unica “famiglia” dei minori.
Il rapporto dopo le dimissioni dalla comunità
Un altro modo in cui questo atteggiamento si è concretizzato è stata, col mutare dell’utenza delle comunità, la disponibilità da parte dei soci della cooperativa, in particolare dagli educatori di riferimento, a mantenere il rapporto con i minori anche dopo le dimissioni dalla comunità e il rientro nella propria famiglia d’origine. Ovviamente il rapporto che si è realizzato dipende dalle caratteristiche dei minori e dei loro problemi, dal tipo di investimento che avevano attuato nei confronti della comunità oppure nella maggioranza dei casi dell’atteggiamento più o meno positivo della famiglia nei confronti della comunità. Ci preme sottolineare come in questo rapporto, che ovviamente perde i connotati della funzione propria del servizio per entrare completamente nella sfera della solidarietà, è la libertà d’iniziativa lasciata al minore e alla sua famiglia nello scegliere i tempi e le modalità del rapporto, soprattutto dopo il reinserimento nella famiglia. Ciò per evitare rischi di dannose intrusioni da parte dell’educatore nel momento in cui si stavano ricostruendo dinamiche familiari nuove3.
NOTE
1 Vedi Vol. I Sezione Prima nelle parti specifiche e Sezione Seconda che riguarda i valori di riferimento della cooperativa. Rimandiamo inoltre ad altre parti di questo volume in particolare quelle riguardanti Etica del Servizio e Pedagogia della Comunità nelle quali sono descritti con più chiarezza gli atteggiamenti di fondo proprio della comunità, che sono quelli dell’accoglienza, della condivisione, dell’accettazione, della valorizzazione del minore e dell’agire con attenzione ai suoi bisogni.
2 Vedi il capitolo quinto della sezione I di questo volume.
3 Vedi capitolo 3 4 paragrafo