…che è un po’ come dire “L’amore ai tempi del Colera”, ma con le mascherine e il gel sanificante…
(NdC Chi sta scrivendo è Ema, colui che si è fatto carico in modo intenso di tutti i guai e le relative incombenze portate dal maledetto virus. Questo è un capitolo particolare e prezioso. Tutti gli articoli sono scritti da persone che hanno vissuto quei momenti, alcuni prodotti direttamente in quei giorni, altri scritti oggi sulla base dei ricordi di quel periodo tanto particolare. Ma ridiamo spazio ad Emanuele)
Dopo quella sera irreale del 9 marzo 2020 in cui si è svolta una riunione straordinaria del Cda in cui siamo stati chiamati a decisioni difficili e dolorose (vedi Estratto delle decisioni prese) si sono susseguiti in Comin tantissimi fatti che verranno approfonditi nei successivi articoli di questo capitolo e che tocco qui sperando di offrire un riassunto efficace di quei mesi folli in cui non abbiamo fatto altro che rimboccarci le maniche, programmare con tantissima attenzione, affinare le tecniche di navigazione a vista, esserci al meglio con le persone.
Non è questo il luogo per scrivere del modo in cui ho vissuto quel periodo, dell’effetto profondo che hanno avuto le immagini delle bare trasportate dall’esercito, delle code nei supermercati con gli scaffali mezzi vuoti (a parte quelli delle famigerate penne lisce), delle persone isolate nei reparti infettivi, di faticosissime vicende familiari che però mi hanno fatto toccare con mano una concreta solidarietà delle compagne e dei compagni di lavoro, della “fortuna” di trasferirsi a vivere in un cohousing pochi mesi prima dell’inizio di tutto questo…
Non è questo il luogo per scrivere di vicende personali, ma non posso non iniziare questo capitolo con un accenno ad esse perché la Comin ai tempi del Covid è un impasto inscindibile -per me e penso per tutte e tutti noi- tra le vicende lavorative e quelle personali, intime e familiari: è stato infatti un periodo di confini materiali rigidissimi e invalicabili ma anche di assenza di confini dei luoghi intimi, del tempo di lavoro e riposo; di profonde solitudini ma anche di iperconnessione dove forse abbiamo visto amici lontani più spesso di prima (o dopo); di tanto tempo a disposizione ma anche di tantissimo tempo perso (in fila, in fila per ogni cosa)… Un tempo e uno spazio, cioè, dove tutto si è mescolato, dove più di ogni altro momento ciascuno nella vita e quindi anche in Comin, ci ha dovuto mettere del suo.
A posteriori credo che la più grande difficoltà sia stata quella di cercare di far coesistere importanti priorità potenzialmente in conflitto tra loro: la salute e la sicurezza di noi lavoratori e lavoratrici e la tutela della salute e sicurezza delle persone di cui ci prendiamo cura; la tenuta economica della cooperativa e la garanzia della retribuzione a tutte e tutti noi e l’uso corretto della cassa integrazione; far fronte ai tantissimi e nuovi bisogni emergenti e mantenere l’attenzione su quelli di sempre.
Dopo quella sera irreale del 9 marzo 2020 si sono susseguiti in Comin tantissimi fatti che verranno approfonditi nei successivi articoli di questo capitolo e che tocco qui sperando di offrire un riassunto efficace di quei mesi folli in cui non abbiamo fatto altro che rimboccarci le maniche, programmare con tantissima attenzione, affinare le tecniche di navigazione a vista, esserci al meglio con le persone.
Ricordo lunghissime telefonate con molti amministratori pubblici e un senatore, persone sensibili ai temi del welfare, per discutere dei contenuti dei decreti in modo che il lavoro sociale fosse economicamente sostenuto e riconosciuto al pari di quello di chi svolgeva funzioni pubbliche e fosse possibile anche con strumenti di lavoro a distanza. Farsi mandare, studiare e proporre modifiche a bozze di decreti e misure urgenti per non finire a gambe all’aria e per continuare a fare il nostro lavoro. Il tutto nell’enorme difficoltà di reperire dispositivi di protezione individuale, introvabili e costosissimi; di programmare i flussi finanziari per corrispondere sempre tutti gli stipendi; di aggiornare e verificare le procedure per la salute e la sicurezza; di gestire secondo il bisogno la cassa integrazione straordinaria, cui Comin ha fatto ricorso con parsimonia nella considerazione di stare utilizzando risorse della collettività.
