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Uno come tutti gli altri

Il 24 ottobre, nella splendida Sala Alessi di Palazzo Marino, abbiamo celebrato due storie che si intrecciano da decenni:

i 50 anni di Comin e i 40 di Diapason.

Un convegno dal titolo “Noi siamo Repubblica”, non un momento di festa, ma un’occasione per fermarsi a pensare insieme a cosa significhi davvero essere parte di una comunità, di una cooperazione, di una Repubblica fatta di persone, diritti, lavoro e scelte quotidiane di impegno.

Le voci che si sono alternate hanno restituito la complessità del nostro tempo: le fatiche, i desideri, le domande che attraversano chi ogni giorno prova a costruire possibilità.

Dentro quelle parole, tra i racconti e le testimonianze, ognuno di noi ha trovato un frammento di sé.

Io, il mio, l’ho trovato in due parole e in un incontro.

La prima parola che mi porto da quel giorno è ruvido.

Elza l’ha usata per descrivere il confronto che si è aperto a Palazzo Marino.

Un aggettivo che graffia, che non accarezza, ma proprio per questo è vero.

Ruvido come le relazioni autentiche, come il lavoro sociale quando non si nasconde dietro le parole, ma si espone.

Ruvido come la realtà che abitiamo, come la cura che resiste, anche quando stanca.

Le parole di Emanuele mi hanno attraversato:

“Dobbiamo continuare ostinatamente a collaborare.”

Un invito, una promessa, forse anche una forma di testardaggine buona, quella che ci tiene insieme quando le certezze mancano.

E poi c’è Carlo.

Educatore Comin, ma prima ancora ragazzo ospite di una delle nostre comunità.

L’avevo incontrato settimane fa, a scuola. Si era presentato con garbo, con quella curiosità che illumina chi ancora vuole imparare.

Io, presa dalle solite cose, lo avevo salutato distrattamente. Uno come tutti gli altri, avevo pensato.

Ma durante il convegno, nel silenzio attento della sala, Carlo ha parlato.

Con voce ferma, semplice, ha detto:

“Riuscirò a restituire quello che mi è stato dato? Ho una grande responsabilità.”

E in quel momento qualcosa si è capovolto.

Con la freschezza di chi sta iniziando a camminare in questo mestiere, Carlo ha messo in discussione i miei quasi venti anni di strada.

Mi ha servito sul piatto la verità più limpida del nostro lavoro:

l’educazione è uno scambio.

È ricevere e restituire.

È imparare a restituire anche quando pensi di aver già dato tutto.

Forse è questo che siamo, noi che abitiamo la cooperazione.

Donatori e ricevitori, insieme.

Ognuno con la propria storia, le proprie ferite, la propria forza.

E alla fine, ognuno di noi, nel suo piccolo, resta uno come tutti gli altri,

ma è proprio da uno come tutti gli altri che può nascere la bellezza più grande.