Lettera di Renata

Ciao a tutti,

sono Renata Villa.

Mi è stato chiesto di raccontare come e quando abbia avuto inizio la Comin. Proverò a farlo.

Ma prima voglio ringraziare per tutto quanto è stato fatto nel corso di questi anni.  Un grazie riconoscente agli educatori, a Claudio, a Barbara, ai bambini, ai ragazzi, ai soci e alle famiglie dei soci, alle équipe, agli amici, ai volontari, a quanti danno il loro contributo alla Comin, in qualsiasi forma.

Luigi sarebbe fiero dell’attuale Comin. Tengo molto a dirlo.  Sarebbe fiero per un motivo particolare; la Comin nel corso degli anni è cambiata. Infatti non si è fermata alle posizioni iniziali, si è evoluta, è al passo con i tempi, ha saputo adeguare il suo servizio ai bisogni che via via emergevano.  Soprattutto perché è in continuo divenire. E questo, vi posso assicurare, è nello spirito di Luigi.  Chi di voi l’ha conosciuto lo sa bene.

Non l’ho mai visto adagiarsi sulle posizioni acquisite. Ogni obiettivo raggiunto non lo faceva “sedere” o sentire appagato.   Al contrario lo spingeva ad andare oltre, a cercare altro e altro ancora.

Più volte ha lasciato posizioni di lavoro anche importanti per buttarsi in “imprese” che altri avrebbero definito perlomeno azzardate ma che lui riteneva in coscienza di dover fare.

E a volte ha perso lavoro, stipendio e sicurezze. E ogni volta abbiamo ricominciato daccapo.

L’inizio dell’attività della Comin viene datata nel 1975.  Ma io vi posso dire, e con me quelli che c’erano fin dall’inizio, che per conoscere tutta la sua storia occorre andare all’anno 1972. Infatti la “storia” è cominciata esattamente nell’autunno del 1972. E, se volessimo raccontarla proprio come una storia, potremmo dire così:

C’era una volta, nel 1972, una ragazza, Carla Volpato, che, dopo aver trascorso qualche tempo in un Villaggio SOS di Ostuni nella Puglia, era ritornata nella sua Milano.

Il Villaggio dove Carla aveva soggiornato accoglieva bambini che per vari motivi non potevano vivere presso la propria famiglia. Il Villaggio comprendeva 7/8 villette, in ognuna delle quali viveva una vice-mamma con 8/9 bambini.  Questi bambini rimanevano con lei anche fino alla maggiore età, se necessario.

A sovrintendere al Villaggio c’era la figura del Capo Villaggio che risiedeva sul posto con tutta la sua famiglia.

I Villaggi SOS erano stati ideati, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, da un austriaco che si era reso conto del gran numero di orfani che affollavano gli istituti. Per l’epoca, la sua idea era altamente innovativa cosicché i suoi villaggi si moltiplicarono ben presto in Austria, in altri Paesi e anche in Italia ne vennero costruiti due: uno a Trento ed uno a Ostuni, dove la nostra Carla ha fatto la sua esperienza.

Una volta tornata a Milano, nell’estate del 1972, Carla è alla ricerca di qualcuno che l’aiuti a realizzare il sogno di dedicarsi a sua volta all’assistenza di bambini in difficoltà. E, tramite amici comuni che frequentano la Chiesa dei Frati Francescani di Sant’Angelo a Milano, Carla conosce Luigi Villa, che canta nel coro di quella chiesa, e trova finalmente in lui un interlocutore attento e anche entusiasta.

E così, una domenica mattina, Carla, la nostra famiglia (avevamo al momento tre bambine di 4 – 7 e 8 anni) e Roberto Maitilasso, amico di Luigi e che sarebbe poi diventato uno dei primi simpatizzanti e quindi Socio della Comin, andiamo in treno a vedere il Villaggio SOS di Trento, per conoscere il Capo Villaggio e avere più informazioni circa quell’organizzazione.

Come ci viene esposto, tutto il sistema SOS ci piace subito. Tanto che nelle settimane successive prendiamo altri contatti e, addirittura, viene proposto a Luigi di assumere la direzione di un nuovo Villaggio SOS  che si sta costruendo a Morosolo, in provincia di Varese e per il quale si sta cercando un Capo Villaggio.

Gli accordi proseguono, seguiamo i lavori di costruzione del nuovo villaggio: ormai la decisione è presa: Luigi ne diventerà il responsabile e Carla la prima delle “mamme”.   E anche noi come famiglia avremmo abitato nel villaggio.

