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Sabrina educatrice scolastica e domiciliare ci racconta il suo ricordo di quei giorni.

Fine febbraio 2020… difficile dimenticare quei giorni, l’allarme pandemia sembrava lontano, poi si è avvicinato a passi lunghi, fino ad arrivare all’uscio delle nostre porte, il 23 febbraio con l’ordinanza di Regione Lombardia sulla chiusura delle scuole, di ogni ordine e grado, da lunedì 24 febbraio.

Ma sì, è solo in via preventiva, durerà qualche giorno, mica potremo fermare tutto?

Invece ci siamo fermati, un passo alla volta, ma molto veloci: abbiamo fermato le scuole, i luoghi di aggregazione, i luoghi affollati, e poi anche i luoghi più intimi, i luoghi di lavoro e quelli familiari. Ci siamo salutati senza un abbraccio e abbiamo cercato un nuovo modo, fino ad allora utilizzato con superficialità e poco esplorato nelle sue potenzialità, di rimanere tutti in contatto, di non fermare davvero tutto, per continuare ad incontrarci, portare avanti lavoro e relazioni: un mondo da remoto, un mondo in videochiamata!

Anche il lavoro educativo, fatto di presenza, vicinanza, accompagnamento, reti di relazioni, gesti e parole ha cercato la sua nuova via, il suo nuovo vestito.

Abbiamo dovuto trovare nuovi modi di stare insieme, nuovi modi per tenere allacciate le relazioni.

La scuola è entrata in casa. 

Gli insegnanti, i compagni di classe, gli educatori.

Nel servizio di educativa scolastica i collegamenti da remoto, con la famiglia e con i bambini e ragazzi seguiti, sono stati quanto di più intimo si possa immaginare. Famiglie con le quali non si avevano mai avuti altri rapporti in precedenza, se non brevi scambi di presentazione al servizio, brevi incontri fuori dalla scuola; improvvisamente ci si è trovati, attraverso una telecamera, a essere presenti nelle loro case, a vedere e sentire genitori, bambini e ragazzi nella loro vita quotidiana, vedere o percepire genitori ai fornelli, mentre cercavano di far studiare gli altri figli, e avere continui scambi con loro tra messaggi, mail e telefonate.

E soprattutto con i genitori di quei figli con i quali non c’era la possibilità di un’interazione verbale, ai tempi del covid, ci si è ritrovati a rispolverare creatività e fantasia! Disegnare ricette per immagini da trasformare in un’esperienza familiare, inventarci attività per immagini, da inviare tramite mail, provare anche a spiegare ai genitori come proporre quelle attività. Abbiamo chiesto ai familiari di diventare il nostro braccio, le nostre mani e la nostra voce. In alcuni casi ci siamo affidati ad altri specialisti che ci hanno consigliato attività per il consolidamento delle potenzialità cognitive; siamo stati il braccio destro degli insegnanti per provare a far fare quei compiti che loro assegnavano attraverso la piattaforma Classroom, abbiamo provato semplicemente a chiacchierare, a fare compagnia nelle lunghe giornate, a volte di solitudine, a stare insieme, a chiedere come stavano questi ragazzi in quel periodo dove la relazione sociale con i pari, nella maggior parte dei casi, era venuta completamente a mancare.

E poi è stato necessario pensare ed inventarsi come portare avanti e non interrompere anche il lavoro educativo domiciliare, fatto principalmente di sensazioni, odori, osservazioni dirette, sguardi, condivisione dell’ambiente e dei tempi di vita.

Domiciliare, in casa, in presenza… e ora?

Lì, in alcune situazioni, proprio non ci si poteva fermare…

Non si poteva semplicemente interrompere il flusso di apertura, accettazione del sostegno, riconoscimento del bisogno, che a fatica, le famiglie avevano iniziato ad accogliere.

