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Piroga compie 20+1 anni

“Io sono la Piroga. E oggi vi racconto i miei 20+1 anni.”

Sì, sono proprio io che vi sto parlando: la Piroga. 

Perdonate se scricchiolo un po’… l’emozione, per un pezzo di tronco scavato, si sente più del previsto. Io, che per ventun anni ho ascoltato parole, sospiri, lacrime, risate… oggi devo fare qualcosa che non mi appartiene: parlare.

Di solito sono i miei passeggeri a farlo. Io li porto, li sostengo, li accompagno.

Ma questa giornata è troppo importante per restare in silenzio.

Sono stata intagliata per essere semplice.

Non sono uno yacht elegante, né una grande nave da parata.

Sono legno vivo, scavato con mani pazienti.

Sono nata per attraversare fiumi pericolosi, non per apparire.

Forse è per questo che, nei miei primi anni, un educatore mi regalò: un simbolo, una promessa.

Io l’ho custodito come si fa con ciò che non si vuole perdere.

È con me anche oggi, sul palco.

Mi ricorda chi sono, e perché sono nata.

In 20+1 anni, ho navigato tanto.

Per i primi quindici sono stata una comunità familiare: diventando per loro casa, ho accolto 41 vite, tutte diverse, tutte fragili, tutte preziose. Le ho viste salire su di me con paura e scendere un giorno alla loro riva sicura.

Poi mi hanno accarezzata un’ultima volta e affidata a mani nuove.

Hanno guardato dentro il mio legno e hanno capito che non dovevo cambiare essenza, solo forma.

E così sono diventata una comunità diurna, ma sempre con lo stesso profumo di casa e con la stessa determinazione.

Oggi porto con me 17 storie, tutte delicate come vetro sottile, tutte capaci di fiorire se trattate con cura.

Fragilità.

Cura.

Dignità.

Risposta.

Comunitaria.

Sono parole che fanno parte di me come le venature che mi attraversano.

CURA, come quel messaggio invisibile che ogni persona porta con sé: maneggiare con attenzione.

DIGNITÀ, che spesso si nasconde dietro alla paura, ma che c’è, sempre, se la si sa guardare per riconoscerla nella sua intera bellezza.

RISPOSTA, perché non si può restare immobili quando la fragilità bussa.

COMUNITARIA, perché nessuna piroga, nemmeno la più robusta, può attraversare un fiume da sola.

Ho visto gesti che hanno levigato il mio legno più di qualunque scalpello.

E oggi porto con me anche le parole di Patrizia, la volontaria che posa sempre la mano su di me con dolcezza:

“Quando entro in Piroga, capisco il senso delle cose importanti.”

Quando l’ho sentito, ho vibrato dentro.

Perché forse è davvero questo che sono:

un luogo dove il superfluo si ferma sulla soglia,

e l’essenziale resta.

E così, eccomi qui.

Io, una barca ricavata da un tronco, con qualche graffio e molte storie incise nella mia pelle.

Ogni volta che qualcuno sale su di me, io mi allargo un po’, come se il legno potesse dilatarsi per far posto a un’altra vita, a un’altra possibilità.

Non so navigare da sola, è vero. Ma non perché mi manchino i remi:

mi mancherebbe il senso.

Il senso lo trovate voi, ogni giorno, quando varcate la mia soglia con rispetto, con timidezza, con speranza.

Lo costruiscono le mani che lavorano con me, gli sguardi che riconoscono la dignità nascosta, i passi che non temono gli argini più fangosi.

Forse è questo il mio destino:

non insegnare, non salvare, non cambiare il mondo…

ma ricordare a chi mi incontra che le cose importanti spesso sono piccole, lente, fragili.

E che vale sempre la pena prendersene cura.

Io continuerò a restare qui:

stabile e leggera, antica e sempre nuova.

Con la mia prua rivolta in avanti, e continuamente generativa.

Pronta per altri fiumi, altre storie, altre rive sicure, capace anche di ritornare là dove per prima sono stata pensata.

Grazie per essere parte del mio viaggio.

E per permettermi, ogni giorno, di essere non solo una barca…

ma una casa che sa navigare.

Concludo presentando un video che riporta il ricordo della bella festa.