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Verso il nuovo millennio

Come detto il modello di comunità definito agli inizi degli anni ’80, a parte i perfezionamenti esposti, corrisponde a quello in vigore nella comunità anche nel decennio successivo. 

Assumano significato però in merito allo sviluppo del modello comunitario alcune questioni sorte e affrontate e le riflessioni e le definizioni di comunità prodotte in questi anni.

Ecco le più importanti:

Adeguamento agli standard per le comunità alloggio previsti dal P.S.A. della regione Lombardia

I parametri fissati dalla Regione nel P.S.A. triennale ’88-’91 (e in seguito più volte reiterato per l’impossibilità a produrre il nuovo piano) riguardano quasi esclusivamente gli aspetti strutturali che oltretutto si ispirano per lo più a criteri di tipo sanitario-ospedaliero, e quindi non idonei a normare strutture quali le comunità di accoglienza.

Questa situazione ha impegnato le nostre comunità sotto due aspetti.

– In primo luogo ci ha richiesto un grosso sforzo per adeguarci ai criteri richiesti per l’autorizzazione al funzionamento. Nonostante questo le comunità di Golfo Aranci e Piazza della Resistenza hanno avuto l’autorizzazione al funzionamento solo per sei posti. Per la casa di Via Viganò, che non è di proprietà della cooperativa, ma in affitto, era invece molto più difficoltoso ottenere l’autorizzazione al funzionamento ed inoltre il contratto d’affitto aveva termine alla fine del 1997.

Ciò ha posto la cooperativa nella condizione di dover reperire una nuova abitazione, dopo una lunga ed inutile ricerca presso privati o presso enti pubblici o di beneficenza per trovare una struttura idonea alla comunità, la cooperativa ha deciso di acquistare sei locali presso una cooperativa edificatrice al quartiere Bicocca.

– In secondo luogo la cooperativa ha cercato di contribuire al dibattito per la definizione di nuovi standard più idonei a rilevare la qualità dei servizi di comunità.

Due momenti significativi sono stati:

  1. La partecipazione ad un gruppo di lavoro pluriennale partito nel 1993 e organizzato dalla Regione Lombardia in collaborazione con l’agenzia EMME&ERRE di Padova. L’obiettivo che la Regione si poneva con questo lavoro era appunto quello di individuare un modello di definizione, individuazione ed elaborazione di criteri di qualità per le comunità alloggio.
  2. L’organizzazione o la partecipazione a dibattiti pubblici cui sono state affrontate queste questioni. Questo impegno è stato svolto in collaborazione con altre realtà ed in particolare attraverso il CNCA cui le nostre comunità aderiscono è ha avuto anche l’obiettivo di produrre proposte specifiche alla regione Lombardia. Si può ricordare ad esempio la giornata di studio ottenuta nell’aprile del ’97: “Dieci anni di legge 1 e di P.S.A. in Lombardia: i servizi per minori tra programmazione e burocrazia, progettualità e accoglienza”.

Difficoltà nella collaborazione con il Servizio Sociale Materno Infantile (S.S.M.I.)

Questi anni hanno registrato una sensibile diminuzione della qualità del lavoro svolto dal S.S.M.I. che ovviamente ha avuto delle ricadute sulla qualità del lavoro nelle comunità. La causa principale di questa situazione risiede in uno scarso investimento sul Servizio Sociale di base, che si trova ad operare con un organico limitato e composto in molti casi da personale precario con contratti a termine a fronte di un inasprimento delle problematiche sociali presenti nel territorio. 

Questo fatto ha determinato tra l’altro:

  1. L’aumento del turn over delle A.S. che rende molto difficile la continuità del lavoro sul caso.
  2. L’apertura di una lista di attesa dei casi nel Servizio Sociale, per cui si assumono direttamente solo i casi più gravi, mentre le altre richieste di aiuto ai S.S. rimangono appunto in “lista d’attesa”. In questo modo si tende a lavorare solo sull’emergenza rendendo sempre più marginale l’investimento sul lavoro di prevenzione. 

Il lavoro delle comunità in questo contesto si rende più difficile per diversi motivi. 

