UNA RAGAZZA ACCOLTA STIMOLA IL PENSIERO PEDAGOGICO DEGLI EDUCATORI
Siamo partiti dalla testimonianza scritta di una ragazza (ora maggiorenne) accolta alcuni anni fa nella comunità La Piroga.
La lettera è tratta da un bellissimo momento formativo di tre anni fa, con il contributo di tre neo maggiorenni che hanno vissuto nelle nostre comunità: un incontro bello e molto prezioso, oltre che denso di forti emozioni.
Ci ha lasciato tanti spunti e prospettive di lavoro, interrogandoci soprattutto sugli sguardi da rivolgere ai nostri ragazzi.
Tra i diversi contributi emersi in quella giornata, abbiamo questa trascrizione di quanto raccontato da Marta rispetto al suo modo di vivere la casa.
Questo il testo da cui siamo partiti nella riflessione al GRED:
“Lo spazio che più mi piaceva era la camera da letto che condividevo con Noemi, mia compagna di stanza storica e tra le più vecchie insieme a me, per essere entrate lì dentro presto, ed esserci rimaste a lungo (abbiamo visto tanti gruppi cambiare, ma noi siamo rimaste unite, anche se non la sopportavo).
La camera era il luogo del sospiro di sollievo, dove potevi trovare un attimo di pace e tranquillità, dove suonavo la mia chitarra, studiavo e soprattutto leggevo e parlavo con Noemi; sì perchè sembra assurdo, ma noi trovavamo sempre una strategia per rimanere più sveglie a leggere e parlare, perchè era l’unico posto e momento della giornata in cui potevamo farci il resoconto, darci consigli a vicenda.
Non scorderò mai la vecchia cara lampada bianca con gli adesivi sul mio comodino che ha visto e ascoltato praticamente tutti i litigi e le risate mie e di Noemi, ma anche di altri. Il corridoio delle camere e le camere costituivano ‘il mondo dove i segreti sono al sicuro’ per noi ragazzi. Ma anche la sala era bellissima, quando dovevamo fare i compiti e mi sentivo stimolata da tutta quella gente che era seduta al tavolo con me a fare la stessa azione, ma ciò che mi motivava veramente era la passione che vedevo negli occhi degli educatori, anch’io volevo avere quella fiamma che arde dentro: non avevano bisogno di esplicitarla, si vedeva, c’era, per molti non significava nulla, ma per me ha costituito ‘la scoperta del fuoco’, un’epoca nuova e rivoluzionaria, che ha rivoluzionato il mio modo di approcciarmi alle persone e alle situazioni, volevo avere un’intenzione simile, non totalmente uguale a loro, perchè ci tengo alla mia identità, al mio stile e alla mia impronta caratteristica; volevo guardare negli occhi una persona e ispirarla tanto quanto loro hanno fatto con me. Per questo amavo l’equilibrio che si riusciva a formare anche nei diversi ambienti, e di conseguenza in me.”
Ci siamo interrogati rispetto a due fuochi di riflessione:
Come mi risuona personalmente?
Cosa mi dice sulla pedagogia della comunità?
Il gruppo è molto variegato: ci sono tanti nuovi educatori, qualcuno più storico, sono presenti anche i coordinatori e alcuni vecchi soci stagionati.
Abbiamo seguito un metodo di lavoro che ha previsto l’intervento di ciascuno per esporre liberamente il proprio punto di vista senza sviluppare un dibattito, ma con atteggiamento di ascolto, limitando le interlocuzioni per chiedere chiarimenti nel caso di una comprensione non chiara.
Il testo ha generato in ciascuno dei presenti emozioni e sensazioni differenti, spesso anche molteplici e contrapposte in ogni singola persona.
Come mi risuona personalmente?
(Le frasi all’interno dei riquadri sono riportate esattamente come espresse da ciascuno)

Un elemento particolarmente esplicito nello scritto letto è “il fuoco”, scoperto da Marta a partire dalla passione letta negli occhi dei suoi educatori.
E ancora…




C’è stata una parte di fastidio: fastidio di vivere quotidianamente delle situazioni
comunitarie con i ragazzi molto diverse da quelle vissute con Marta, e nella maggioranza dei casi molto più di difficile gestione.
Fastidio di sentirsi impotente di fronte a talune dinamiche: l’educatore offre occasioni, ma sta all’educando scegliere se e come sfruttarle.
Tutto questo genera inevitabilmente negli educatori un ventaglio di emozioni che partono dai dubbi per giungere alle speranze.

