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Riflessioni successive precisazioni e altre definizioni sul ruolo dell’educatore

Dopo l’importante sforzo iniziale, sviluppato all’inizio degli anni ’80, di definire il ruolo di questa nuova figura di operatore descrivendone le caratteristiche, i compiti, le responsabilità, come pure le competenze richieste, nello svolgersi dell’esperienza operativa gli educatori della comunità hanno continuato ad interrogarsi sul proprio ruolo, operando sottolineature di aspetti già evidenziati oppure rilevando nuove caratteristiche del loro ruolo. Riportiamo di seguito riferendoci a brani di documenti la riflessione sviluppata a riguardo in questi anni.

La globalità del ruolo

L’efficacia dell’intervento educativo e un’organizzazione del servizio a partire da criteri e obiettivi diversi da quelli propri delle istituzioni totali richiedono necessariamente la piena responsabilità e l’intervento diretto di ogni figura educativa in ciascuna fase del progetto educativo e in ogni aspetto della gestione del servizio, valorizzando al massimo la professionalità dell’educatore. Per questo:

  • Si è cercato di valorizzare la corresponsabilità dell’équipe, evitando forme di coordinamento o di direzione, nella consapevolezza dell’inefficacia dell’intervento educativo di chi agisce solo su mandato e non è responsabile della progettazione del proprio agire.
  • La responsabilità dell’educatore non si gioca solamente all’interno della vita comunitaria, ma anche nel rapporto con i servizi sociali responsabili della gestione del caso, gli eventuali altri servizi tecnici che interagiscono nella gestione del caso, e il tribunale per minorenni. Ciò avviene fin dal momento della proposta dell’inserimento e della decisione di accogliere il minore, e prosegue poi nell’individuazione degli obiettivi del progetto educativo e del progetto globale, così come nelle diverse fasi di verifica del raggiungimento di questi obiettivi.1
  • L’elaborazione del progetto educativo, pur prevedendo altri importanti e insostituibili contributi,2 vede come attori principali nella lettura dei bisogni e nell’individuazione degli obiettivi educativi e delle strategie di intervento susseguenti, gli stessi operatori che poi, nella vita quotidiana, cercheranno di raggiungere attraverso la convivenza con il minore gli obiettivi educativi individuati.
  • Per questo l’educatore coniuga la propria capacità progettuale con una significativa presenza nel quotidiano. L’efficacia dell’intervento educativo della comunità sta proprio in questa feconda connessione tra motivazione e professionalità.3 È infatti:

“Il lavoro preliminare e continuo di progettazione ciò che orienta la relazione educativa nella convivenza quotidiana, quando l’educatore cerca di trasformare attività abituali e imprevisti in occasioni di cura, di intervento educativo e di valorizzazione del minore, pur declinando il proprio agire in modo per lo più spontaneo, vivo ed immediato.4 L’educatore si sforza quindi di armonizzare gradualmente tra fattori: teoria (sapere), tecnica (saper fare), personalità (saper essere).”5

  • La conduzione complessiva della vita comunitaria prevede anche la responsabilità degli educatori nella gestione domestica e nella conduzione pratica della casa, nella consapevolezza delle opportunità educative che un simile ruolo complessivo offre nel rapporto con i ragazzi con i quali si vive. “La comunità è infatti ambito di accudimento e di relazione e il procedere pedagogico è metaforico, utilizza il linguaggio delle cose e delle azioni. Il dire della comunità è soprattutto un fare ed il sapere dell’educatore si trasforma nel sapore che i ragazzi gustano nella relazione con lui”6
  • Le comunità sono pienamente inserite nella cooperativa e questo per due motivi: perché riteniamo che la creazione di un servizio alternativo all’istituzionalizzazione debba prevedere la corresponsabilità dell’operatore nelle scelte che riguardano la gestione della comunità a tutti i livelli, da quello educativo a quello economico, ponendosi come imprenditore che determina il proprio lavoro e l’esistenza della comunità e perché è previsto tra i compiti dell’operatore Comin anche lo sforzo di rendere significativa la presenza della comunità come momento di sensibilizzazione sociale, culturale e politica nei confronti delle istituzioni e del territorio.7