Dalla consapevolezza che fosse necessario continuare a stare vicino alle persone seguite nei nostri servizi abbiamo iniziato a sperimentare forme educative a distanza: interventi di supporto scolastico in affiancamento alla DAD; supporto educativo domiciliare sia per alleviare solitudine e carico emotivo di adulti e genitori fragili, di adolescenti già normalmente in sofferenza; incontri con genitori non conviventi per garantire il diritto di visita; centinaia di giochi da poter fare attraverso un video. Di tutto ciò si è poi in breve passati dalla pura e libera sperimentazione allo scambio, alle prime sistematizzazioni, al recupero di principi teorici per poterli riflettere sulla nuova realtà, riadattandoli. Riflessioni, confronti e approfondimenti che hanno arricchito la nostra cultura operativa e prodotto pubblicazioni.
In questo lavoro a distanza sono emerse immense sacche di vecchie e nuove povertà: cibo, soprattutto fresco; materiale scolastico; giochi; device per seguire le lezioni; spazio (provate a vivere in 5-6 persone in un bilocale senza poter uscire mai…). Per molte di queste mancanze ci siamo attivati, collaborando con gli Enti Locali e informalmente con molte associazioni del territorio per raccogliere e distribuire pacchi alimentari, frutta e verdura, pc-tablet-telefoni. E queste collaborazioni hanno generato una maggiore conoscenza e sinergia con tante realtà più o meno formalizzate, molte delle quali in grado di catalizzare belle energie di partecipazione e impegno civile. Quelli che malamente e facendone un indistinto mucchio sono stati poco opportunamente chiamati da un sindaco “l’esercito del bene” (poi dimenticati un secondo dopo la fine della pandemia) … E con cui invece ora costituiamo belle e tenaci reti territoriali, più e meglio di prima.
E le nostre comunità? Come tutelare educatrici ed educatori, il necessario riposo e il contenimento di entrate ed uscite dalle comunità per delimitare il rischio di contagi? Un poderoso lavoro di équipe, un fortissimo sacrificio di sé da parte di ciascuno, una grande corresponsabilità di bambini, bambine, ragazze e ragazzi nella tenuta delle regole: tutto ciò ha prodotto il risultato incredibile di non avere contagi in comunità. Certo, a un prezzo veramente alto per tutti quelli che sono stati lì: essere disposti a turni di giorni e giorni, organizzare gli spazi per una convivenza accettabile, sostenere la salute emotiva e psicologica delle persone accolte.
Fronteggiare nuove necessità di tutela di minori che improvvisamente vedevano entrambi i genitori ricoverati ha determinato la nascita di una comunità covid, “Zumbimbi” insieme alla cooperativa La Cordata a Terres Des Hommes e al Comune di Milano, una esperienza educativa molto impegnativa per chi l’ha vissuta. Di questo si racconterà intensamente: ci vuole un racconto a parte, per parola di chi c’era, per la delicatezza degli interventi posti in essere e la contiguità con una sofferenza tanto intensa quanto improvvisa e inspiegabile.
C’è tutto questo, e molto altro nelle pagine che seguono.
Vado a concludere, ma mi serve ancora qualche riga…
Quando ci si chiede cosa ha lasciato il Covid, istintivamente penso a un verso di un poeta, Sandro Penna, che dice “resta un odore come merda secca / lungo le siepi cariche di sole”… poi penso ad alcuni cambiamenti nell’organizzazione del lavoro che non sono negativi, se usati con moderazione: l’introduzione della possibilità di fare riunioni a distanza, accorciandola e rendendo facile confrontarsi e pensare insieme; una certa flessibilità organizzativa e lo sviluppo dello smart working; un aumento della sensibilità di lavoratori e lavoratrici ai temi della salute e sicurezza. Poi, sinceramente, boh?
Dicevano “andrà benissimo”: a guardare oggi questo pianeta infiammato dalle guerre e dallo sfruttamento delle risorse e dei popoli direi che in generale non abbiamo capito niente ed è andata veramente male.
Però guardo a come abbiamo attraversato quell’orrendo periodo e penso di poter dire che in Comin è andata bene, perché ne siamo usciti insieme, da cooperatrici e cooperatori.
