Vai al contenuto

ZUMBIMBI a Milano e il Progetto Residence a Rho

In questo articolo raccontiamo di due esperienze di bambini e di adulti, con l’esigenza di trovare accoglienza al di fuori della propria casa durante la pandemia.

Iniziamo con il racconto di Elza che ci ricorda l’esperienza di Zumbimbi.

“A qualche mese dalla diffusione dell’epidemia, si presentò un problema a cui concretamente non si sapeva come dare risposta: all’interno di molte famiglie quando i genitori si ammalavano, magari contemporaneamente, e dovevano restare in isolamento dal resto della famiglia o peggio richiedevano un’ospedalizzazione, spesso i figli restavano soli. Il supporto dei parenti in molte situazioni non era possibile o ancora era geograficamente lontano. Il Comune di Milano allora manifestò l’esigenza di pensare ad un luogo nel quale bambini e ragazzi con genitori ospedalizzati per Covid fossero accolti temporaneamente e accuditi. Decidemmo di rispondere a questa richiesta anche su sollecitazione della Cooperativa La Cordata, che mise a disposizione uno spazio idoneo. Nel costruire un’équipe mista (Comin/Cordata) la prima difficoltà fu reperire educatori, non solo per una questione di disponibilità numerica (alcuni educatori di fatto erano disponibili non potendo svolgere in quel momento altre funzioni nei propri servizi), ma per la preoccupazione del contagio, che portava con sé la necessità di interrompere l’attività lavorativa, l’isolamento dalla propria famiglia, e tutta un’altra serie di restrizioni e preoccupazioni. Anche in questo caso però, la risposta dei soci e degli operatori delle nostre 2 Cooperative fu pronta. 

Lo spazio messo a disposizione da La Cordata era all’interno del proprio pensionato in via Zumbini, a Milano. Nacque così Zumbimbi, comunità per l’accoglienza di bambini con i genitori ospedalizzati causa Covid-19, rivolta ad una fascia di età dai 6/16 anni, privi di rete familiare o amicale di supporto.

Un intero piano della struttura era dedicato a questa accoglienza, 16 camere con bagno. Era necessario e richiesto, infatti, che i bambini e i ragazzi restassero isolati anche tra loro.  Di queste camere, 2 erano destinate agli operatori per cambio vestiti, docce, sanificazione personale e 1 camera come piccolo magazzino per la gestione del ciclo sporco e pulito, lavanderia per indumenti personali, magazzino materiali ed approvvigionamenti relativi alla sanificazione e pulizia.

Le camere erano quindi utilizzate in modo singolo per ogni bambino, o doppio per bambini provenienti dallo stesso nucleo famigliare.

L’accesso al piano avveniva attraverso la scala antincendio, separata dall’accesso principale della struttura, permettendo una netta separazione con gli altri spazi e piani della struttura.

Ogni camera era dotata di tablet per mantenere il contatto dei minori con la scuola, gli amici ed altre figure di riferimento e telefono. I tablet, donati da Terre des Hommes, erano necessari anche per il sostegno allo studio e per le attività ludiche/ricreative a distanza. 

Sono entrata nei dettagli organizzativi per rendere l’idea della situazione e della sensazione di allarme con la quale abbiamo dovuto convivere; inoltre l’obiettivo non era soltanto quello di tutelare la salute dei bambini e dei ragazzi accolti, ma anche di farlo rassicurandoli, curando la loro condizione psicologica, consapevoli di quanto fossero spaventati, improvvisamente catapultati in un ambiente del tutto estraneo, fatto di isolamento e di persone con mascherine, camici di carta e guanti. Non ci si poteva neppure guardare in viso e, in qualche modo, riconoscersi. Inoltre, da un lato per fortuna, la permanenza dei ragazzi nella struttura nella maggior parte dei casi non era molto lunga. Tutti questi elementi rendevano davvero difficile costruire un ambiente di comunità, che, però, era l’unica forma che riuscivamo ad immaginare come possibile antidoto, o almeno sollievo dalla condizione di pericolo, isolamento e angoscia che questi bambini e ragazzi certamente vivevano. Iniziammo quindi ad escogitare, nel rispetto dei protocolli sanitari, tutte le modalità per creare momenti di aggregazione, di supporto, di gioco comune mantenendo le distanze e i dispositivi all’aperto…

Anche la risposta alla ricerca di volontari per svolgere alcune mansioni necessarie di supporto all’équipe educativa (ad esempio la spesa)  o per rendere meno pesante ai ragazzi la permanenza (animatori, giocolieri, clown, etc) fu significativa.

