Riprendiamo il racconto dello Stage di Cernusco. Avevamo lasciato il racconto al termine dei contributi portati il sabato mattina in Girandola.
Alla conclusione dei lavori del mattino, lo stage si è spostato in Filanda dove, dopo pranzo, si sono tenuti i gruppi di lavoro, composti in modo trasversale, per lavorare tutti sullo stesso tema, a partire degli interventi del mattino. I conduttori dei gruppi si sono incontrati poi con i due formatori esterni che, come al solito, hanno avuto il compito di riportare i contenuti dei gruppi di lavoro. Per raccontare il lavoro dei gruppi ci basiamo quindi sulle restituzioni di Gabriella ed Ennio.
Partiamo dalla Relazione di Gabriella, di cui trovi la sbobinatura negli Approfondimenti. Per chi non la conosce è una socia di lungo corso, ai tempi educatrice nella comunità di Golfo Aranci, ora socia volontaria perché da molti anni lavora come Assistente sociale nel Comune di Milano. Di lei ricordiamo soprattutto il bellissimo libro Luoghi comuni, pubblicato dal Cnca, sul senso dell’accoglienza in comunità. Tra gli Approfondimenti puoi leggere integralmente il testo dell’intervento, che come vedremo è connotato da uno sguardo pedagogico, consono al nostro approccio.
Questo ha sottolineato Gabriella.
“Dalla riflessione è emersa chiara, per prima cosa, questa acquisizione: noi non siamo detentori della verità dell’altro, noi non sappiamo qual è il suo benessere. Dove sta – come dire – allora la differenza, cos’è che mi diversifica dalla persona con la quale e per la quale lavoro? Direi che è la professionalità che mi investe comunque di una responsabilità nei confronti di queste persone. L’unica diversità tra noi e loro è proprio il fatto che mi sono affidati, che io lavoro con loro, che io con loro e per loro uso il mio essere professionale: e questa è la differenza. Poi, sul resto, pari siamo e insieme ci muoviamo. Avete usato spesso la parola spiazzamento, io aggiungo disarmante, ci siamo sentiti un po’ senza strumenti. Ma il bello di essere in una situazione disarmante è che non puoi più negare l’evidenza. E l’evidenza è proprio quella della condizione condivisa con l’altro.
Non sei tu che sai chi è l’altro e qual è il bene dell’altro. A partire da questo poi tutto si costruisce.”
Rievocando Benigni che dice che la felicità è nascosta ma dobbiamo cercarla (“cerchiamola fino all’ultimo giorno della nostra vita” ci dice) Gabriella ricorda che molti nei gruppi l ’hanno ripetuto più volte: “continuare a cercare la felicità può diventare un progetto”.
Progetto è una parola che dobbiamo esaminare bene: progetto sicuramente rimanda a una meta, a un arrivare da qualche parte, a un agire nel mondo. A questo proposito in un gruppo di lavoro è emerso che la ricerca della felicità è anche una questione politica. In effetti è vero, è verissimo, la felicità è resa possibile dalla giustizia cioè dal riconoscere e dare opportunità, le giuste opportunità a tutte le persone e quindi se vogliamo lavorare verso la ricerca della felicità, non possiamo prescindere da un intervento anche politico. Un altro elemento è stato fornito dai lavori di gruppo.
Ma c’è anche un altro aspetto della progettualità, dice Gabriella, che è il lavorare su di sé: il raccoglimento che è proprio l’imparare a scendere dentro di sé, il lavorare su di sé, per poter poi conoscersi. Imparare a stare bene con sé stessi. L’avete detto tante volte, se non c’è il nostro benessere noi non possiamo dare benessere all’altro. Cercare questo benessere per noi stessi e cercarlo sia in maniera individuale sia come cooperativa, quindi darsi quegli strumenti che ci aiutano a stare meglio e darci delle condizioni di lavoro che ci aiutano a stare meglio.
L’altro aspetto significativo del lavorare su di sé è imparare a guardare. È stato detto che col cambiare lo sguardo si aprono tante prospettive. Lo spiazzamento è la sorpresa, la novità che entra, è il punto di vista diverso che mi arricchisce.
Allora imparare a guardare è imparare a cogliere, imparare ad accogliere, imparare a raccogliere.
Guardare oltre. Qualcuno ha richiamato l’ironia. L’ironia è uno sguardo diverso che ti apre una porta, ti fa pure ridere, ti rimette in moto, ti ridà vitalità e ti porta altrove. Ti rimette in movimento.
