La Mariuccia aveva un modo particolare di dividere le persone.
Una categoria era contraddistinta dall’anteporre al nome della persona la dicitura el me (il mio), il secondo genere invece un po’ indeterminato , dove si facevano fatica a ricordare i nomi con esattezza e quindi venivano apostrofati con quei là ( quelli là ) .
Diventare una persona che si poteva fregiare di essere el so ( il suo) voleva dire entrare nel cerchio delle sue attenzioni, delle sue cure, delle sue preghiere.
Avere il fregio dell’essere el me, equivaleva a guadagnarsi un titolo nobiliare.
A me, suo insegnante di ginnastica dolce, venne dato questo onore dopo una intrepida partita di bocce.
Quarti di finale a Pinarella di Cervia alla quale assistetti.
La sfida avvenne durante una vacanza con il gruppo della palestra.
In campo si sfidarono el so Diego, nipote adorato, amatissimo di Mariuccia che faceva squadra con il suo marito Rino, detto el negher, nonno di Diego
La coppia avversaria era formata da quei due là, il Tramonto, un uomo piuttosto cupo che portava nel nome il suo destino senza albe, e dalla sua moglie Rita.
Arbitrò la partita il Marino, uomo rispettato per la sua competenza nel gioco delle bocce ed un suo leggendario passato di grande puntista, che nessuno di noi ebbe mai modo di appurare, perché il Marino non giocava più. Solo arbitraggi.
Mi sedetti tra gli spalti e da lì gustai il travaglio della Mariuccia. Trasaliva ad ogni lancio della boccia.
Con il nipote Diego era prodiga di elogi anche quando la boccia del ragazzo andava ad ispezionare le periferie deserte del campo.
Con il Negher invece era esigente oltremisura. Lui ad un certo punto le disse: vieni dentro te a giocare, seca glori de donna.
La partita si snodava equilibrata.
Marino l’arbitro, quando non era sicuro della sua vista sentenziava: “misuro”. E lì calava il silenzio dell’attesa.
Il nonno era delizioso verso il nipote, lo correggeva, lo sosteneva, con la testa sempre un po’ reclinata, con uno sguardo simile a quello che un agricoltore destina al suo grano ancora acerbo in primavera.
Vidi Mariuccia parlottare tenendo in mano la catenina con la croce di Gesù, con un tono che mi ricordava il Don Camillo con il suo crocefisso.
Gli diceva, Signore – in dialetto milanese – non ti domando mai niente. Fai andare la boccia del mio Diego vicina al pallino.
Poi proseguiva “ bravo Gesù mio, bravo, adesso però fa tiare storto al Tramonto … così bravissimo.
Con l’aiuto di Dio , ovviamente vinsero la partita.
In albergo alla sera scrissi in bella copia la cronaca di quella partita, la consegnai alla Mariuccia e da allora divenni el so Gianni.
Nel resoconto di quel pomeriggio avevo messo in evidenza quel gioco di sguardi tra i tre, quel bene verso il nipote che guidava le bocce al pallino. Quelle poche righe che riconoscevano un legame profondo erano bastate.
Seppi più avanti che incorniciate erano state affisse al muro.
Ero entrato nella cerchia dei suoi. Ero diventato el so Gianni.
Questa appartenenza non la capii subito, ma dal settembre successivo ogni martedì e giovedì, sul mio tavolo in palestra arrivò un thermos con un caffè che Mariuccia preparava. Questo successe per i successivi venticinque anni. La Mariuccia dotò due sue compagne di ginnastica di thermos di riserva qualora lei fosse stata ammalata.
In seguito sentii che il pronome possessivo poteva venire esteso anche a dei luoghi.
La mia palestra, la mia chiesa , el me Milan.
Mariuccia combatteva così la società liquida, segnando con un pronome possessivo delle persone oppure un territorio, di cui lei sentiva di far parte prendendosi delle responsabilità di cura e di presenza.
Importante è raccontare il suo rapporto con la chiesa.
La sua era una fede dentro una relazione con una persona fisica innanzi tutto.
Quando qualcosa andava storto, amava dire : Signore sono qui, come stai ? stai un pochino qui con me. Guarda giù – e lei alzava lo sguardo verso il cielo – parla un poco con me.
Gesù come un capo famiglia, lei sua figlia. Si poteva permettere questa familiarità, andando ogni giorno alla sua casa, tenendo in ordine l’altare, i libretti delle letture. Lei c’era, sempre presente.
Si attirava anche qualche critica dalle amiche. Dicevano di lei che si lamentasse sempre di non stare bene, ma guai a mancare una volta .
Quante storie diceva la Mariuccia, ha portato la croce per noi, figuriamoci se non vado a trovarlo.
Certo con quel suo pronome possessivo quando entrava in campo era capace di determinare su di sé un grado di vitalità superiore alla funzionalità corporea.
Mariuccia aveva una discreta periartrite scapolo omerale, che le procurava non pochi fastidi e dolori nell’utilizzo della braccia. Ogni volta che in palestra le veniva chiesto di muovere le braccia il suo volto si trasfigurava con un’espressione di sofferenza.
Tranne una volta.
Nel tentativo di dare voce alle storie che le persone inscrivono sul loro corpo, proposi al gruppo di ginnasti, di ricercare un gesto che avevano compiuto innumerevoli volte nella loro vita, un gesto importante, che poteva ricordare il lavoro oppure la casa, gli affetti.
Un gesto da mettere sulla carta di identità. Lascia alcuni minuti di tempo per riflettere e poi via.
Di fronte a me si compose un quadro in movimento di una ventina di persone, ognuna intenta a riprodurre attraverso il gesto, una parte importante della propria biografia.
Invitai le persone ad amplificare il gesto, farlo diventare sempre più grande, che occupasse lo spazio con espansione crescente.
Mariuccia aveva deciso di rappresentare il cullare di un bambino.
Scelse el so Diego il nipote che era più vicino nel tempo al cullare che aveva sicuramente riservato anche al suo Mario, il figlio ormai uomo maturo. Diego era stato curato da lei sin da piccolissimo.
Teneva gli occhi chiusi, muoveva le braccia a destra e a sinistra, simulando un gigantesco rollio, il viso era trasognato, il ricordo la trascinava al di là dell’esperienza sensoriale del dolore alla spalla.
E’ proprio vero che il corpo è intimamente connesso alla vita e ridurlo a mera meccanica vuol dire togliere una parte imprescindibile.
Un giorno camminando con lei per strada, la vidi abbassarsi e raccogliere da terra una cartaccia e buttarla nel cestino.
Mi disse alternando italiano e dialetto meneghino: “ me lo ha insegnato l’Antonietta, sai quella lì un po’ balenga. Tutti i giorni lei quando va in strada raccoglie una borsa intera di cartacce da terra. Dice che Milano è casa sua ed allora la pulisce un po’.
“ Allora lo faccio anch’io” concluse la Mariuccia aggiungendo poi a bassa voce … “ BARBUNI “