Sarebbe stato facile dire “ci vedremo quando si potrà…”

Ma cosa ne sarebbe stato di tutti quei nuclei che – già disfunzionali in quel momento della loro storia, già in isolamento sociale, già in forte difficoltà relazionale al loro interno- fossero nuovamente stati lasciati soli ad affrontare questo nuovo upgrade della fragilità?

Dovevamo pensare a come continuare a offrire uno spazio di parola, un tempo di relazione, di sollievo e di ricreazione, un tempo quasi metafisico di possibilità: la possibilità di essere presenti, ascoltare e supportare, nonostante la nuova sfida a cui l’evento storico ci stava chiamando. È stato questo il senso di quel nuovo modo di stare insieme, in cui lo schermo è sembrato, in un primo momento, rappresentare una barriera, anche per le emozioni più semplici.

Eppure, proprio quella barriera ha reso possibili alcune aperture inattese. C’è stato chi ha dovuto prendere rapidamente appunti, sul primo pezzo di carta a disposizione sul tavolo della propria cucina, mentre un ragazzo raccontava, per la prima volta, una storia di maltrattamenti. Una rivelazione che, forse, faccia a faccia, sostenendo lo sguardo dell’altro e sentendo tutto il peso delle proprie parole, sarebbe stata molto più difficile da pronunciare.

Attraverso lo schermo e la voce che arriva solo attraverso un microfono, qualche ragazzo ha trovato il coraggio di dire che, a casa, le cose non funzionavano. In quel contesto, l’assenza fisica di un corpo che parlava e ascoltava nello stesso spazio, ha in qualche modo alleggerito il peso emotivo di quanto si stava dicendo e, forse, non ha fatto pensare alle immediate conseguenze che le parole avrebbero comportato.

Dall’altra parte, proprio perché non chiamati a gestire contemporaneamente tutta la comunicazione non verbale, ci si poteva concentrare con maggiore attenzione sulle parole e sulle emozioni che ci venivano affidate. Ascoltare in profondità, cogliere le sfumature e offrire poi, a chi di dovere, una restituzione il più possibile oggettiva e fedele, nel rispetto della fiducia che quei ragazzi avevano scelto di riporre in noi.

Ma non tutto è andato per il verso giusto… qualcuno lo abbiamo perso, nei migliori dei casi solo momentaneamente, per qualcuno è stata la rottura definitiva. Qualcuno ci ha bloccato la via, altri hanno trovato l’occasione per potersi finalmente sottrarre alla nostra fastidiosa e faticosa presenza.

Ritornare a vedersi in presenza è stato pieno di mille e svariate sfumature di emozioni e, per molti aspetti, liberatorio. In tanti hanno desiderato lasciarsi alle spalle e dimenticare ciò che è accaduto durante quei mesi che, pur essendo relativamente pochi, ci sono sembrati un’infinità.

Eppure, anche da quell’esperienza di smarrimento possiamo portare con noi qualcosa di prezioso. Possiamo conservare la consapevolezza che esistono modi diversi di esserci, di mantenere viva una relazione e di organizzare il nostro tempo, anche quando la presenza fisica non è possibile, la possibilità di provare ad avvicinarci all’altro in punta di “dita”, perché le punte dei piedi sono per qualcuno fin troppo pesanti.

I collegamenti online e le videochiamate ci hanno insegnato anche ad “ottimizzare i tempi”, a darci la possibilità di incontrarci anche con le agende fitte e i luoghi fisici distanti.

Ci hanno mostrato che la distanza non impedisce necessariamente la costruzione di legami e collaborazioni significative.

Possiamo portarci a casa anche la capacità di reinventare creativamente il nostro modo di lavorare, di ripensare le attività, gli incontri e i percorsi educativi, integrando strumenti nuovi senza rinunciare al valore insostituibile della presenza. 

Noi continuiamo a riconoscere e a sostenere il valore fondamentale dell’incontro, ma, se necessario, possiamo ampliare le possibilità di relazione e di intervento, facendo tesoro di ciò che abbiamo, nostro malgrado, tutti insieme, ma lontani, vissuto.