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Perfezionamento del nostro modello di comunità

Il modello definito in quel periodo corrisponde in linea di massima a quello attuale, anche se negli anni sono intervenuti alcuni significativi cambiamenti[1].

La costituzione dell’équipe allargata

Viene costituita l’équipe allargata composta dagli educatori della comunità e da alcuni altri soci della cooperativa, cui viene delegata la responsabilità della gestione della comunità. In questo modo l’équipe allargata si pone sia come ambito di responsabilità e controllo, sia come rete di aiuto e di sostegno alla comunità, nella normalità come nella gestione di momenti particolari o di emergenze. L’intento è quello di garantire, attraverso la partecipazione più diretta da parte dei soci alla vita di una comunità, una effettiva corresponsabilità agli educatori nell’organizzazione e nella gestione della comunità.

L’istituzione della supervisione

Si è ritenuto indispensabile per l’efficacia dell’intervento educativo della comunità fornire agli educatori uno spazio idoneo, nel quale fare emergere ed elaborare anche gli aspetti personali che si giocano quotidianamente nella comunità e nelle specifiche relazioni con ogni ragazzo e con gli altri adulti. La supervisione ha voluto essere quindi uno strumento per favorire l’educatore nel tendere la consapevolezza circa i significati personali del suo mettersi in relazione, come pure riguardo alle ricadute che hanno per i ragazzi gli interventi agiti e le relazioni. Tale fondamentale supporto al lavoro di analisi e progettazione educativa viene fornito agli educatori della comunità da un tecnico esterno alla cooperativa. Il tipo di supervisione e il tecnico specifico vengono scelti liberamente da ogni singola équipe allargata.

Una nuova declinazione delle modalità di convivenza dell’educatore

Un altro cambiamento molto importante è intervenuto nel 1986 e riguarda una nuova declinazione delle modalità di convivenza dell’educatore in comunità che porta alla consapevolezza che fosse più opportuno che anche gli educatori avessero la possibilità di avere una vita e una casa esterna alla comunità senza che venisse meno il coinvolgimento nelle situazioni dei ragazzi e l’inserimento completo e consapevole nella vita della comunità. Tale scelta scaturì dalla constatazione di situazioni oggettive presenti nella comunità legate sia alle condizioni di alcuni educatori, sia alle nuove situazioni dei bambini accolti che si trovavano sempre meno nella condizione di ricercare all’interno della comunità un riferimento educativo unico, cercandovi piuttosto un’integrazione alla loro vita familiare (che in un certo modo continuava durante la loro permanenza in comunità)[2].

Da tali affermazioni discende naturale che l’organizzazione del lavoro, pur in questa impostazione, non preveda un sistema rigido di turni in base a orari predeterminati, ma che si regolasse secondo una flessibilità che tenesse conto delle situazioni specifiche dei bambini presenti e dei bisogni e delle esigenze degli educatori. In linea di massima si è venuta a creare nel tempo una situazione che prevede la copresenza di almeno due dei tre educatori della comunità nell’arco della giornata e invece una turnazione per quanto riguarda la presenza notturna e nei week-end, cercando di garantire una maggiore presenza degli educatori nei momenti significativi della giornata o in momenti speciali come feste, compleanni eccetera. Da questo cambiamento di impostazione possono derivare nuovi modi di intendere il ruolo dell’educatore da parte dei ragazzi.

Da una parte il venir meno della convivenza a tempo pieno riduce di fatto la possibilità di momenti in comune tra l’educatore e il ragazzo, tenendo conto che durante la giornata spesso gli impegni scolastici o del tempo libero tengono lontano il minore dalla comunità. D’altra parte però la limitazione del ruolo dell’educatore in questo senso ha favorito l’acquisizione di una visione più matura e realistica della propria funzione all’interno della vita del bambino. La nuova impostazione della comunità ci ha inoltre portato ad aprire un’attenta riflessione sui fattori che determinano e favoriscono lo svilupparsi o l’accrescersi di un sentimento di appartenenza, da parte del bambino e anche dell’educatore, alla comunità e di conseguenza anche sui fattori che facilitano l’instaurarsi di un clima di comunità ritenuto condizione indispensabile per l’efficacia del nostro intervento educativo.

In questo stesso periodo si arriva, al termine di un cammino progressivo, a una retribuzione più equa del lavoro degli educatori che vengono inquadrati a livelli salariali normali, anche se non corrispondenti alle ore di lavoro effettivamente svolte. Questo è stato possibile grazie al raggiunto consolidamento economico della cooperativa e ha l’intento in primo luogo di garantire e offrire agli operatori la possibilità di una presenza in comunità più prolungata nel tempo e contemporaneamente di aumentare per la cooperativa la possibilità di reperire operatori professionalmente preparati oltre che motivati.

Nuovo ruolo dell’obiettore

Figura emblematica all’interno dell’équipe educativa è stata quella dell’obiettore, un tempo in pianta stabile all’interno della comunità con compiti e responsabilità equiparate a quelle degli altri educatori; l’obiettore era considerato una persona capace di garantire motivazione, convivenza e gratuità nel lavoro svolto; la Comin, dapprima tramite un accordo con Comunità Nuova poi tramite convenzione diretta con il Ministero della Difesa, ha sempre avuto obiettori a disposizione per le comunità; il maturare di una nuova figura di educatore e soprattutto le traversie intervenute nel rapporto con il Ministero della Difesa (ritardi nelle destinazioni e specialmente precettazione di persone non richieste e talvolta inadatte al ruolo di educatore) portarono nel 1988 a modificare il ruolo e i compiti degli obiettori che divennero figure di sostegno all’attività degli educatori senza la responsabilità della conduzione del progetto educativo e con una presenza in comunità più limitata.

In questo modo vennero a costituirsi équipe composte da tre educatori con il sostegno di una quarta figura, appunto l’o.d.c.

L’A.v.s.

Nel 1992 si è deciso di sperimentare in una comunità l’inserimento di una ragazza che voleva vivere un anno di volontariato sociale (A.v.s.) all’interno della comunità. Si riteneva a priori positivo l’apporto di valori ed entusiasmo portato da una persona che decideva volontariamente così di gestire un anno della propria vita. Naturalmente questa sperimentazione è stata fatta in alternativa alla presenza dell’obiettore di coscienza. L’esperienza finora si è ripetuta tre volte e ha avuto risultati contraddittori, legati alle caratteristiche personali o al vissuto delle volontarie. Si è pertanto deciso di selezionare con più rigore le eventuali nuove disponibilità che si dovessero presentare per il futuro.

I tirocinanti

Si può inoltre segnalare che si è continuato nell’arco di questi anni a fornire la possibilità a degli studenti delle scuole di formazione per educatori di svolgere un anno di tirocinio all’interno delle nostre comunità, tirocinio in genere seguito con più attenzione da uno degli educatori della comunità.

Semiconvitto

È questo un nuovo tipo di intervento che la comunità ha svolto in alcune situazioni. Ha riguardato solo ragazzi che erano già presenti in comunità ed è stato pensato in particolare come ponte per rendere possibili dimissioni altrimenti ritenute a rischio. Questo tipo di intervento può assumere caratteristiche diverse a seconda delle esigenze e delle specificità del singolo caso.


[1] Si rimanda al Vol. I -Sez. Prima

[2] Vedi Vol. VI n°27 pag.3