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Viaggiando dentro l’affido 

Narrazioni differenti di un unico, grande “viaggio di gruppo”: le professioniste e i professionisti di Comin ci raccontano l’affido attraverso esperienze, storie e voci. L’avventura dell’accoglienza in tante piccole ma significative “istantanee” del percorso che vede  coinvolte famiglie, minori e operatori. 

di Annachiara Arena, Maria Luisa Coi, Emilia Ropa, Stefano Losapio

‘’Ovunque tu vai e ovunque tu sei, fiorisci con grazia’’. 

Ispirandosi a questo proverbio giapponese, l’equipe affido Comin lavora ogni giorno per  accompagnare i minori e le famiglie affidatarie nel miglior modo possibile, nel rispetto delle loro  storie e del contesto in cui si trovano. In questo articolo, ispirandoci alle storie incontrate nel nostro  lavoro, vogliamo raccontare l’esperienza dell’affido familiare assumendo i punti di vista dei diversi  attori che la compongono. Provando ad interpretarne i vissuti, nelle varie fasi del percorso di affido  e nei diversi progetti di accoglienza. 

Quando il desiderio del viaggio prende voce (il primo contatto) 

Oggi Elisa incontra le operatrici dell’equipe Affido Comin e racconta che lei e Giorgio già da qualche  anno pensano alla possibilità di accogliere un bambino nella loro famiglia. Sentono di avere lo  spazio e le energie per aprire la loro casa. Forse è arrivato il momento giusto per dare voce a questo  desiderio e prendersi il tempo per pensarci davvero. Le operatrici accolgono il racconto di Elisa e le  presentano i diversi progetti. Si comincia a tracciare la strada del loro viaggio verso l’affido. L’invito a  partecipare al percorso formativo è il prossimo passo. 

La preparazione del viaggio (la formazione) 

Lucia e Claudio stasera inizieranno il percorso formativo per diventare famiglia affidataria. Sono  emozionati di cominciare questo viaggio, di conoscere altre famiglie che come loro desiderano  aiutare dei bambini in difficoltà, offrendo il calore della propria casa, amore e attenzioni. Alcune  famiglie ne hanno parlato anche con i loro figli che sono incuriositi. Le coppie che partecipano alla  formazione hanno tante domande nel cuore, sull’affido, ma soprattutto sulle storie dei bambini:  da dove arrivano? Vivono in comunità? Che rapporti hanno con i loro genitori? Sanno che di solito  sono seguiti dai Servizi Sociali e dal Tribunale, si aspettano di capire meglio i ruoli di tutte le figure  coinvolte e cosa succede quando il bambino va in affido. Molti pensano anche sia un’occasione per  la coppia, per mettersi in gioco e riscoprirsi. Chissà come ne usciranno… 

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Sarà il viaggio per noi? (la valutazione) 

‘’Perchè volete prendere in affido un bambino?’’. Una domanda tanto semplice quanto impegnativa.  Davanti a noi una psicoterapeuta e un’assistente sociale. ’’L’accoglienza, l’affetto, riuscire a dare  amore ad un bambino non tuo – vi prego un maschio, che in casa ho quattro femmine, penso – sono  da sempre nostri valori di riferimento’’, dicevamo un pelino tronfi e sicuri di noi. Ma in un ‘’amen’’  tutte le nostre sicurezze e certezze sono messe in discussione. Ci facciamo domande su domande:  ”Sarà la scelta giusta?’’, ‘’come la prenderanno le nostre figlie?’’, ‘’abbiamo la forza per davvero?’’. Ci  rendiamo conto che siamo dentro una cosa grossa, forse più grande di noi. ‘’Ne saremo all’altezza?’’.  Le operatrici ci dicono di sì e noi ci fidiamo. Ci lanciamo, siamo decisi ad iniziare questa esperienza  con la pancia, ma anche con la testa, o meglio, la testa riusciremo a tenerla ferma con l’aiuto di chi ci  accompagnerà. L’affido alla fine parte e, indovinate un po’, è una bambina! 