Tra gli altri:

  1. Il turn over determina una mancanza di continuità nel lavoro delle A.S. e rende più complicato il perseguimento degli obiettivi previsti nel progetto globale, ampliando così di fatto i tempi di permanenza del minore in comunità.
  2. Spesso al momento della presentazione dei casi, le A.S. dispongono solo di notizie frammentarie o teoriche avendo assunto la competenza del caso da poco tempo. Ciò rende difficile definire un corretto progetto di intervento.
  3. Vengono in genere presentati sempre casi più deteriorati, nei quali diventa più difficile lavorare con efficacia per il recupero del rapporto con la famiglia e quindi per il rientro.
  4. È più facile che in questo contesto possano scattare meccanismi di delega di competenze nei confronti della comunità, rivelatisi molto dannosi per un efficace approccio ai problemi.

Riflessioni sul modello, confronto tra le comunità

In questi anni sono state diverse le occasioni nelle quali le comunità hanno sviluppato un confronto capillare sull’impostazione e le modalità di lavoro, sulle problematiche connesse che ciascuna équipe incontrava in specifico. Gli scopi principali di questo lavoro erano di rendere omogeneo l’intervento delle tre comunità e di riflettere insieme sulle diversità e sui problemi specifici connessi alla gestione delle comunità. Significativo a questo riguardo è stato un processo iniziato a metà degli anni 90 dal Gruppo Educatori, con un confronto sulla vita quotidiana (partito dal confronto delle agende), sulle modalità operative, sui problemi specifici degli operatori, sulla percezione del proprio ruolo… I contenuti principali di questo lavoro sono stati poi sintetizzati in nodi o in proposte di sviluppo affrontate dal Settore in una giornata di lavoro e in due assemblee successive che hanno reso operativi alcuni degli spunti emersi.

Sottolineiamo qui queste due questioni:

  1. Una riguarda le modalità di partecipazione dei soci dell’Equal alla vita della comunità; In particolare in due comunità, se pur con modalità diverse, si è instaurata nel tempo la prassi di coinvolgere una volta al mese i soci nella gestione dei week-end in comunità (il cosiddetto quarto week-end) al fine di sollevare il lavoro degli educatori e per favorire una partecipazione più intensa dei soci alla vita della comunità.
  2. Un’altra importante questione affrontata in questo lavoro è stata la revisione delle modalità di lavoro degli operatori nelle comunità. Le riflessioni sviluppate a riguardo sono scaturite fra l’altro nella proposta di un nuovo modello di comunità impostato su 4 educatori che però poi, per diversi motivi, non è ancora stato reso operativo.

Problemi di funzionamento del Settore Comunità

L’ampliamento degli interventi della Comin, manifestatosi con continuità sempre maggiore dal 1985 in poi, ha avuto delle naturali ricadute sulle modalità di lavoro interne alla cooperativa, che si è trovata a dover far fronte ad una quantità crescente di questioni cercando di mantenere modalità gestionali ugualmente democratiche e partecipative.

Questa situazione ha avuto ovviamente delle ricadute anche riguardo al governo delle comunità che non sono state più l’unico servizio gestito e il principale problema della cooperativa. Per questo a volte il lavoro del settore comunità negli anni ’90 è risultato frammentario, con momenti di assenza, durante i quali il lavoro delle tre Equal è risultato più scollegato e le riflessioni complessive o pedagogiche, per lo più sviluppato attraverso il confronto con altre esperienze esterne, faticavano a diventare patrimonio comune del settore. Sono stati diversi i tentativi di interrogarsi per trovare rimedio a questa situazione. Tra questi ultimo momento importante è stato il percorso formativo e di ricerca sul modello decisionale attuato nel ’97 dalla Comin con la collaborazione del Grafo, durante il quale ha avuto molto spazio appunto la riflessione sulle modalità per migliorare il funzionamento dei settori e in particolare del settore comunità. 

Il gruppo minori del C.N.C.A. e la pubblicazione del libro “Luoghi Comuni” 

Dall’inizio di questo decennio ha avuto crescente importanza per la nostra cooperativa l’adesione al coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (C.N.C.A.). Tale adesione ha avuto importanti ripercussioni anche riguardo la riflessione e alla definizione di un efficace modello di comunità di accoglienza, tramite il lungo lavoro di confronto, approfondimento, elaborazione al riguardo sviluppata dal 1990 nel “Gruppo Minori” con le altre comunità del C.N.C.A. che si occupano di minori.

Un importante prodotto di questo lavoro è stata la pubblicazione del libro “Luoghi Comuni: Crescere in Comunità” edito da Comunità Edizioni nel 1996. In questo testo Gabriella Gabrielli, socia Comin e collaboratrice del nostro Centro Studi, opera una significa e brillante rielaborazione dei contenuti emersi dal lavoro del Gruppo Minori, attraverso una forma narrativa semplice ed efficace che si presta facilmente a diversi livelli di lettura, per dare ad ogni lettore, educatore, genitore o esperto che sia, la possibilità di ricevere confronto al proprio agire quotidiano e alle proprie riflessioni.