Gabriella ritiene bellissima ed importante un’altra cosa detta durante lo stage. E’ stata richiamata la speranza. È una sospensione, un “boh cosa sto facendo? Non lo so però ci può essere dell’altro” e questo altro, si è detto ci invita alla leggerezza. Qualcuno ha parlato di respiro, possiamo parlare di levità di porsi in una dimensione prospettica. C’è una possibilità di rimbalzare, c’è una possibilità di risorgere – potrebbe dire qualcuno – e questo con un sorriso. Vi cito un episodio capitato ad una persona che conosco. Un professore che dopo due anni riceve una mail da un ragazzo, con cui non aveva avuto più rapporti. Gli dice che l’incontro con lui gli ha salvato la vita. Lo dice con una poesia di cui vi riporto alcuni versi:
“forse solo perché mi ha guardato negli occhi,
forse solo perché l’ho guardato negli occhi.
Era lì, era lì per me, era lì con me,
non ha preteso di essere mio padre,
però era lì, ci siamo guardati”.
“Di fronte e attraverso” ed è bellissimo perché guardarsi negli occhi è proprio questo stare di fronte all’altro, e questo attraverso è quello che ognuno di noi diventa attraverso proprio questo incontro, questo stare di fronte all’altro, questa presenza che si dà, che non scappa, che non evade, che non ha magari una meta definita, che non ha la pretesa di dirmi chi sono, di portarmi chissà dove.
Ci riporta un’altra acquisizione raccolta. A fianco del lavoro su di sé è importante il contesto in cui si vive, in tutte le sue forme (la famiglia, la casa, il fidanzato, gli amici, ma anche la relazione nella cooperativa, l’equipe, e la comunità sociale). La necessità di essere parte di un insieme che ti sostiene. È molto significativo l’articolo 2 della Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. La persona è, sì, sé stessa ma realizza sé stessa, si svolge, nella misura in cui è con, è insieme ad altri. Importante nel nostro contesto il riconoscimento del lavoro come esperienza collettiva. I lavoratori dell’ADM dicono “c’è una solitudine magari nel lavoro, io lavoro da solo ma non mi sento solo perché alle spalle ho il gruppo, ho l’equipe, faccio parte di”. Questa dimensione va curata tantissimo.
Gabriella cita un’altra frase detta: Comin è l’impresa, impresa sociale, non solo di realizzare qualcosa ma di realizzare me. Mentre io faccio quello che faccio, e sicuramente realizzo qualcosa, e sicuramente lo faccio anche in un contesto sociale, ma mi costruisco, realizzo me, mi svolgo, come dice la Costituzione. Un’identificazione con Comin che non è appiattimento ma che si sintetizza in una frase che sentita: “Io realizzo me stesso attraverso la cooperativa”. Quindi forse il legame dura anche per questo, perché io ci sono, io continuo ad esserci, io rimango. E quell’io che io sono è anche la storia che ho vissuto con gli altri, quello che io sono diventato attraverso il mio lavoro e attraverso la cooperativa.
Ci richiama la canzone di Niccolò Fabi che avete trasmesso, in particolare l’invito a rinunciare alla perfezione: “sapere e rinunciare alla perfezione”. Questo invito si collega allo sguardo della speranza. Significa smettere di pensare che una cosa sia quella che ho in mente, quella che ho predefinito, ma spero, apro alla possibilità, a ciò che potrà essere. Rispetto a questo ci invita a sottolineare anche un altro aspetto: “noi facciamo delle cose e misuriamo la nostra efficacia sulla realizzazione di quel prodotto che abbiamo in mente. In realtà mentre noi facciamo delle cose ne facciamo una valanga di altre che non sappiamo di fare ma che altri raccolgono. Teniamoci questo orizzonte della speranza, del tempo che fa maturare le cose o che comunque trasforma, teniamoci quella speranza che è anche rinunciare alla perfezione, aprire alla possibilità. Noi dobbiamo sicuramente anche misurare l’effetto di quello che facciamo, ma teniamoci anche questa bella consapevolezza che facciamo molto ma molto ma molto di più e forse non lo sapremo mai però lo abbiamo fatto e questo ce lo dobbiamo portare a casa”.
Gabriella ci presenta altre suggestioni:
– In ottica progettuale si può correre il rischio di vivere il quotidiano sopratutto come transito come percorso ma è fondamentale anche lo stare, un qui ed ora da vivere pienamente. La felicità sta anche qui dentro.
