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Dalla nostra prospettiva constatiamo innanzitutto che l’attuale assetto del sistema di welfare si traduce in un sempre più accentuato grado di marginalità del lavoro sociale (anche se questo non dipende unicamente da iniziative e risorse pubbliche). La progressiva contrazione di investimenti destinati ai servizi ha per noi infatti due fondamentali ordini di conseguenze. Da un lato, essa induce livelli di programmazione degli interventi sociali sempre più scarni e di scarsa qualità. Dall’altro, schiaccia gli importi economici dei contratti con gli enti pubblici su livelli molto bassi. Ciò rende di giorno in giorno più difficoltoso garantire stipendi adeguati alla quantità e alla complessità del lavoro svolto dai nostri soci. Non sono rare oggi le situazioni in cui gli operatori sociali – a cui è comunque sempre richiesto il possesso della laurea e di alti livelli di competenza – devono accontentarsi di livelli salariali “da milleuristi”, spesso inferiori a quelli delle persone (marginali per definizione) di cui si prendono cura.

A fianco della condizione di marginalità, sperimentiamo poi la sempre più marcata precarietà del lavoro sociale. L’impostazione stessa del mercato dei servizi e delle progettualità sociali rende progressivamente meno stabile e sicura la situazione lavorativa di chi opera in questo campo. In controtendenza rispetto a tale andamento, continuiamo a perseguire in maniera convinta la scelta di proporre sempre ai nostri soci lavoratori contratti di lavoro a tempo indeterminato. Questo non perché manchi la consapevolezza di essere in una situazione di precariato diffuso, ma piuttosto perché abbiamo sperimentato che essere precari assieme fa la differenza: i problemi della continuità del lavoro – se affrontati come questione collettiva e non come problema individuale – trovano con più facilità risposta. Al di là di questa scelta, la condizione di precarietà dell’operatore sociale tuttavia permane e tende ad aumentare, in quanto la visione politica non sembra volersi far carico – ai suoi differenti livelli – di prospettive di sviluppo in questo ambito. Questo vale soprattutto per chi come noi non è dipendente di Ente Pubblico: ciò fa sorgere in noi lavoratori del Terzo Settore la percezione di essere nella sostanza considerati come operatori sociali di serie B. Nonostante ciò noi continuiamo a non sentirci “sfigati”: siamo consapevoli di essere quotidianamente propulsori di cambiamento e costruttori di bene comune, e siamo fieri di farlo.

Vi è infine un ulteriore aspetto da sottolineare. La crescente marginalità e precarietà del lavoro sociale incide in maniera sempre più intensa sul livello di motivazione degli operatori, e dunque sulla loro capacità di gestire in modo adeguato la relazione con le persone a favore delle quali prestano servizio. Si manifesta perciò in maniera evidente il tema dell’equilibrio dialettico tra diritti dei lavori e diritti degli utenti. Noi preferiamo considerare i lati di tale rapporto non come elementi in contrapposizione, ma come parti in dialogo, che occorre tenere presenti in maniera sinergica nelle scelte organizzative. Ci rendiamo tuttavia conto che – proprio al fine di tenere aperto il dialogo, senza arrivare a deleterie contrapposizioni – esiste in questo ambito la necessità di un cambiamento.