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Lavorare sulla storia di Comin per guardare al futuro. Non come esercizio nostalgico e retorico. Come atto politico.
Gramsci scriveva che “fare storia significa capire il presente”. Non per fermarlo ma per trasformarlo con più consapevolezza. È esattamente questo che abbiamo provato a fare.

Due sessioni di lavoro: la prima su domande chiave che ci interrogano ancora, la seconda per comporre una Carta d’identità di Comin.

Ed è venuta fuori una Comin al naturale.
“Accogliente” e “democraticamente lenta”. Con occhi variopinti e sguardi diversi, capelli curati ma non acconciati, fluidi per un soggetto vintage. Con gambe solide e radici profonde come un papavero delicato sopra, tenace sotto. Con rughe. Con porte e finestre aperte. Una tavolata conviviale. Ali e radici.

Una realtà frizzante, in perenne trasformazione, determinata, ironica e gioiosa.
“Dignità sociale per tutti dal 1975.” Stiamo facendo qualcosa per tutti. 

Ci siamo chiesti come essere attrattivi per le giovani generazioni: riconoscendone il contributo innovativo, valorizzando il senso politico del lavoro sociale, investendo in formazione, garantendo un giusto riconoscimento economico, professionale, umano.

Ci siamo chiesti e continuiamo a interrogarci cosa significhi autonomia politica: la libertà di stare nel confronto con le istituzioni senza appartenenze di parte, ma con l’attenzione al merito delle sfide.
Ci appassionano l’accoglienza e l’accompagnamento educativo, la connessione con le realtà locali, la co-progettazione. Non solo gestione di servizi e cura di persone e territori ma la capacità di criticare e proporre, perché le cose possano andare meglio, attenti ai diversi punti di vista e orgogliosi della nostra storia.
Martin Buber diceva che l’identità non si trova guardando dentro di sé, ma nell’incontro autentico con l’altro: “L’io diventa io nel rapporto con il tu.” Comin lo sa da cinquantuno anni. Nel confronto con l’altro la propria identità si definisce, si mette alla prova, si trasforma al meglio e continuamente.