Vai al contenuto

Nel frattempo, si andava facendo sempre più chiara in alcune persone della cooperativa, l’esigenza della costituzione di una vera équipe educativa che potesse gestire in modo collegiale e corresponsabile la vita della comunità, in quanto si rivelava pesante, soprattutto sul piano dell’ansia e della conduzione della quotidianità, la gestione dei problemi che la vita con questi bambini e i rapporti con le loro famiglie comportavano. Inizialmente, a livello teorico, all’interno della cooperativa non si trovava l’accordo su questa posizione per due motivi: da una parte la supposta difficoltà a trovare personale qualificato, affidabile e disponibile ad assumersi tale compito, dall’altra il desiderio di mantenere una figura unica di riferimento per i bambini e quindi di non snaturare l’idea di comunità-famiglia che la cooperativa fin dalle sue origini aveva portato avanti.

Ci si poneva anche il problema dell’opinione esterna circa la convivenza di persone di sesso diverso, non sposate, che vivevano all’interno delle comunità. Questa divergenza all’interno della cooperativa e queste resistenze al cambiamento del modello di comunità sono state superate soprattutto con i dati di fatto e con la verifica della validità della presenza nella comunità di più figure adulte di riferimento. Infatti si iniziò nel 1978 un esperimento con l’inserimento di un’allieva tirocinante dell’ESAE (scuola per educatori), che fungeva da sostegno alla vicemadre in alcuni giorni della settimana. Poi si accettò la presenza di un obiettore che aveva scelto di svolgere il servizio civile per venti mesi all’interno di una comunità, assumendo un effettivo ruolo educativo, di affiancamento alla vicemadre e di presenza maschile all’interno della comunità.

Verso la fine di quell’anno, si decise l’assunzione, di un operatore maschile anche per la seconda comunità, quella di via Cavallotti; tale operatore venne assunto anche con il compito di avviare una sorta di primo coordinamento fra le tre comunità e di rappresentare la cooperativa nei rapporti con l’esterno. Infine nei primi mesi dell’anno successivo anche nella terza comunità si inserì un obiettore di coscienza.

In questo modo, in tutte le comunità era presente un’équipe di persone che insieme svolgevano il ruolo educativo, anche se la figura della vicemadre era rimasta centrale e notevolmente pregnante.