Per la gestione di tutto l’aspetto connesso ai protocolli sanitari necessari ci affidammo alla collaborazione con Emergency, che ci guidò nell’organizzazione di tutte le misure necessarie e si occupò della formazione specifica di tutti gli operatori coinvolti. 

Inoltre la tutela sanitaria degli ospiti prevedeva il collegamento strutturato con diverse figure di supporto:

  • Pediatra di famiglia: per procedere con gli accertamenti sulle condizioni di salute del minore, attivando la sorveglianza prevista dai protocolli per l’emergenza in atto.
  • Pronto Soccorso Pediatrico Ospedali Santi Paolo e Carlo per il servizio di consulenza nelle ore notturne, nei weekend e nei festivi.
  • Medici di Emergency: che garantiva anche un riferimento sanitario giornaliero per gli operatori, necessario per eventuali consulti su situazioni particolare dei minori.

Mi accorgo che questo racconto è al passato remoto. Come se fosse lontanissimo nel tempo. Ma erano soltanto 6 anni fa… e forse questa situazione non è lontana soltanto nel tempo, ma nella sensazione di una estrema lontananza ed estraneità al resto della propria quotidianità. Una parentesi aliena. Certo, a guardarci oggi sembra proprio che le parentesi aliene si siano moltiplicate esponenzialmente. Quel che ricordo di molto familiare, però, è la forza del gruppo nel fare appello a tutta la nostra capacità di far fronte ai numerosi problemi, agli scogli operativi e burocratici, allo sconforto legato anche alla necessaria dimensione di isolamento. E la determinazione di tutta la Cooperativa, di tutti i soci, nel tenerci insieme”. 

A conclusione del racconto di Elza rimandiamo al servizio sull’esperienza trasmesso in quei giorni dal TGR3: https://www.youtube.com/watch?v=GFKEFBif3Ac 

Un’esperienza simile a Zumbimbi, anche se rivolta a persone adulte, è avvenuta a Rho. In quel caso un imprenditore ha messo a disposizione del Comune un proprio Bed&Breakfast (in quei giorni vuoto, a causa della sospensione dell’attività) al fine di ospitare situazioni di difficoltà a causa della pandemia. Un’opportunità preziosa per persone dimesse dall’ospedale, ma nell’impossibilità di rientrare nella propria casa per la presenza di qualche situazione di positività o al contrario situazioni di positività in attesa di ricovero o in ogni caso impossibilitati a vivere la quarantena a casa. Il Comune di Rho ha stipulato un Accordo di collaborazione con le cooperative Intrecci e Comin per la gestione del Progetto Residence, con la corresponsabilità di Sercop. Il nostro compito principale è stato principalmente il controllo e la sorveglianza degli spazi e degli accessi per tutte le 24 ore, oltre alla pulizia degli spazi comuni e alla rilevazione di eventuali bisogni degli ospiti. Nell’Accordo di collaborazione vengono definiti Oneri e impegni della cooperativa.

La voce di Sabrina, un’operatrice che ha partecipato al progetto, ci regala un ricordo vivo e caldo di quell’esperienza. Link audio Sabrina da 2.10 fino a 6.00.

Restando nel territorio Rhodense, ci spostiamo di Comune per accennare brevemente ad un’altra esperienza gestita, durante il Covid dai nostri operatori a Settimo Milanese. Si tratta di un’esperienza di carattere diverso, ma ne parliamo qui, vista la concomitanza territoriale. In una stanza del Comune alcuni nostri operatori devono raccogliere telefonicamente la lista della spesa da consegnare alla Protezione civile locale che provvede poi a consegnare i prodotti acquistati ai cittadini, quasi tutti anziani, impossibilitati a gestire personalmente gli acquisti di beni primari. Si agiva sulla base di liste prestampate, ma nonostante questo, spesso le telefonate si prolungavano per il bisogno delle persone di parlare un po’, cercando di uscire per un pochino dalla angoscia della solitudine dell’isolamento. Anche questo richiedeva agli operatori un atteggiamento di leggerezza e buonumore necessari per accogliere le persone e il loro bisogno di ascolto. Questo lavoro permetteva agli operatori di essere impiegati in attività utili, rivedere i colleghi dopo lunghi periodi di separazione e affrontare con il sorriso sulle labbra anche le necessarie accurate procedure di sanificazione e i protocolli sanitari alla fine di ogni turno.