“Luoghi Comuni” è considerato un evento importante in particolare dalle nostre comunità che vi ritrovano l’esposizione di una storia ritenuta anche propria, dei valori che sottostanno al proprio lavoro, dei propri modelli operativi e pedagogici, inquadrati e arricchiti da uno spessore culturale nuovo. 

Di fatto questo testo condizionerà in maniera significativa il linguaggio e i contenuti delle definizioni e delle presentazioni delle nostre comunità operate in seguito dalla Comin.

Una questione di nomenclatura

Sempre nell’ambito del “Gruppo Minori” del C.N.C.A. si è sviluppata negli anni ’96-’97 una riflessione sulla legge nazionale 184/’83. Il momento conclusivo di questa riflessione è stata la pubblicazione del documento “La tutela dei minori a rischio di allontanamento dalla famiglia di origine. Indicazioni per possibili interventi legislativi”.

Riportiamo qui un brano di questo documento in cui viene affrontata una questione di nomenclatura:

“È necessario poi definire con maggiore precisione ciò che si intende per comunità di tipo familiare e chiarire la collocazione istituzionale di questi servizi. A questo proposito, infatti, la Legge 184 è stata variamente interpretata e si sono instaurate prassi diverse che assimilano o meno la comunità alla famiglia affidataria.

Di fatto le comunità alloggio sono molto vicine alla famiglia per quanto concerne la metodologia educativa e l’organizzazione dei tempi e degli spazi di vita, ma se ne differenziano sotto il profilo istituzionale. È quindi necessario pervenire a una definizione univoca che consenta prassi omogenee, chiarendo se l’aggettivo familiare, riferito alla comunità, rimandi necessariamente alla presenza, all’interno di questa struttura, di una famiglia convivente a tempo pieno, o se con tale aggettivo si intende riferirsi semplicemente alle piccole dimensioni della struttura e al tipo di relazioni che si instaurano al suo interno. Ponendosi nell’ottica del rifiuto del ricorso all’istituzionalizzazione per affrontare il problema dell’accoglienza dei minori allontanati, si ritiene opportuno riservare solo alle comunità di vita fondate sulla presenza a tempo pieno di una famiglia convivente la definizione di “comunità familiari”, in quanto qualsiasi altra comunità di accoglienza dovrebbe essere comunque strutturata (per il numero dei componenti, per la sua organizzazione, per il tipo di relazioni presenti al suo interno e che intercorrono con l’esterno) in modo tale da soddisfare adeguatamente i bisogni di identificazione, di costruzione dell’individualità, di relazione, di appartenenza, di espressione, di autonomia, di riservatezza, ecc. propri di ogni soggetto e particolarmente pressanti durante l’età evolutiva. Non sarebbe quindi più necessario distinguere, attraverso tale denominazione, le comunità da altre forme, meno adeguate, di accoglienza, mentre sarebbe opportuno evidenziare, ricorrendo a tale denominazione, la diversità esistente tra le comunità familiari, imperniate sulla presenza di una o più famiglie residenti, e le comunità alloggio, condotte da operatori non legati tra loro da vincoli familiari.” 

Ultime definizioni del nostro modello negli anni 90

In conclusione di questo capitolo può essere utile riportare alcuni stralci di documenti nei quali ultimamente abbiamo definito il nostro modello comunitario.

“La comunità è un ambiente di vita situato in una normale struttura abitativa e inserito nel proprio contesto sociale di appartenenza. La situazione comunitaria di tale ambiente è stata pensata ed è organizzata in modo tale da permettere a ciascuno dei suoi membri la possibilità di comportamenti peculiari e di progetti personali. Ogni comunità è composta da sei-sette minori e da tre adulti tra i quali presenti sia uomini che donne. La comunità si pone di norma come momento di passaggio, più o meno lungo, in vista del rientro in famiglia oppure, in casi estremi, dell’inserimento in una nuova famiglia (adottiva o affidataria). Il ritmo della vita in comunità è scandito dall’impegno scolastico, dalle diverse attività pomeridiane, dal gioco dei ragazzi e dagli impegni personali e professionali degli educatori (nel ruolo degli educatori sono incluse anche le mansioni domestiche).”