– Riguardo al quotidiano e all’attitudine a sguardi diversi importante anche l’invito a saper cogliere la bellezza. La felicità – qualcuno ha detto – “è stare al sole, il piacere di correre, può essere la visione di un tramonto”. Ecco allenare lo sguardo è imparare a riconoscere ciò che di bello ci può essere in ogni istante. E questo anche nelle relazioni, nelle cose che succedono nella vita come nel lavoro.
– Molto bello il caleidoscopio di soli specchi, quello senza pietruzze ma che può mostrarti in modo artistico qualsiasi cosa guardi. E questa metafora può diventare uno strumento professionale, cioè la capacità in qualsiasi situazione di vedere altro e di trovare la bellezza in ogni caso. Vedere oltre, vedere altro.
– Nel filmato delle interviste ai ragazzi ad un certo punto è stato chiesto loro di sorridere o di fare una smorfia; molto opportuno l’invito a sorridere perché nel sorridere c’è un movimento, c’è un uscire da una situazione in cui sei, E una volta di più vien da dire che dobbiamo allenarci a sorridere, noi stessi per primi, perché dobbiamo allenarci a riconoscere la felicità.
Rispetto al progetto, alla fatica di fare fatica, riporta questa frasetta “non ho bisogno che sia facile ma che ne valga la pena”. Il valore che dà senso alla fatica è in ogni caso un’opzione individuale, specifica di ogni persona. Non la decido io per l’altro.
Conclude con un suo pensiero: “per me la vita è un camminare infinito alla meta.” Senza enfasi sul progetto. Nel camminare c’è un vado verso, non sto ferma, mi muovo ed è un infinito, cioè non finirò mai, è un continuo, però sono già nella meta, sono nel qui ed ora e sono qui, non devo necessariamente andare altrove. È qui in questo momento che camminando, andando verso, posso trovare con uno sguardo diverso quella che può essere la mia felicità”.
Di taglio diverso la Restituzione di Ennio Ripamonti. Necessariamente un’impronta più sociologica, viste le sue competenze, anche se le cose dette in fondo spesso si assomigliano. Cerco di sintetizzarle e di rispettarle, invitando chi preferisce a leggere il testo integrale negli Approfondimenti.
Appunti di felicità provvisoria
Partire dal qui ed ora, dalle cose che ho visto e sentito i questi due giorni. Persone, soci di una cooperativa che si interrogano sulla ricerca della felicità che non è certo un tema usuale nelle cooperative. Abbiamo visto che c’è stato un lavoro preparatorio che ha prodotto restituzioni di taglio differenti. Hanno parlato più di 15 persone, anche a nome di diverse altre. Abbiamo visto utilizzare diverse forme espressive, dal cinema alla letteratura, dalla fotografia alla musica, dalla ricerca sociale alla cultura pop. E che cosa vogliono dire tutte queste cose? Qual è il loro valore? Ai suoi occhi indicano una realtà viva, che si interroga e che riflette, che non smette di farsi domande e di ricercare: una realtà viva e interrogante in un’epoca in cui anche il lavoro sociale e educativo appare attraversato da un eccesso di retorica e di deriva routinaria e conservativa. Il rischio, cioè, che operatori e operatrici dell’educazione assumano sempre più i tratti culturali di “impiegati” del welfare. Abbiamo visto persone che si esprimono e si confrontano, s’interrogano, entrano in contatto con opinioni diverse e interlocutori differenti.
Un secondo tipo di questioni attiene a ciò che si sente, oltre a ciò che si vede.
Partire da forme di ascolto attive e profonde
Ci sono organizzazioni che “risolvono” il problema dell’efficienza e dell’efficacia attraverso approcci e logiche tipiche del mondo aziendale. L’ascolto è invece imprescindibile nel nostro lavoro. Un ascolto attivo e profondo è il fondamento stesso di ogni forma di educazione, di relazione generativa con l’altro da noi. In una delle conversazioni di gruppo ieri qualcuno affermava: “nel nostro gruppo praticamente abbiamo fatto della filosofia sul concetto di felicità”. C’è una grande verità in questa considerazione poiché se c’è qualcosa oggi che il lavoro educativo deve recuperare è la capacità di filosofare cioè la volontà e l’impegno attivo e generoso di interrogarsi e interrogare sulle grandi domande di senso della vita. Domande tutt’altro che astruse e, men che meno, astratte. Quando si pongono queste domande ai ragazzi alcuni non sanno cosa rispondere. Urge una ripresa e un rilancio di un’educazione profondamente e autenticamente maieutica, un atteggiamento socratico verso l’esistenza, l’impegno a “far nascere il ragazzo”, per aiutarlo a diventare quello che è e quello che può essere.