Arriviamo intanto ai primi mesi del 1973.  Il villaggio sta prendendo forma.

È a questo punto però che nel nostro gruppo, cominciano a sorgere alcuni dubbi. Tutto il sistema e l’organizzazione SOS non ci convince più del tutto.

Dopo successive visite a Trento, ci rendiamo conto sempre più che i bambini nel villaggio vivono quasi completamente isolati dal contesto cittadino: frequentano è vero gli asili e le scuole pubbliche ma è pur vero che per il resto la loro vita si svolge quasi esclusivamente nell’ambito del villaggio e, cosa che ci piace ancor meno, essi sono catalogati dagli esterni come “quelli del villaggio”.

Ed è così che d’accordo maturiamo la decisione, sofferta, di sganciarci dall’organizzazione SOS, pur riconoscendo peraltro una sua validità.

Quello che invece sta facendosi strada in noi in quel momento è un’idea ancor più innovativa rispetto a quella SOS, che pure ci era sembrata all’avanguardia fino a quel momento, e in effetti lo era per l’epoca in cui il massimo offerto ai bimbi e ragazzi con difficoltà familiari era quasi esclusivamente l’orfanotrofio.

Nostra intenzione, e su questo eravamo tutti d’accordo, era far vivere i bambini che ci sarebbero stati affidati in un contesto “normale”, non stanziati in un luogo circoscritto, ma alloggiati in case “normali”, inseriti nella città, come qualsiasi altro bambino.

Il progetto è ambizioso ma si scontra con la dura realtà. Noi, infatti, pur disponendo di buona volontà e anche iniziativa, manchiamo invece di possibilità economiche al di fuori di quelle che ci provengono dallo stipendio di Luigi e che ci consentono il mantenimento della nostra famiglia.  La decisione di non voler più far parte di un’organizzazione forte economicamente e ricca di anni di esperienza, quale quella SOS, porta certamente all’impossibilità di realizzare la nostra “iniziativa”. Occorre infatti reperire i fondi necessari, essenziali per iniziare, e in più la presenza di almeno altre 10/11 persone che ci affianchino per poter dare vita ad una cooperativa.

È a questo punto della “bella storia”, nella primavera del 1973, che Luigi fa quello che io chiamo il suo “famoso” appello.   Ma si sa, io sono di parte!

Una domenica mattina, durante la messa, dopo aver cantato nel coro, dall’altare della Chiesa di Sant’Angelo, Luigi comincia a parlare all’assemblea. Esordisce dicendo: “Fratelli cristiani carissimi, la prerogativa di un cristiano è l’amore” e poi, via via, espone ai presenti la sua proposta.                                                      

Dice del “dovere di liberare” (usa proprio questo termine) i bambini rinchiusi negli istituti.

Lo stesso termine Luigi impiegherà qualche anno dopo, durante un’assemblea comunale a Sesto, quando denuncerà pubblicamente lo stato di disagio in cui si trovano i bambini ospiti della Colonia permanente del Comune a Rota Imagna. Luigi dirà allora che la città di Sesto San Giovanni -medaglia d’oro per la Resistenza- non può permettersi di “deportare” i suoi bambini tanto lontano e fuori da ogni contesto normale

Ma torniamo a Sant’Angelo. Luigi prosegue a presentare la sua idea. Spiega che lui e la sua famiglia sono disposti a mettersi in gioco, che c’è una prima educatrice, ci sono, ovviamente i bambini. Occorrono, dice, 12/13 persone per poter costituire una cooperativa, occorrono fondi.

Le sue parole sono molto convincenti. La sua figura è molto conosciuta in Sant’Angelo per il suo cantare così particolare, ma non solo. Fa parte infatti di “Telefono Amico” e “Mondo X” Associazioni ideate dai frati di Sant’Angelo. Tutto contribuisce a rendere il messaggio che Luigi trasmette credibile.

Alla fine della messa, all’uscita dalla chiesa, un uomo si presenta a Luigi. È sulla sessantina o forse più. Luigi non lo conosce, quell’uomo invece gli rivela di conoscerlo bene dato che lui e la moglie tutte le domeniche si recano in Sant’Angelo anche per sentirlo cantare.

Questa persona è Gianfranco San Pietro che, con la moglie Anna, avrà tanta parte nella costituzione della Cooperativa e che ne diventerà il primo Presidente.