“L’obiettivo specifico, per quanto riguarda le comunità alloggio, è quello di garantire ai minori, che devono essere allontanati dalla loro famiglia di origine, un ambiente sereno nel quale possano crescere aiutati da adulti attenti ai loro bisogni. I valori del nostro intervento pedagogico sono per noi riconducibili all’efficacia che le dinamiche comunitarie nelle quali il minore viene inserito hanno riguardo alla soluzione dei suoi problemi. Infatti la quotidianità, la condivisione dei diversi momenti, uniti al sentirsi bene accettato e accolto, portano il bambino a una maggiore tranquillità, a un maggior equilibrio che gli permettono di poter esprimere tutte le proprie risorse. La segnalazione dei minori viene fatta dai servizi sociali del Comune di Milano, con i quali esiste una collaborazione affinché contemporaneamente all’intervento sul minore si possa svolgere un intervento sulla famiglia nei confronti della quale, dove possibile, ci poniamo in maniera solidale, nell’ottica di valorizzare al massimo le sue potenzialità. Inoltre consideriamo il nostro intervento di comunità alloggio inserito nella rete dei servizi organizzati e gestiti dall’ente locale al quale spetta anche l’onere del costo della gestione del servizio”

Un’ultima definizione:

“COS’ È UNA COMUNITA’ DI ACCOGLIENZA – La comunità di accoglienza è un ambiente di vita che intende rispondere ai bisogni di minori temporaneamente allontanati dal loro nucleo familiare, garantendo un luogo di vita e di relazioni in cui essi possano trovare risposte personalizzate al loro diritto a una crescita equilibrata, e tutto il sostegno di cui ogni minore normalmente necessita per affrontare i sui compiti di crescita.

La comunità è in genere un luogo di passaggio e, pur se nel quotidiano svolge compiti e funzioni di sostituzione della famiglia di origine, non intende prenderne il posto, e sostiene invece nel bambino l’appartenenza alla sua famiglia.

Nella gestione dei progetti d’intervento relativi ai minori che ospita, la comunità si colloca nella rete dei servizi a disposizione dell’ente pubblico, ed agisce in maniera coordinata e sinergica con gli altri servizi o risorse che partecipano a diverso titolo all’attuazione degli interventi previsti.

Gli obiettivi che la comunità si prefigge possono essere intesi fondamentalmente come processi evolutivi, e a questo riguardo la comunità si connota come:

  1. un luogo per la costruzione dell’identità personale nel quale si cerca di dare continuità alla storia del bambino, aiutandolo a dare significato a ciò che è stato e a costruire nuovi significati per il presente e per il futuro;
  2. un luogo per la costruzione dell’identità sociale, nel quale costruire relazioni significative sul piano del riconoscimento di se stesso e degli altri;
  3. un luogo per la ridefinizione del rapporto con l’ambiente familiare; in comunità il bambino può imparare ad appartenere alla sua famiglia senza esserne sovrastato, senza soccombere di fronte ai problemi che essa esprime e senza soggiacere alla sua incapacità educativa.

“Produrre appartenenza è anzi proprio lo scopo della comunità, che si fonda essa stessa sulla pratica dell’appartenenza, ossia dell’accoglienza e della condivisione intesa come scambio concreto e simbolico, come relazioni che dischiudono per ognuno nuovi possibili sensi all’interno di una storia comune. Nella comunità infatti si sperimenta ogni giorno che la persona si compie nell’appartenenza e solo nell’appartenenza può raggiungere ed esercitare l’autonomia”

La comunità, insomma, è un luogo in comune, un luogo inestricabilmente fisico e relazionale, in cui fare esperienza di intimità e di confine, di appartenenza e di distinzione di accoglienza e di progettualità autonoma. La vita comunitaria ad ogni modo è un presupposto da costruire.

La vita di chi abita e costituisce la comunità non si esaurisce all’interno della stessa: ognuno ha le sue attività, i suoi luoghi, le sue relazioni all’esterno della comunità. Per questo in comunità si fa molta attenzione a valorizzare le altre risorse educative di cui dispone il bambino, a partire da quelle di importanza fondamentale presenti nella sua famiglia, fino a tutti quei rapporti positivi che il bambino riesce a intessere partecipando alla vita scolastica e alle opportunità offerte dalla vita sociale del territorio.

L’apertura della comunità all’esterno si esplica anche in un altro senso: la comunità si pone come occasione per far sviluppare una maggiore attenzione alle problematiche minorili, favorendo riflessioni e consapevolezza, proponendo e collaborando all’attuazione di interventi preventivi al disagio, affiancando e sostenendo altre forme di solidarietà, come ad esempio gli affidi famigliari.”