Allestire situazione conviviali e dialogiche
Ennio riporta l’impressione avuta ieri andando via da qui, che forse potrà apparire un’affermazione un po’ altisonante, è stata quella di un Convivio. Nelle Grecia Classica (e poi anche nella Roma Classica) dopo i banchetti si realizzava una pratica conviviale (il Simposio) durante il quale le persone intonavano canti, ballavano, giocavano e conversavano. Oggi abbiamo un gran bisogno di recuperare capacità dialogiche e che un modo per farlo è allestire situazioni conviviali. È urgente farlo per non lasciare in mano le risposte alla ricerca di felicità all’economico che abbiamo visto non è in grado di farlo.
Capita di essere felice, anche senza intenzione
Sappiamo che esiste la felicità non perché la definiamo, ma perché la sperimentiamo. Ci capita di essere felici, di sentirci felici. A volte, come è stato riportato da alcune interviste con famiglie “è il coronamento di un’intenzionalità” Ecco delle volte invece capita di essere felici, capita nella vita che c’è qualcosa che ci rende felici nonostante e a prescindere dalla nostra intenzione. Noi non siamo abituati ad usare nel quotidiano la parola felicità, preferiamo usare dei sinonimi, mi è piaciuto, sono contento … E forse non è un male, per non logorarla, per non banalizzarla.
Ma cosa significa la felicità quando si parla del lavoro in una cooperativa sociale. Si può parlare di quanto ci rende felice lavorare in Comin? Anche qui procede restituendo ciò che ha visto e ascoltato.
Innanzitutto si parla, molte persone dicono “la Comin”, c’è un femminile “la Comin”. Altri hanno utilizzato il “noi” o “lo stile Comin”. Possiamo pensare che tutto ciò sia scontato ma, a ben vedere, non è scontato. Ci sono molte cooperative in cui quado si parla della cooperativa si parla di qualcosa di altro da sé. Ma quelli della cooperativa cosa dicono … Dico questo perché in Comin il senso di appartenenza si percepisce. Certo non per tutti allo stesso modo. Ma questo per me è un fatto positivo.
Appartenenze che ospitano la controversia
Nella nostra società stanno rinascendo forme di appartenenza settaria nelle quali tutto il bene è dentro e tutto il male fuori. A questo proposito ci rassicura e ci dice: “Tranquilli in Comin non siete una setta!” Però si percepisce l’intensità e il calore di una forte appartenenza. Da parte mia in queste giornate insieme l’ho sentita, così come l’ho sentita negli incontri preparatori. Confesso anche un sentimento di sana invidia, per quanto mi riguarda. È bella questa cosa. Cioè ho pensato che non ho in questa fase della mia vita un luogo collettivo fatto così. Un po’ perché lavoro in una piccola realtà, molto piccola, con poche persone. E poi perché alcune mie grandi appartenenze sono andate in crisi. in un gruppo, appunto, è uscita una frase che Ennio si è annotato perché la ritiene un piccolo capolavoro: “mi sono innamorata perdutamente della Comin quando sono entrata. Non so se ho mai odiato la Comin, sicuramente mi è capitato più volte di incazzarmi con la Comin”. Sottolinea la possibilità che i posti che tu ami sono quelli in cui sei libero di arrabbiarti, dove c’è spazio per il conflitto e la controversia. In un altro intervento una collega ha detto: “si tratta di curare i luoghi delle condivisione a partire da un’equipe”.
Questo significa che tutti sono contenti? Assolutamente no. In un gruppo si diceva: “però con 1000 euro al mese si fa fatica a vivere, anche se mi piace questo lavoro e mi piace la Comin”. E come si fa, qual è la soluzione per una cooperativa sociale oggi? Coniugare valore economico e qualità della vita è una sfida sempre più pressante in quanto viviamo in un sistema in cui il denaro si è trasformato nel valore assoluto. Il rischio di questa ipertrofia del ruolo sociale del denaro è sagacemente espresso da Oscar Wilde in uno dei suoi celebri aforismi: “Al giorno d’oggi la gente sa il prezzo di tutto e non conosce il valore di niente”. In questo senso le basse retribuzioni nel lavoro sociale e educativo rischiano di minimizzarne il valore.
