Cerchiamo ora di tracciare un quadro delle caratteristiche dei ragazzi e dei bambini accolti nelle nostre comunità a partire dell’inizio dell’esperienza della Comin e ripercorrendo l’evoluzione avvenuta a riguardo nello svolgersi dell’esperienza della cooperativa.
Le caratteristiche dei primi minori accolti
L’utenza cui la cooperativa si rivolse nei primi anni della propria attività “veniva“ determinata in base ai criteri quali l’età (0/10 anni), la non adottabilità, l’assenza di gravi problemi comportamentali. Ai gruppi di fratelli naturali viene data la preferenza. Dalla scelta di tali criteri sono deducibili:
– la priorità attribuita all’adozione e all’affidamento familiare come forme di intervento nei confronti dell’infanzia abbandonata.
– la prevista possibilità di continuare i rapporti con le famiglie di origine dei minori, operando dunque non solo sui minori ma anche sul nucleo di provenienza;
– la salvaguardia dei legami esistenti, ad esempio tra fratelli, quale fattore favorevole all’instaurarsi di un clima il più possibile simile a quello della famiglia d’origine e capace di evitare un ennesimo vissuto abbandonico;
– la volontà di ricreare nuclei familiari il più possibile normali, il che comporta l’esclusione di minori con gravi problemi comportamentali che potrebbero pregiudicare la stabilità emotiva dell’intero nucleo.
Viene di fatto privilegiato, l’inserimento in comunità di minori per i quali si prevede da subito un lungo periodo di istituzionalizzazione, non potendo usufruire né dell’istituto dell’affidamento, né di quello dell’adozione.
Questi minori sono infatti ritenuti più bisognosi di un rapporto affettivo stabile.
La comunità alloggio viene così a connotarsi con caratteristiche di stabilità e per questo si cerca di evitare un continuo avvicendarsi di minori in comunità che non permetterebbe l’instaurarsi di un clima familiare all’interno del quale la vicemadre ha il compito di favorire la crescita e la convivenza di minori.
Ridefinizione dell’utenza ottimale
Come più volte accennato1 nel 1980 è stato definito nella Comin un nuovo modello di comunità, specificandone le caratteristiche sulla base dell’esperienza fino ad allora fatta e cercando di individuarne l’utenza ottimale2.
Si è così giunti alla consapevolezza che la comunità si caratterizza per essere integrativa nei confronti della famiglia di origine ed è bene che non si ponga come sostitutiva e/o conflittuale nei confronti della stessa. La comunità deve dunque rivolgersi soprattutto a quelle situazioni in cui sia possibile un lavoro di affiancamento alla famiglia in vista di un rientro a breve, medio o, in casi eccezionali, anche a lungo termine3. Quando il rientro nella propria famiglia d’origine non è attuabile, l’obiettivo diventa quello del passaggio a un’altra famiglia, tramite l’adozione o l’affido. Di fatto, poi, la cooperativa si è dovuta assumere anche la responsabilità di casi per i quali non era più possibile un rientro nella famiglia d’origine e neppure un inserimento etero- familiare. Questo innanzitutto per quei minori inseriti in comunità nei primi tempi e per i quali era previsto l’intervento fino al raggiungimento della loro completa autonomia personale; in secondo luogo anche per quei casi che, inseriti con un progetto di osservazione o di preparazione all’affido in altra famiglia, per cause di forza maggiore o impossibilità di perseguire il progetto di inserimento etero-familiare, degeneravano fino a non rendere possibile altra alternativa che quella del raggiungimento dell’autonomia psicologica ed esistenziale del ragazzo all’interno della comunità4. Altri criteri di cui tener conto nell’accoglienza dei casi venivano individuati in:
– età compresa tra i tre e i dodici anni al momento dell’inserimento;
– l’accoglienza di fratelli per evitarne la separazione;
– la necessità di garantire equilibrio ed eterogeneità al gruppo dei ragazzi valutando fattori come per l’età, il sesso e le problematiche;
– ultimo, ma non per questo meno importante, la presenza di un progetto globale che definisse da subito sia i compiti dei diversi servizi che intervengono per la risoluzione del caso presentato alla comunità, sia la responsabilità che la famiglia d’origine viene ad assumersi in vista della risoluzione dei problemi che avevano determinato l’allontanamento del minore.
Dall’esistenza di questo progetto globale è possibile determinare l’ipotesi dell’intervento educativo che la comunità deve attuare.
Una presentazione
- Chi sono i ragazzi accolti
La comunità accoglie minori sia maschi che femmine di età compresa tra i 3 e i 13 anni al momento in cui arrivano in comunità. Non ci sono limiti di età per la permanenza. Viene data la preferenza a coppie di fratelli, per i quali si valuti opportuno evitare un’ulteriore separazione, salvaguardando così la continuità di legami già esistenti e limitando in parte la sofferenza e il vissuto abbandonico dei ragazzi.
- Maschi e femmine
La comunità sceglie di ospitare sia maschi che femmine perché ritiene che la convivenza tra i due sessi, oltre che essere la situazione che si verifica normalmente nella famiglia e a scuola, comporta opportunità educative importanti in tutte le fasi evolutive. Certamente non si nasconde il fatto che la convivenza tra persone che non hanno rapporti di parentela sia un elemento di novità rispetto alle esperienze della maggior parte dei ragazzi, e che questo potrebbe portare a momenti di difficoltà specialmente nel periodo dell’adolescenza. Tuttavia, la convivenza si rivela positiva e gli eventuali problemi risolvibili.