UNA RIFLESSIONE SUL BURN OUT

Sono evidenti alcuni costi pratici che derivano per l’operatore dalle caratteristiche di globalità del suo ruolo e dalle molteplicità delle funzioni che gli sono richieste, come pure le conseguenze che questa molteplicità di funzioni, unita alla peculiarità del modello educativo, possono avere in termini di turnover degli operatori; ciò nonostante, la nostra esperienza ci ha reso consapevoli dell’insostituibilità di questo modello, sia per l’efficacia dell’intervento educativo che ne consegue, sia per la soddisfazione professionale e personale degli operatori. Abbiamo constatato a questo riguardo come la soddisfazione professionale e personale degli operatori sia uno degli elementi fondamentali che può invece ostacolare il buon out di operatori come i nostri, che si trovano ad agire in situazioni di ansia e di fatica per tempi prolungati. Si può infatti osservare come il turnover degli operatori in altre comunità che si basano su orari di lavoro con turnazioni rigide a trentasei ore settimanali non sia assolutamente minore di quello che si riscontra in comunità come le nostre che prevedono invece tempi di presenza molto maggiori. Condizioni di lavoro educativo deresponsabilizzanti e fondate per la maggior parte su funzioni esecutive e non creative facilitano, il distacco dalle motivazioni con le quali l’operatore aveva intrapreso il lavoro educativo nella comunità.8

Nonostante ciò è importante una continua attenzione alle revisioni delle modalità organizzative del lavoro, in modo da garantire una maggiore qualità della vita degli educatori diminuendo i costi personali che la gestione del servizio comporta.

L’organizzazione del lavoro

È stata una costante nelle diverse occasioni in cui gli operatori hanno riflettuto sul proprio ruolo in questi anni ricordare come un’attuazione puntuale della complessità di ruolo descritta determina l’organizzazione del lavoro.

Per questo chenon si basi su uno schema rigido prefissato, ma che si attua settimanalmente in maniera flessibile, cercando di conciliare gli interessi della comunità e del servizio con i bisogni specifici del singolo operatore, anche se esiste uno schema organizzativo di massima cui fare riferimento. Si richiama anche qui l’importanza del fatto che l’operatore più che sentirsi dipendente di un’istituzione possa effettivamente essere gestore responsabile del proprio lavoro.

Professionalità come coinvolgimento consapevole

Può essere infine significativo rilevare come il concetto di professionalità che è alla base di queste definizioni di ruolo si esplica non nella mancanza di coinvolgimento coi problemi del ragazzo, ma piuttosto nella consapevolezza del significato e dei limiti del proprio ruolo. “Per lavorare con il minore l’educatore deve lavorare su se stesso; anzi lavorando con il minore l’educatore lavora su se stesso e viceversa. In questo senso la relazione educativa non può che coinvolgere, e tanto il bambino l’educatore, mentre vivono le relazioni che intercorre tra di loro, rielaborano altra relazioni.

La professionalità non richiede quindi mancanza di coinvolgimento ai problemi del ragazzo9, quanto piuttosto consapevolezza del significato e dei limiti del proprio ruolo e delle ripercussioni emotive che questo rapporto ha sull’operatore e sul ragazzo stesso”10

A questo riguardo è opportuno ricordare l’insostituibile ruolo di un tecnico supervisore del lavoro dell’équipe degli educatori, come strumento per la gestione di eventuali problemi legati a dinamiche relazionali che possono sorgere tra i diversi operatori che compongono l’équipe oppure come aiuto al singolo operatore nell’individuazione prima e nella gestione poi di problemi di coinvolgimento o di fusione dei propri problemi personali con quelli dei minori presenti nella comunità.

