Al giorno -1 ci chiamiamo velocemente a raccolta per verificare di aver pensato a tutto, mentre ritagliamo le carte per il gioco dell’oca, che Bianca ha avuto l’estro di inventare, per descrivere il percorso dei soci in Comin.
Ma…nessuno ha pensato a procurare del vino? Gravissimo, provvedere immediatamente!
Scambio compulsivo di messaggi per tutta la sera del venerdì alla ricerca di conferme sulla presenza del gruppo musicale per il dopo cena.
09 maggio 2026, sabato mattina, sveglia ore 6. Fatica. Un raggio di sole trafigge la finestra della mia camera. Mi alzo. Il gruppo organizzativo è in moto da giorni per la spesa e le ultime indicazioni logistiche. Vedo allungarsi la lista dei messaggi sulle chat… le comunità sono a Pasturo già da ieri sera e scorrono foto di furgoni pieni di zaini e di tavole imbandite. “Noi appena arrivati!” “Noi partiti ora, saremo su tra un’ora traffico permettendo”.
Arrivo a Pasturo: viavai di adulti con occhi assonati, caffè caldo tra le mani, bambini in pantaloncini che saltano nel piazzale. Montagne di zaini a tutti gli angoli della casa. Nel salone file di sedie ordinate, ognuna corredata col kit di benvenuto. Le slide del lavoro di stage diffuso di questi 2 anni appese alle pareti. In fondo Elena e Claudio in piedi di fianco al proiettore. Penso “siamo vivacemente pronti”. Aspettiamo il moderatore. Vincenzo si è preso il compito di condurre la mattinata introducendo gli interventi previsti, ma non è ancora arrivato. Ha deciso di raggiungere Pasturo in bicicletta insieme ad Andrea che sta concludendo l’anno di servizio civile in comunità Bicocca, chissà a che ora sono partiti… Mentre con caffè e dolcetti ultimiamo gli ultimi preparativi e le prove tecniche, apprendiamo che il nostro presentatore ha qualche intoppo di percorso, arriverà un po’ in ritardo. Iniziamo. Parte la registrazione audiovideo, si susseguono gli interventi della mattinata, i ragazzi giocano in cortile. Tutto procede al meglio.
A metà mattina il “nostro eroe” entra trionfalmente dall’ingresso principale vestito di tutto punto da ciclista professionista, caschetto e scarpette comprese. Scroscio di applausi.
Giuseppe Bertolini, che ci ha accompagnato per tutto il percorso dello stage diffuso, ha introdotto i lavori di questo fine settimana integrandoli con alcune considerazioni estrapolate dai fondamenti teorici dell’analisi transazionale. Ci ha parlato delle organizzazioni come organismi viventi. Non che non ne avessi già consapevolezza, ma mi guardo intorno e penso…questa è proprio la Comin!
Ogni paio d’anni ci riuniamo in un momento di stage per affrontare un tema per noi attuale in quel momento (sul blog gli articoli che raccontano gli stage degli scorsi anni). Questa volta il fulcro è il Patto Cooperativo. Ma abbiamo iniziato a lavorarci due anni or sono. Da poco, nel 2025, la Comin ha compiuto i suoi primi 50 anni. Un anno di festeggiamenti, riflessioni, ricerca e dialogo con i nostri tanti interlocutori e con tutti i cittadini. Lo stage residenziale “Una festa non basta”, chiude ufficialmente l’anno di eventi del nostro cinquantennale.
Le condizioni sempre più estreme nelle quali il lavoro sociale è costretto a muoversi gravano sulle spalle di ogni socio, di coloro che lavorano da tanti anni e di chi si affaccia a questa professione per la prima volta. E non c’è solo questo; in 50 di storia l’idea di appartenenza ad un’organizzazione e l’approccio stesso al lavoro sono molto cambiati e i nuovi soci portano una visione che da un lato è nuova energia, dall’altro un po’ ci scompiglia e ci disorienta. Abbiamo sentito l’esigenza di aggiornare il nostro Patto Cooperativo, raccogliendo dati, pensieri, opinioni, per costruire un’idea comune a partire da come ognuno dei soci sta vivendo il lavoro in Cooperativa proprio in questo momento.
Una suggestione che voglio conservare come un oggetto prezioso: sottogruppo di lavoro di sabato pomeriggio. Nel cartellone riassuntivo campeggia “rafforzare la nostra presenza come soggetto politico autonomo”. Elia e Valentina alzano la mano, domanda dirompente “Scusate, ma cosa intendiamo con autonomia politica?”. Bene, qui c’è un’idea chiara nel Dna di alcuni soci, ma non di tutti. Uno snodo da risignificare.
Partiamo da dove siamo ora: abbiamo sviluppato il nostro lavoro sul principio dell’incidenza pedagogica del modello organizzativo. Lavorare per restituire a tutti e tutte i fondamentali diritti sociali significa prima di tutto rimettere le persone nella possibilità di riconoscere ed esprimere le proprie esigenze e partecipare responsabilmente ai processi che servono per costruire le risposte a queste stesse esigenze. Questo è un progetto politico. Un progetto di partecipazione. Il modello di lavoro cooperativo per noi è il più coerente in questa direzione. Costruire partecipazione a partire dal nostro interno. Farne e testimoniarne esperienza. Predisporre dispositivi per riaggiornarlo con il contributo di tutte le voci presenti, anche dissonanti. Lasciarci continuamente interrogare. Mantenerci in una condizione costituente, mai definitivamente costituita (Cit. Giuseppe Bertolini)
Siamo incaricati di funzione pubblica. “Noi siamo Repubblica”, uno slogan a noi caro in questi ultimi anni. Svolgiamo questa funzione sperimentando un laboratorio politico. 50 anni di esperienza ci autorizzano a portare questo modello con autorevolezza; sempre in posizione dialogante, si, ma anche assertiva. La Cooperazione sociale si prende di fatto la briga di proporre un modello di sviluppo della comunità sociale e del mondo in completa e decisa discontinuità con quello oggi mainstream. E ne abbiamo ben donde.
Domenica, quasi ora di pranzo. Negli sguardi le risate, le montagne, gli attori che la sera prima ci hanno presentato un’opera teatrale totalmente “fatta in casa” sul tema dell’affido… i gin tonic mentre il gruppo suona e la selvaggia competizione nei giochi di fine serata. Carrellata di restituzione dei lavori di gruppo quasi conclusa. Mi guardo di nuovo intorno e vedo un’organizzazione viva, vitale, creativa. Ripenso alle parole di apertura di Giuseppe. Ascolto Claudio che parla di casa. Non riesco in quel momento a trovare le giuste parole per dirlo, ma forse non ne ho bisogno: appartenenza, alleanza, progetto comune…sono tutte lì, anche nel vispo disordine con cui ci si saluta e si rassetta la casa.
Considero un grande privilegio poter essere parte di un gruppo con cui sognare un mondo diverso e lavorare per cambiarlo. Un privilegio che non hanno in molti.
Un grande grazie a tutti noi e un grazie speciale a Giuseppe Bertolini, che abbiamo incontrato e ci ha accompagnato per questo pezzo di strada. Ci rivediamo presto.