Prepariamo il bagaglio (l’attesa) 

Giacomo è in comunità da due anni e da qualche mese aspetta che sia individuata una famiglia  affidataria per lui. Suo fratello è già stato accolto da una famiglia e da qualche mese ha cominciato  la sua esperienza di affido. L’attesa in comunità per Giacomo non è sempre facile. É stato preparato  dagli operatori all’idea che anche lui possa essere accolto presso una famiglia. Giacomo sa che la sua  mamma e il suo papà per il momento non sono in grado di occuparsi di lui, ma che può avere un’altra  mamma e un altro papà che temporaneamente si prenderanno cura di lui, accogliendolo nella loro  casa. Giacomo in comunità ha creato delle relazioni importanti, si fida degli educatori, riesce a parlare  con loro delle sue emozioni, ma vorrebbe una famiglia e una casa per sé. “Quando sarà il mio turno?”  Oggi l’assistente sociale insieme alla coordinatrice della comunità dove è accolto vogliono parlargli  e lui spera che possano dirgli che hanno trovato la famiglia giusta per lui. Intanto, ad alcune decine  di chilometri di distanza, Federica e Giacomo sono molto emozionati: l’equipe affido li ha appena  contattati per proporre loro un abbinamento con un bimbo che si trova in comunità. 

Pronti? Via! (l’abbinamento) 

Di strada ne avevo fatta tanta, a piedi, sui camion, su un barcone, per terra e per mare. Pensavo che  la Sicilia fosse la mia Terraferma, dove finalmente trovare casa. E infatti ci sono stato un po’, tra una  comunità e l’altra. 

Finché un giorno mi chiedono: “Tu che vuoi fare?”. 

“Oltre al calciatore? Il cuoco!” rispondo convinto. 

“E ci andresti al Nord, in una famiglia?”. 

Quel “perché no!” è stato l’inizio del viaggio verso una nuova Terraferma, la casa di Giovanni e  Stefania. 

Certo, ma io stavo in Sicilia e loro vicino a Milano! Fortuna che l’equipe del Progetto Terreferme 

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sapeva lavorare insieme e fidarsi, anche a distanza: in Lombardia preparavano le famiglie e in Sicilia  conoscevano noi ragazzi e poi, insieme, sceglievano gli abbinamenti. Proprio per questi mille e passa  chilometri di distanza, e grazie alla tecnologia, ci siamo conosciuti in modo un po’ “speciale”, come  alla tv: prima ci siamo scambiati una foto (io ovviamente ne ho messa una davanti a una Porsche),  poi un video, in cui ho scoperto che abitavano in un posto bellissimo in campagna e alla fine ci hanno  fatto in contemporanea un’intervista con le stesse domande (alcune buffe e facili, altre più difficili…)  finché finalmente loro sono arrivati a Palermo e ci siamo incontrati davanti a un’indimenticabile  vassoio di arancine! 

La luna di miele (l’avvio) 

Quando sono entrato in macchina per la prima volta con loro, con Giovanni e Laura dico, i miei nuovi  genitori, che mi hanno accolto nella loro casa, ero emozionato e avevo anche un po’ di paura. Mi  sono fatto coraggio però, perché gli educatori della comunità mi avevano tranquillizzato e alla fine  mi sono abbandonato. Ero anche contento per essere arrivato in quella casa, perché c’era un cane  piccolo e un gatto che voleva le coccole. Il primo giorno abbiamo fatto merenda. Giovanni e Laura  sapevano che mi piaceva la pizza ai wurstel e sul tavolo in cucina me ne hanno fatta trovare una  montagna. C’era anche la coca cola, solo per me, che non dovevo più dividere con i miei amici della  comunità. Ogni tanto mi sento solo, mi arrabbio e lancio le cose. Ma Laura e Giovanni mi abbracciano  e mi tranquillizzano, io piango forte e mi calmo dopo un po’. Si vede che mi vogliono bene. 