“Ho sentito il tuo appello, dimmi cosa devo fare” dice soltanto a Luigi presentandosi.

“Occorrono persone e fondi” risponde Luigi.

“Per i fondi non ti preoccupare” riprende Gianfranco.

“Ne occorrono parecchi” replica Luigi.

“Ti copro io per quello che ti occorre”.

Ed è stato così. Altre persone poi di Sant’Angelo si propongono come Soci. Da questo gruppo di persone si costituirà la Cooperativa a cui viene dato il nome COM.IN.

Intanto arriviamo a giugno ed è in questo mese che nasce il nostro quarto figlio.

A settembre si affitta un appartamento in Via Zumbini a Milano, lo si arreda e Carla vi si stabilisce.

Nello stesso mese di settembre 1973, i Servizi Sociali di Milano ci sottopongono il caso di due fratelli: un maschio di 3 anni e una femmina di 5 anni e mezzo. I due bambini, ci dicono, sono molto legati tra loro e noi veniamo interpellati proprio perché la Comin ha tra le sue prerogative quella di tenere uniti i fratelli, al contrario degli istituti che tendono, invece, a separarli per sesso.

Il giorno stabilito Luigi, Gianfranco, che è Presidente della Cooperativa, e Carla si recano dall’Assistente Sociale e portano a casa Maurizio e Graziella.

Qualche giorno dopo, a questi due bambini, si aggiunge un terzo ragazzino di circa 9 anni, Massimo, che verrà alcuni anni dopo adottato da un suo zio di Roma.

Sono questi i primi bambini accolti dalla Comin.

Luigi, quasi tutti i pomeriggi, all’uscita dall’ufficio, grazie al fatto di poter giostrare i suoi orari di lavoro, si reca in Via Zumbini e si intrattiene con i bambini e Carla, fermandosi spesso anche a cena con loro.

Alla domenica poi, la nostra famiglia raggiunge la casa di Carla o è lei e i bambini invece a venire a casa nostra e a noi si uniscono spesso anche alcuni futuri soci della Cooperativa con le loro famiglie.

Inizialmente la comunità è concepita su un particolare “modulo”:

-Educatrice, vice – madre e bambini

-Coordinatore, vice – padre

-Famiglia Coordinatore in rapporto amicale con Educatrice e bambini

Questo “modulo” si sarebbe poi evoluto nel corso degli anni, com’è giusto che fosse.

Nel 1974, dopo aver trascorso tutti insieme le vacanze estive in una villa a Lisanza, sul Lago Maggiore, messaci a disposizione da un amico comune di Sant’Angelo, avviene un grosso cambiamento. Si rende disponibile l’appartamento appartenuto ai miei genitori, situato vicino alla nostra abitazione a Sesto.   La Cooperativa decide allora di trasferire la Comunità di Via Zumbini  a Sesto San Giovanni, in modo che le nostre frequentazioni fossero più agevoli e consentire a Luigi di poter fare meno salti mortali, visto i suoi orari di ufficio diventati ormai davvero troppo “ elastici”.

Ma c’è un’altra novità in quel settembre del 1974.  Si aggiunge a noi una seconda Educatrice -Tona- proveniente dall’Istituto “Le Stelline” di Milano.

Con lei si aprirà nel 1975 un’altra comunità in via Cavallotti, anche questa vicino a casa nostra.

E dopo non molto se ne apre una terza con Anna e Fausta in Piazza della Resistenza, sempre a Sesto.

E poi arrivano come Obiettori Giovanni Cappellini e Claudio Figini.  Vederli adesso non è facile immaginarli allora. Capelli e abbigliamento, come d’altronde i giovani di quell’epoca lasciano diciamo un po’ a desiderare. Qualche socio della Cooperativa è un po’ perplesso ma a Luigi e a me sono subito piaciuti. Dopo il periodo dell’obiezione presso le nostre Comunità diventano Educatori a loro volta.

Nel frattempo arrivano in Comin altre due Educatrici, Barbara e Daniela e nasce così anche l’amore.

E poi la “storia” della Comin prosegue. Ma questa parte la conoscete tutti.

Rivolgo un grazie riconoscente a Gianfranco e Anna San Pietro.  Ho sentito più volte Luigi dire “se non ci fosse stato Gianfranco la Comin non esisterebbe”. Un grazie a Luigi per la sua capacità di aprirsi sempre al nuovo e all’oltre.

Un grazie, naturalmente a Carla Volpato. 

Renata