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Quando mi è stato chiesto di introdurre il capitolo nel quale racconteremo dell’esperienza della MADIA, mi è tornata subito alla mente l’immagine del gruppetto di colleghi con i quali siamo andati a visitare i locali della parrocchia di fianco alla nostra sede di via Pimentel 9 a Milano. Una struttura in disuso, dopo essere stata per anni un luogo di vita per alcuni (abitazione del sacrista di Santa Maria Assunta in Turro) e un luogo di incontro, di divertimento e di gioco per tanti bambini, ragazzi e giovani del quartiere (oratorio maschile). Abbiamo attraversato le stanze al primo piano, in quel momento utilizzate come magazzino, con evidenti segni del tempo impietoso, che se non corri ai ripari sgretola i muri, fa saltare i pavimenti e mette in risalto l’umidità. Ci siamo affacciati sulla balconata e guardato il cortile, con il canestro di ferro appoggiato per terra, immaginando gli schiamazzi di chi aveva dato vita in passato a combattutissime partite di basket o di calcetto. E poi è accaduto quello che mi ha sempre colpito dell’esperienza di lavoro in COMIN: insieme, in un gruppetto improbabile di soci, con ruoli diversi, si è cominciato ad immaginare…immaginare partendo da ciò che era stato quel luogo, un’altra possibilità per quegli spazi di essere abitati e di diventare spazio accogliente per persone più fragili. E qui l’immaginazione prende corpo e sostanza, perché farneticando su quello che “…potremmo farci” ci vengono proprio in mente persone concrete che conosciamo, bambini e famiglie con i quali stiamo lavorando, che hanno un nome e un cognome, che qui potrebbero venire per fare qualcosa di utile e di rispondente ai loro bisogni. Ci immaginiamo che se ci fosse un giardino, tolto tutto quel cemento, che possa essere aperto al quartiere, ma anche custodito e protetto per i più piccoli forse sarebbe qualcosa che già non c’è, di cui si sente la mancanza. E le case al piano di sopra se diventassero un luogo di incontro… dove il prendersi cura di certe fragilità possa diventare una risorsa per tanti, anche per chi queste fragilità le vede solo da lontano e non le conosce, ma che magari, pranzando insieme o passando dei pomeriggi in una casa accogliente, si  può imparare a incontrare…

Tutti hanno coltivato e condiviso le loro “immagini” e poi, altra esperienza caratteristica del lavoro in Comin, qualcuno ha cominciato a “dare gambe” a cifre già improponibili per noi senza nemmeno “farla proprio precisa”. Far partire poi dei servizi, mettendoci dentro anche il lavoro educativo…mah forse è proprio al di sopra delle nostre possibilità.

Invece che rinunciare si sogna e quando si sogna insieme in COMIN, non so come mai (anzi forse lo so ma ognuno ha le sue spiegazioni…) qualcosa succede… cioè qualcosa si accende e poi l’inatteso accade.

La Fondazione Umanamente ci contatta e c’è la possibilità di proporre un progetto complesso rivolto a bambini e bambine, ragazzi e ragazze, famiglie; il finanziamento potrebbe essere corposo, tanto da riuscire ad affrontare una ristrutturazione importante. La parrocchia deve scegliere…c’è la proposta da parte di aziende del territorio, forse parcheggi e uffici, ma in fondo un progetto un po’ più sociale con la nuova cooperativa che ha appena affittato gli uffici al 9 si potrebbe anche pensare; abbiamo progetti che sono appena stati avviati che “cercano casa” e qui starebbero bene, ma anche delle idee innovative che altri colleghi hanno in mente, non ultima quella di un centro per le famiglie fragili, innovativo e sperimentale e poi uno spazio verde non solo da usare ma da affidare alle famiglie per costruire con loro un modo di intrecciare risorse e bisogni per rendere uno spazio “per tutti”.

Il percorso è stato complesso, il lavoro di progettazione, di realizzazione e di rendicontazione molto impegnativo e non sempre lineare. Il dialogo con i finanziatori, con gli enti pubblici, con le istituzioni e le realtà del territorio, con le persone è stato paziente e ha avuto fasi diverse (In fondo all’articolo una piccola rassegna fotografica degli spazi prima e dopo la ristrutturazione).

Ma la Madia un giorno è stata inaugurata con una grande festa (vedi locandina di invito) e da lì non si è più (non voglio dire ancora, ma questa è sempre una possibilità da tenere presente) fermata: tantissimi colleghi potrebbero parlare di questa avventura da tantissimi punti di vista diversi e alcuni lo faranno nelle pagine successive. Lo studio, le riflessioni pedagogiche sono state tantissime così come le difficoltà a prendersi cura di questo bene comune, a trovare risorse che con continuità potessero sostenere il peso anche economico della struttura. COMIN se ne è fatta carico mettendo a servizio della Madia tutta la propria capacità progettuale e anche le proprie risorse economiche quando occorreva.

La costruzione del progetto in collaborazione con Umanamente e la sua scrittura sono state molto laboriose e alla fine presentiamo un progetto che prevede 5 azioni (vedi estratto progetto). Due di esse sono già in essere ma in cerca di un posto dove assestarsi per poter continuare (Tandem e Unduetre … a casa). Tre invece sono innovative (Lo Specchio di Alice, Cosf e il Giardino della Madia). In questo capitolo presenteremo nel dettaglio solo le tre azioni nuove, in quanto le altre due sono già state raccontate nei capitoli precedenti. La Fondazione decide di finanziare solo quattro di queste azioni non ritenendo opportuno inserire nel budget Unduetre … a casa, che però rimane nei fatti parte integrante della Madia. Vedi testo di presentazione.

Ma perché Madia? Da dove arriva il nome dato a questo luogo? La socia Gabriella Gabrielli l’ha tirato fuori dal cappello durante uno degli intensi momenti di progettazione, pensando a quelle vecchie dispense nelle case contadine, dove si conservava tutto ciò che serviva a fare il pane e dove si impastava e si dava poi il tempo perché la lievitazione facesse il suo corso.

La poesia che abbiamo messo come intro al progetto iniziale ne svela il significato, scritta di getto poco prima di chiudere e inviare il progetto finale:

La Madia

sulla quale

lavorano

braccia

contiene

farina, sale, lievito,

fermenta il pane

protegge

custodisce

nel tempo,

con pazienza

si apre,

offre

nutrimento e vita

Tante braccia hanno lavorato, tante mani hanno impastato, quel che si è sognato, si è realizzato. Ma quello che certamente possiamo dire è che moltissime persone alla Madia, nelle sue varie possibilità, passate e presenti, hanno trovato un luogo per loro, quello che poeticamente non ho paura a definire un luogo dell’anima, dove ci si può sentire a casa perché al di là dei muri e degli arredi trovi delle persone significative che sono lì per te e con te sono disposte a condividere un pezzo di strada; ognuno dà il suo nome a questa esperienza: Giardino della Madia, Specchio di Alice, Tandem, Affido, Casa del Tempo, Centro estivo, Tempo per le famiglie, We mi, Qubi, Deltaplano, Percorsi insieme, Centri estivi, Capanna sull’albero, Adm, La terra che non c’è e tanti ancora, anche esperienze portate avanti da associazioni diverse da  Comin, La Misericordia, La Carovana, Artemadia e altre ancora, con le quali abbiamo collaborato condividendo idee, progetti e spazi.

In questo capitolo cerchiamo di raccontare i primi 5 anni di questa bella storia. Per le esperienze che si sono sviluppate negli anni successivi ci saranno altre occasioni nel prosieguo della Nostra Storia.