Una girandola di emozioni, ogni giorno diverse

Non sarà tutto immediatamente comprensibile, quello che sto per raccontarvi è un emozionante miscela di eventi suggestivi tanto da poter essere definiti quasi magici.

Mi chiamo Laura, classe 1985, da anni oramai lavoro nello stesso e identico luogo, ma quello che accade a me e ai miei colleghi quotidianamente ha dell’incredibile. La sede non cambia MAI, stessa via, stesso edificio, stesso giardino, ma ogni giorno la nostra occupazione è differente. Noi non siamo mai quelli di ieri, cambia il nostro ruolo, la nostra mansione.

Le persone per le quali lavoriamo, ad oggi sono otto, sette femmine e un maschio. Hanno età diverse ma sono accomunate per lo più da esigenze simili; il tempo può apportare delle differenze nel loro gruppo, c’è chi si ferma di più, chi si ferma di meno, ma noi li ricordiamo tutti, li ricordiamo perfettamente.

La magia di questo luogo e delle persone che lo vivono permette di sperimentarci in diversi mestieri, mentre vi scrivo sono sporca di farina perché oggi sono stata una pizzaiola, al contempo il mio collega Cristiano serviva ai tavoli. Potrei giurare o documentare con delle foto, che proprio ieri io e Alessandra siamo state delle atlete che avevano appena terminato le Olimpiadi e dirvi con la stessa identica fermezza che, il giorno prima siamo state Critici d’Arte che questionavano di quadri in galleria, e che nella stessa sera ci siamo trovate a staccare ticket per l’ingresso al cinema.  Lo so, ha dell’incredibile, ma è tutto vero.

Potrei aiutarvi dicendo 5, 7, 9, 11, 13, 15, 16, 19, ma non capireste e magari pensereste di dover giocare questi numeri al Lotto.  Non è cosi, teneteli a mente, vi serviranno più avanti per comprendere meglio.

Con l’arrivo dell’emergenza per noi le cose sono cambiate. Anche se apparteniamo a quella percentuale di popolazione alla quale è stato consentito spostarsi per “comprovate esigenze lavorative”, noi abbiamo il dovere di farlo, non possiamo fermarci, ma a dire il vero neanche lo vorremmo. Un po’ ci siamo abituati, lavoriamo nel week end, nei giorni di festa, spesso il 15 agosto; per noi non esistono giorni rossi, la maggior parte delle volte festeggiamo con i nostri capi. Non vogliamo essere chiamati “eroi”, non lo siamo, il nostro strano e camaleontico lavoro lo abbiamo scelto e lo adempiamo quotidianamente con passione, impegno e responsabilità. Quest’ultima è la nostra costante.

Mi chiamo Laura, ho trentacinque anni e sono un’Educatrice di Comunità. Svelato l’arcano. Esiste una stretta relazione tra le parole comunità, vita in comune e dono. Un’ etimologia della parola comunità fa derivare communitas da cum-munus, cioè dal dono (munus) reciproco. Ma la stessa etimologia ci rivela immediatamente anche l’ambivalenza del dono, nascosta nella parola latina munus. Munus è insieme dono e obbligo.

La mia comunità si chiama Girandola. Nasce da un progetto della Cooperativa Comin nel 2012, come comunità residenziale. Convoglia quattro famiglie affidatarie e degli appartamenti per l’autonomia. 5, 7, 9, 11, 13, 15, 16, 19 sono le età dei bambini e dei ragazzi che attualmente la abitano. La pizzeria, le Olimpiadi, la serata cinema o la giornata d’arte sono tra le attività che quotidianamente svolgiamo in loro compagnia.

La prima settimana di emergenza da Covid-19 da noi in Girandola ha avuto un gran successo. Una ola significativa è partita a gran voce per la ministra Azzolina, quando si è scoperto che la scuola era stata momentaneamente sospesa. Con un clima favorevole, l’invito e il consiglio degli esperti a trascorrere più tempo all’aria aperta, i primi giorni si sono praticamente volatilizzati, siamo stati in una fattoria e abbiamo fatto una gita in barca, i casi erano contenuti e la paura di essere contagiati non era ancora percepita come qualcosa di quotidiano e reale.

La situazione si è modificata velocemente. Un Decreto Ministeriale annunciava “Italia zona rossa”. Detto sinceramente, non eravamo pronti, ma poi abbiamo capito, non si è mai pronti ad un evento del genere.