Tra gioie e fatiche (il cammino quotidiano) 

Io glielo dicevo a mio figlio che non si dovevano impegnare in questa cosa! Un bambino così piccolo,  un problema già così grosso sulle spalle, e loro due, Luca e mia nuora, la Roberta, con una sacco di  cose da fare, il lavoro, i loro figli, i miei nipotini. Ora, così dall’oggi al domani, ho un nipote in più,  che non assomiglia per niente ai miei. Certo, è di colore, però è così bello, con quelle guance che  morderei. Adesso devo fare gli straordinari, sempre pronta e disponibile, solo che ho quasi 70 anni  e non sono mica più quella di una volta. Ma vedo che Luca e la Roberta si danno da fare, cercano  di stare dietro a tutto, fanno del loro meglio e con il piccolino sono bravissimi, come se fosse figlio  loro. Quando piange, – e come piange! – si dimena e sembra proprio soffrire. Loro lo cullano e lo  tranquillizzano. Soprattutto la Robi lo tiene stretto a sé. Il pannolino non mi ricordavo neanche più  come si usava e non vi dico quanti ne consuma! Però è una gioia vederlo dormire sereno dopo la  pappa, sembra che abbia trovato pace, ed io faccio volentieri gli straordinari! 

I saluti (la chiusura dell’affido) 

Non era la prima volta che mamma e papà portavano a casa un piccolino: il primo era rimasto  con noi 2 settimane, neanche il tempo di abituarsi; la seconda invece più di un anno e si chiamava 

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addirittura come me! 

Leon però è stata tutta un’altra storia: me lo sono trovata in soggiorno, nella carrozzina, appena  tornata da scuola, la prima media è una bella sfida. Mamma e papà erano andati a prenderlo in  ospedale con un’educatrice, addirittura fuori regione, appena in tempo: il giorno dopo siamo entrati  in zona rossa! Piccolissimo – la piccola di casa sono sempre stata io – con un brufolo gigante vicino  all’ombelico. Sonnecchiava con un faccino che, per quanto piccolino, si capiva che era furbetto e  grintoso. Il tempo con Leon è volato, anche se di notte dormiva ben poco, e io mai come con lui mi  sono sentita grande a coccolarlo, trovargli nomignoli, giocare con lui. 

Un giorno ci hanno detto che Leon sarebbe andato in adozione. Non sono riuscita a convincere  mamma e papà a tenerlo con noi. Piangevo al solo pensiero che “Bottoncino” non rotolasse più sul  tappeto del soggiorno o tappezzasse di pappa le pareti della cucina. Avevo fatto i peggiori pensieri  su questi due, tornata da scuola li ho trovati sul tappeto in soggiorno con Leon, mamma e papà!  Erano super sorridenti, teneri con Leon, napoletani con la battuta pronta e, soprattutto, lei aveva  i vestiti coi colori perfettamente abbinati, erano quelli giusti! L’educatrice ha scritto una storia con  mamma e papà, che ha regalato a lui e a noi, insieme a una pagnotta. La storia del piccolo Opossum  accolto tra i canguri; anche se sono grande mi piace ancora addormentarmi leggendo di lui e di noi. 

Quel che resta del viaggio (testimonianze) 

Eccomi qui, ci sono anche io! Sono il valore aggiunto, la marcia in più di ogni affido, il paracadute, o  meglio: la RETE! Ogni famiglia affidataria ne è un nodo fondamentale. Ce ne sono in ogni territorio,  si incontrano periodicamente e aiutano gli affidatari a condividere fatiche, scoperte, emozioni, a  nutrirsi delle esperienze degli altri, a relativizzare e attraversare le fatiche, a sentirsi tutti sulla stessa  barca! Potete trovarne tante altre qui. 

Nel tempo, una cosa ho imparato: la strategia non è lasciare la presa, ma allentare la corda. Tenerla si,  ma non tesa, mollare un po’” Luciana Littizzetto 

Da oltre 20 anni Comin forma e accompagna le famiglie affidatarie: tanti piccoli semi di accoglienza  che hanno fatto rifiorire la vita di altrettanti bambini.