Fare cooperazione e fare comunità nell’epoca del disincanto e della rabbia
La mission fondamentale del Terzo Settore nelle società contemporanee è, secondo Ennio, “fare comunità” e produrre benessere sociale. Per questo è necessario definire un concetto positivo di professionalità che spesso viene intesa come distacco dalle situazioni e non come capacità di esserci. Fare una professione, come l’educatrice o l’educatore, che ha scarso riconoscimento sociale e contribuzione economica medio-bassa con un approccio distante e freddo sia ancora più frustrante. Diventa pertanto fondamentale un ambiente motivante capace di supportare una professione vissuta con slancio e generosità.
Un ultimo punto riguarda il tema della felicità nella comunità sociale. Anche si appoggia ad una frase sentita in uno dei gruppi di confronto di questi giorni: “viviamo in un’epoca che non è favorevole alla felicità e al lavoro cooperativo in campo sociale, viviamo un’epoca di crisi, un’epoca così”.
È talmente vera questa affermazione che troviamo continue conferme a livello di ricerca. Il recente rapporto ISTAT sullo stato del Paese si fa esplicito riferimento all’Italia come una “società del rancore” ne è un esempio ma questa realtà è sottolineato anche in diversi testi di altri paesi.
Le vite social sono vite più felici?
La comunità locale è sempre più una società globale localizzata, con tutto il portato di complessità, eterogeneità e contraddizione che porta con sé. Studiosi di diverse nazioni si pongono questa domanda: Siamo sempre più attivi e sempre meno felici?
L’espansione delle forme di comunicazioni digitali e l’utilizzo diffuso dei social network mostra un doppio volto. Da un lato una straordinaria possibilità di connessione dall’altra di ripiegamento, favorendo processi di deindividuazione. Le caratteristiche interazionali tipiche degli ambienti digitali possono più facilmente inibire l’empatia e alimentare l’analfabetismo emotivo degli utilizzatori più acritici. Proprio ieri, in uno dei gruppi di discussione, abbiamo sentito questo intervento: “(…) abbiamo incrociato ragazzi, ragazze anche lavoratrici, educatori, educatrici che ci dicono che molti dei loro coetanei vivono in uno stagno”. Colpisce questa metafora dello stagno perché rappresenta bene la situazione giovanile: scarso investimento su di essi del mondo degli adulti e della politica, forte disinvestimento da parte loro verso l’impegno sociale e la vita politica, diffusione del fenomeno dei Neet … ne sono solo degli esempi.
Essere sorpresi da momenti di fugace felicità
Non sappiamo esattamente cosa sia la felicità ma ci accorgiamo quando la incontriamo. In questo incontro abbiamo avuto esempi e testimonianze emblematiche. Esemplificativo il racconto della sciura Maria, e della sua grande capacità di godere delle piccole cose dell’ordinario, una sorta di felicità del quotidiano, una parabola quasi zen. Anche in letteratura si incontrano approcci simili, come il testo Momenti di felicità di Marc Augè. Nella quarta di copertina si richiama il piacere di incontrare un viso, un paesaggio, un libro, una canzone, l’emozione del ritorno o della prima volta, momenti di felicità che arrivano improvvisi e concessi a tutti, indipendentemente da origini, cultura, sesso, ceto sociale.
Questo approccio “minimalista” alla felicità suscita in me una doppia reazione. Da una parte mi piace, mi richiama la saggezza di sapersi accontentate, di godere di quello che la vita ci concede. Dall’altro lato si corre il rischio di aderire ad una visione consolatoria e che rinuncia a modificare le condizioni sociali, a contrastare la disuguaglianza, l’emarginazione, la povertà, l’ingiustizia”.
A conclusione Ennio, citando Appadurai, che, dopo aver sottolineato quanto l’identità dei soggetti oggi si gioca dentro flussi culturali globali, sottolinea che le identità non sono poi così tanto “identiche”, al contrario mutano, si trasformano e suggerisce una prospettiva in cui Ennio crede molto, una prospettiva di senso, prima ancora che di ruolo: lavorare sulla capacità di aspirare. Simile a quanto detto in un gruppo di ieri: “la felicità è la tendenza a dilatare il senso del possibile in modo enorme”; ecco credo che questo sia il cuore dell’educazione oggi, cioè contribuire, “qui e ora”, con chi incontriamo e nelle situazioni in cui operiamo, a dilatare il senso del possibile, cioè a partorire noi stessi. Così conclude la sua restituzione: Sentivo di restituirvi con molta gratitudine questi pensieri sperando che in qualche misura sia riuscito anche a dirvi quali sono i miei.