Cosa mi dice sulla pedagogia di comunità?
Abbiamo cercato di raggruppare tra loro gli interventi che avessero una matrice omogenea:

Dalla testimonianza di Marta emerge un collegamento tra la cura e la casa, che diventa essa stessa elemento fondamentale della cura che la comunità vuole garantire ai ragazzi. (Citiamo l’articolo
recente dal titolo: “La comunità come casa, la comunità come servizio?”). Nello specifico gli interventi di molti degli educatori sottolineano questo aspetto con sfumature diverse.
Nella consapevolezza del fatto che ciascuno, ragazzi ed educatori, abbia una propria casa, si ritiene importante che tutti, anche gli educatori vogliano e possano sentirsi a casa, quando sono in comunità: è considerata CASA, oltre ad essere un servizio o semplicemente luogo di lavoro.
Marta mette in risalto contemporaneamente l’importanza della camera e del salone: da qui discende l’importanza di assicurare ai ragazzi spazi riservati, una tana in cui rifugiarsi e sentirsi in intimità, da poter personalizzare con ciò che gli è caro e contemporaneamente luoghi di vita comune, di chiacchiere, di gioco o televisione, del fare i compiti o di preparare insieme la merenda o la cena; ma anche semplicemente di rimanere “stravaccati insieme sul divano”.
Molto incisiva l’affermazione: “l’equilibrio delle persone si rispecchia nella casa”. Ci richiama a porre attenzione alla cura degli spazi, anche dei dettagli, per fare in modo che la casa faccia respirare vita e storia comune, accoglienza, possibile serenità. Pulizia e attenzione anche al giusto dettaglio.
Si evidenzia l’importanza dell’attenzione alla cura degli ambienti: richiama ad una visione di una cura a 360°, attenzione a bisogni ed esigenze specifiche di ciascuno sia nella gestione del progetto del ragazzo che negli aspetti, piccoli, della vita quotidiana.
Continuità della relazione

La testimonianza della scoperta del fuoco richiama, spinge, pungola: è un invito all’educatore ad esserci davvero, esserci come persona reale, con i propri interessi, le proprie aspirazioni, la propria storia, disposti a mettersi in gioco nella relazione così come sì è. In questo modo, senza imporsi, si
offre ai ragazzi la possibilità di trovare nuovi punti di riferimento. Esserci e restare come presenza stabile e sicura. Costruire appartenenza alla comunità e allo stesso tempo favorire ai ragazzi accolti la possibilità di porsi nella relazione con gli altri, come richiede l’individualità di ciascuno.
Marta dice che non tutti vedevano il fuoco. E’ anche una scelta o una possibilità a cui non tutti possono o sono disposti ad accedere.
Camera

Vale la pena di riprendere il richiamo alla camera, questo per richiamare
due aspetti importanti segnalati durante il confronto nel GRED.
- Riconoscere e valorizzare le relazioni che si creano tra i ragazzi. Sono un elemento importante nella vita dei ragazzi in comunità e contribuiscono in maniera determinante a costruire il clima di casa e di comunità. Ci si educa assieme e per questo la relazione tra i ragazzi presenta risorse educative importanti da tener presenti oltre a elementi di rischio o di disturbo di cui essere parimenti consapevoli, come elementi da utilizzare.
- Considerare l’importanza del tempo in cui non ci siamo. Qualcuno ha usato l’espressione “garantire un tempo in cui non ci siamo”, come fosse elemento importante della vita comunitaria oppure una sorta di “diritto” dei ragazzi.
Tempo: presente e futuro

Il tempo è una dimensione importante per la vita in comunità sia in riferimento al qui ed ora, sia pensando al futuro. Per questo è fondamentale accompagnare i ragazzi ad aprirsi in modo concreto e
reale alla vita di ogni giorno: scoprire le opportunità e imparare a far fronte alle difficoltà e alle prove quotidiane. Aiutarli a costruirsi una prospettiva di vita con uno sguardo fiducioso al futuro.
Il tempo è una dimensione importante anche in un altro senso. Diciamo da sempre che la vita in comunità deve essere esperienza transitoria: gli educatori passano e anche il gruppo dei ragazzi è sempre mutevole. Ciò si scontra con la naturale esigenza di avere relazioni familiari costanti.
Come ripensare la relazione quando invece la permanenza è meno transitoria? Rispetto alla dimensione temporale qualcuno sottolinea come la differenza di età nell’equipe degli educatori può rappresentare una risorsa perché consente di personalizzare e calibrare le relazioni. Si è
sollevata un’altra questione che noi colleghiamo, anche se con un altro significato, alla dimensione del tempo: esiste la possibilità di costruire relazioni educative con la stessa intensità e valore, sia in un’esperienza comunitaria che in una situazione di accoglienza in comunità diurna?
Pedagogia delle comunità

Tante osservazioni a questo riguardo sono già state sviluppate nei punti
precedenti.
Ci piace ora riportare alcune osservazioni sintetiche:
- Ci si educa assieme, educatori e ragazzi
- Esserci in toto: i ragazzi sentono se c’è la nostra passione
- Ogni bambino ha la propria individualità e richiede un approccio specifico
- E’ un grande cammino per imparare a riconoscere le proprie emozioni per poter imparare a gestirle; sia per i ragazzi come per gli educatori
- La pedagogia della comunità è di più di quello che riusciamo a dirci o a pensare. Fa bene pensare che c’è qualcosa che va oltre la nostra intenzionalità.
- Ci insegnano che la professionalità educativa richiede sapersi porre nella giusta distanza. Noi preferiamo dirlo in un altro modo declinandola con l’atteggiamento di un coinvolgimento consapevole (di sé, dell’altro, del contesto). Insomma più che giusta distanza…diciamo giusta vicinanza!