Come un camaleonte: esserci e non esserci

  • L’educatore come riferimento della comunità

“L’educatore oltre a salvaguardare le dinamiche esistenti all’interno del gruppo e aiutare il ragazzo ad inserirsi nella dinamica dei rapporti comunitari e ad accettare l’inserimento dei nuovi venuti, rappresenta con un preciso ruolo normativo, la guida di cui un minore ha bisogno nella sua crescita”11

  • L’educatore come attivatore di risorse educative

“È importante anche ripuntualizzare che nella vita comunitaria ci si educa assieme grandi e piccoli, ottenendo e offrendo a un tempo occasioni di aiuto per la crescita. Ci sembra quindi di poter considerare un educatore soprattutto come attivatore di risorse educative sia all’interno della comunità, rispetto al coinvolgimento degli altri ragazzi, sia all’esterno, valorizzando e coordinando le potenzialità offerte dalla famiglia, dagli amici, dalla scuola, dai servizi, dai gruppi di riferimento per il tempo libero, cercando in questo modo di tenere aperta la comunità ai contributi dell’ambiente circostante”.12

  • L’educatore come facilitatore di cambiamento

È consapevolezza determinante per una corretta attuazione del ruolo educativo nella comunità capire come il principale ruolo di agente e protagonista del cambiamento è di fatto svolto dalla famiglia del minore.

È stato solo nei casi in cui in modo particolare la famiglia e poi anche il minore siano stati in grado di assumere con consapevolezza il proprio ruolo di protagonisti nel cambiamento delle situazioni di difficoltà che lo vedevano coinvolto, che si è potuto raggiungere i migliori risultati educativi e reinserimento sociale. Il considerarsi facilitatori di cambiamento piuttosto che agenti o attori principali di esso, ci aiuta a definire con più realismo e correttezza e con meno onnipotenza i limiti e il significato del ruolo che giochiamo nel nostro intervento educativo-sociale.13

1 Vedi “Comunità Familiare il Melograno Progetto Istituzionale” pag. 8.

2 In primo luogo da parte del tecnico supervisore, poi dell’assistente sociale e di altri tecnici che interagiscono nel caso specifico come pure di tutte le altre risorse educative presenti nella vita del ragazzo.

3 Ci richiamiamo alla cosiddetta “interdipendenza della polarità opposte”, concetto che rende fecondo il nostro approccio al lavoro. Tale concetto epistemologico è stato elaborato anche all’interno del gruppo minori e sintetizzato poi nel documento…. alla cui lettura rimandiamo.

4 Si rimanda al libro citato “Luoghi Comuni, Crescere in Comunità” pag. 111-112.

5 Vedi Comunità Familiare il Melograno….pag. 9

6 IDEM. Si rimanda inoltre di nuovo al libro “Luoghi Comuni….” capitolo Saperi e Sapori pag. 100 e seguenti.

7 Vedi ad esempio Vol. VI doc. 27 pag. 4

8A questo riguardo, infatti, si può osservare come i motivi che hanno determinato, soprattutto negli ultimi anni, l’allontanamento di un educatore dalla comunità siano per la maggior parte riconducibili all’impossibilità di conciliare la propria vita privata con gli impegni della comunità e non tanto al venir meno delle motivazioni e dell’entusiasmo per il lavoro.

9 Vedi “Luoghi Comuni…” p.103

10 Da “Comunità familiare ‘il Melograno’ progetto Istituzionale” pag.9

11 Da “Servizio di Comunità Alloggio- Revisione Critica del Lavoro” del gennaio del 1988 – Vol. VI doc. 27 pag. 3.

12 Da “Servizio di Comunità Alloggio- Revisione Critica del Lavoro” del gennaio del 1988 – Vol. VI doc. 27 pag. 4

13 Da “Comunità familiare ‘il Melograno’ progetto Istituzionale” pag.9