- Età diverse
Anche la presenza in comunità di bambini e ragazzi di età diverse costituisce un elemento arricchente, perché offre la possibilità di rapporti differenziati riguardo alle modalità di relazione e di coinvolgimento affettivo. Infatti in comunità avviene spesso che la differenza di età sia utilizzata come occasione educativa: i più grandi possono responsabilizzarsi verso i più piccoli e sperimentare la loro capacità di “prendersi cura” (la responsabilità resta comunque agli educatori). Spesso i più piccoli trovano nei più grandi persone che, essendo nelle loro stesse condizioni, li aiutano ad affrontare la difficoltà di trovarsi “lontano da casa”, di “avere problemi in famiglia”. A volte la differenza di età fa sì che non sia facile organizzare la vita della comunità tenendo conto delle esigenze di tutti, ma i ragazzi accettano dei limiti quando vedono che anche la loro particolare esigenza è stata presa in considerazione. L’impostazione generale della comunità, tuttavia, stimola i ragazzi a frequentare, come è loro necessario, i coetanei al di fuori della comunità.
- Ragazzi difficili?
Spesso le persone rimangono stupite nel constatare che i minori della comunità sono come gli altri. Ancora esistono dei pregiudizi che associano in qualche modo comunità a collegio, istituto di correzione. I ragazzi affidati alla comunità non sono “da correggere” più dei loro compagni di scuola. Certo le difficoltà familiari pesano e a volte lasciano il segno. E poi non è certo facile per loro uscire di casa, cambiare persone, abitudini, scuola, ecc. Spesso ci sono difficoltà scolastiche e di comportamento, a volte problemi psicologici, ma in genere i ragazzi, anche quelli provenienti dalle situazioni familiari più dolorose, una volta inseriti in comunità, dimostrano importanti capacità inespresse.
Per questo, una volta chiarita la loro situazione specifica, pur nel rispetto dei limiti presenti in ogni caso, si cerca di richiedere loro le stesse cose che vengono in genere richieste ai coetanei.
La comunità non accoglie ragazzi che presentano handicap gravi perché non dispone della struttura e del personale adeguato.
- Problemi in famiglia
Quando i ragazzi vengono inseriti in comunità spesso hanno avuto comportamenti negativi o difficili a scuola o a casa e certamente in comunità viene loro richiesto di assumersi la responsabilità di tali comportamenti e di modificarli a poco a poco; ma è necessario dire chiaramente che l’allontanamento del minore dalla famiglia non è una punizione e comunque non è causato da tali comportamenti ma da problemi familiari dei quali il comportamento dei ragazzi è solo uno degli aspetti o delle conseguenze.
Le cause dell’inserimento di un ragazzo in comunità sono dunque riconducibili a problemi di diversa natura, presenti nella sua famiglia. E’ di fondamentale importanza per la riuscita del progetto fare chiarezza su questi problemi e in linea di massima poterne parlare liberamente.
- Altri criteri per l’accoglienza
Oltre agli elementi generali esposti, gli altri criteri per l’accoglimento di un ragazzo sono riconducibili a due ordini di fattori:
– la necessità di garantire eterogeneità e stabilità al gruppo dei ragazzi, valutando fattori come l’età, il sesso e le problematiche degli altri ragazzi presenti, in modo che il nuovo arrivato possa trovare un posto adatto a lui senza compromettere d’altra parte in maniera troppo pesante l’equilibrio della comunità;
– l’esistenza di un adeguato progetto sul caso (progetto globale) che definisca sia i compiti dei diversi servizi che intervengono per la risoluzione del caso, sia le responsabilità che la famiglia d’origine viene ad assumersi ai fini della risoluzione dei problemi che avevano determinato l’allontanamento dei minori. È importante che il progetto per quanto possibile moduli anche gli obiettivi intermedi e le modalità di verifica dell’andamento del progetto. L’esistenza del progetto globale è fondamentale anche per favorire l’inserimento dei casi più adatti alle caratteristiche strutturali e pedagogiche della comunità5
NOTE
1 Vedi ad esempio capitolo 2 e 3.
2 Le conclusioni di queste chiarificazioni sono contenute nel documento “Tipologia dell’Utenza e Orientamento Comin” del gennaio 1986. Vedi doc.22
3 Le nostre comunità hanno cercato di sottolineare la temporaneità dell’inserimento dei minori come elemento determinante per il buon esito del progetto. Del resto dall’uscita della legge 184 del 1983, anche nel contesto istituzionale si è progressivamente consolidata la consapevolezza che l’allontanamento del minore dalla sua famiglia debba essere considerato come intervento temporaneo all’interno di un progetto complessivo di sostegno alla famiglia in difficoltà. Purtroppo al di là delle affermazioni, spesso questa consapevolezza non trova riscontro nella prassi operativa.
4 Situazioni, queste, che noi avevamo definito di autonomizzazione, per distinguerle dal progetto che prevedeva l’autonomia intesa come autonomia psicologica e pratica in vista dell’inserimento all’interno di una famiglia carente.
5 Vedi Comunità Familiare “il Melograno” Progetto Istituzionale pag. 10-12