Alla velocità della luce abbiamo dovuto reperire diversi mezzi e adoperare diverse modalità per cercare di spiegare, differentemente e in base all’età cosa stesse realmente accadendo; non avevamo neanche noi le idee particolarmente chiare, ma nonostante il turbinio di emozioni, grazie all’arte dell’improvvisazione nell’imprevisto dell’imprevisto, possiamo dire di aver fatto un ottimo lavoro.

Non è stato semplice spiegare che, nonostante l’arrivo della primavera non potevamo trascorrere del tempo fuori dalla comunità, che la scuola non sarebbe probabilmente ricominciata. Una delle nostre ragazze è una maturanda, ci dispiace, non ci sarà per lei una vera notte prima degli esami, non è stato semplice spiegare che non sarebbero venuti più i volontari a trascorrere del tempo con loro, che avrebbero sospeso gli sport e soprattutto non è stato semplice dire loro che non avrebbero rivisto le famiglie per un tempo indeterminato, perché bisogna tutelarsi, perché la salute è la cosa più importante.

Tutto vero, ma le relazioni, i legami, seppur critici e talvolta fragili, anche quelli sono importanti. Il sentimento ricorrente è stata la paura per le loro famiglie “noi siamo qui, siamo protetti, tutelati, ma la mia mamma, mio papà, mio fratello?” 

I nostri ragazzi hanno capito che il virus è democratico. Non conosce confini, etnie, età, luogo di residenza, classe sociale, mestiere, genere.   

Abbiamo dovuto adattarci all’inedito scenario, mutare di fronte alle loro esigenza di rassicurazione, ci siamo improvvisati videomaker, abbiamo preparato dei videomessaggi per tutti i loro cari, li abbiamo inviati ai Servizi Sociali e pian piano stiamo ricevendo le risposte.  Così hanno riacquisito un po’ di serenità.

La situazione non è semplice neanche per noi educatori. Provate a moltiplicare il nostro lavoro per 24 ore e rimoltiplicarlo per il numero dei nostri ospiti. La cifra che ne viene fuori è alta, ma abbiamo fatto delle scelte e abbiamo preso decisioni che costano fatica e sacrificio. Copriamo turni da cinque giorni, ne riposiamo altrettanti, ciò per evitare spostamenti quotidiani, garantiamo sempre la presenza di due operatori.  Erica, una nostra collega, per evitare contatti con la madre che lavora nella sanità si è trasferita in uno degli alloggi liberi per l’autonomia, non ci spostiamo neanche per la spesa, educatori di altri servizi non residenziali appartenenti alla cooperativa, si sono resi disponibili e la consegnano settimanalmente, arriviamo in comunità ci laviamo e cambiamo i vestiti.

Molte sono le cose che si sono modificate con l’arrivo del virus, altre invece restano dei punti fermi. Concluse le nostre nuove procedure per entrare in struttura, sappiamo che i nostri bambini e ragazzi, nonostante il momento prescriva le distanze sociali aspettano le nostre mani, ricercano il nostro affetto, perché proprio come in una famiglia, questi gesti di supporto e consolazione, tra di noi non possono mancare. Arrivano da storie difficili, hanno un mondo dentro e in questo momento non hanno il supporto delle loro consuete terapie, ma quotidianamente ci stupiamo per quanto siano plastici e disposti ad affidarsi, hanno realmente e interiorizzato il senso di fare comunità, hanno capito che siamo “tutti sulla stessa barca” e nonostante momenti di rabbia, incertezze e pianti quasi inconsolabili, sono disposti a fare squadra tra loro, con noi, e a sorreggersi l’uno con l’altro.

Mi chiamo Laura, sono una delle Educatrici della comunità Girandola, ed insieme alla mia equipè ho scoperto una cosa importante. Ho scoperto che i nostri bambini e i nostri ragazzi, considerati soggetti fragili per il loro bagaglio, sanno “restare”, sanno cercare e trovare le capacità per far fronte agli eventi, sviluppando un cambiamento ma mantenendo la propria identità. Ho scoperto che sono fatti della stessa sostanza dell’acqua, che si trasforma in bevanda se messa in un bicchiere, in fiume se posta in un argine, o farsi cascata lungo un dirupo, rimanendo sempre e comunque solo acqua.

L’Equipe della Girandola