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L’assistente sociale che non vi raccontano

Oltre stereotipi e falsi miti: scopriamo la realtà di una professione  complessa attraverso storie e riflessioni di chi lavora ogni giorno sul campo, che ci offre spunti utili a mettere in luce il valore del lavoro di  intervento sociale. 

di Jessica Bernardoni, Francesca Marcato, Ambra Tranchina

Ladre di bambini, che paura! Rovina famiglie… Nullafacenti! Ma noi assistenti sociali siamo davvero  questo? Nel presente contributo, alla luce di tre esperienze che ci hanno coinvolte, proviamo a  considerare la complessità del lavoro di ascolto, di aiuto e di accompagnamento che svolgiamo.  Storie e riflessioni sulla figura dell’assistente sociale per mettere in luce il valore del lavoro di intervento sociale. 

Tre storie di incontri 

Di seguito vi presentiamo tre storie a partire dalle quali vogliamo approfondire cosa c’è realmente  dietro il lavoro dell’assistente sociale. 

Lucia 

Lucia è una bambina di 9 anni che è arrivata al Servizio Sociale lo scorso anno. Le insegnanti erano preoccupate  per lei, per via dei suoi comportamenti: la bambina quando era molto arrabbiata non si controllava, si faceva  del male e insultava le maestre. La mamma e il papà di Lucia litigavano in continuazione e non riuscivano ad  occuparsi di lei. Entrambi soffrono da anni di un disturbo psichiatrico e non frequentano il Centro Psico Sociale  (CPS), il servizio specialistico che si occupa di salute mentale. Fin dal primo incontro con Lucia ci siamo accorte  della complessità della situazione in cui viveva e della sofferenza che teneva dentro di sé. Lucia si procurava  spesso piccole ferite, piangeva frequentemente ed esprimeva il suo forte malessere chiudendosi in se stessa. 

Una volta condivise le preoccupazioni con il Tribunale per i Minorenni, il giudice ha disposto l’inserimento di  Lucia in una comunità educativa. La comunità educativa non è un orfanotrofio ma un luogo accogliente che  ospita temporaneamente bambini e ragazzi che vivono situazioni di difficoltà familiari dove educatori formati  si prendono cura di loro. 

Adesso vi starete chiedendo come hanno reagito i genitori quando sono stati informati dall’Assistente Sociale.  Rosa, la mamma è scoppiata a piangere e Luigi, il papà ha chiesto quando avrebbe rivisto Lucia. Avevamo  parlato già diverse volte con loro rispetto a questa ipotesi ma solo di fronte alla decisione del Giudice si è  potuto condividere con i genitori che il progetto di accoglienza temporanea all’interno di una comunità  educativa sarebbe stata la scelta migliore per Lucia. Insieme all’inserimento di Lucia in comunità abbiamo  

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attivato un percorso di accompagnamento dei genitori. La mamma di Lucia si è affidata alla psichiatra del  CPS e nel tempo ha aderito al percorso in modo regolare e continuativo. Il papà di Lucia, invece, continua a  rifiutare la terapia farmacologica che ormai ha interrotto da tempo e non mantiene alcun contatto con il CPS.  Entrambi i genitori incontrano Lucia presso il servizio di Spazio Neutro che permette alla bambina la possibilità  di costruire con Rosa e Luigi una relazione positiva che la convivenza a casa aveva reso faticosa e costellata di  discussioni e malesseri. 

Dopo circa sei mesi dall’inserimento in comunità di Lucia, Rosa ci ha raccontato di essere più serena, sa che  qualcuno si prende cura di sua figlia e anche lei può dedicarsi a se stessa e alla ricerca di un lavoro. Rosa  si emoziona spesso quando pensa a Lucia, o meglio, si emoziona soprattutto quando parla degli incontri  nello Spazio Neutro. Lucia non la insulta più e ha iniziato a raccontare alla mamma quanto le piace il corso di  pallavolo che ha iniziato a frequentare. Luigi sta facendo più fatica, non accetta di incontrare Lucia nello Spazio  Neutro e non si presenta agli incontri con noi. Il papà, però, chiede spesso informazioni a Rosa su come sta  Lucia ed è interessato a sapere come Lucia sta vivendo questo periodo in comunità. 

Siamo all’inizio di un percorso che ha l’obiettivo di rafforzare Lucia e i suoi genitori perché possano ridefinire  contorni più solidi per la loro famiglia. 

Jasmine 

Jasmine è una ragazza nigeriana di 18 anni, arrivata in Italia a bordo di un barcone ancora minorenne  e incinta del suo primo figlio. Ha dovuto affrontare molte difficoltà per trovare un luogo che la  accogliesse, prima accettando l’ospitalità di alcuni connazionali, poi rifugiandosi in un convento nella  città di Milano. Le suore, preoccupate per la situazione di Jasmine, si sono messe in contatto con i  servizi sociali del territorio per chiedere aiuto, così si sono incrociate le vite di una giovane assistente  sociale e della ragazza madre. 

In un primo momento le resistenze di Jasmine nei confronti del servizio sociale sono state  forti. Il timore che una volta nata sua figlia potesse venire allontanata era enorme e dominante  nell’interazione, tanto da portarla più volte a non presentarsi agli incontri con il servizio sparendo  per lunghi periodi. Uno spiraglio si è iniziato a intravedere quando il servizio ha comunicato a Jasmine  la possibilità di essere inserita in un contesto comunitario aperto all’ospitalità di madri e figli, dove  sarebbe potuta rimanere durante gli ultimi mesi di gravidanza e durante i primi anni di vita della  sua bambina. E così è andata. Jasmine e la piccola Nia hanno trascorso diverso tempo in comunità,  incontrando periodicamente l’assistente sociale e ricomponendo insieme a lei man a mano diversi  pezzi della sua vita, dal rimettersi in contatto con il papà di Nia, arrivato naufrago in Grecia durante lo  stesso viaggio che portò in Italia Jasmine, fino alla sua ricerca di un’occupazione lavorativa per iniziare  il cammino verso un’indipendenza economica. 

Fra Jasmine e l’assistente sociale si è creato un vero rapporto di fiducia. La ragazza si è affidata al  servizio seguendo le indicazioni fino a quando è riuscita effettivamente a trovare un lavoro come 

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parrucchiera e a iscrivere sua figlia all’asilo, fino alla nuova proposta del servizio di offrire loro la  possibilità di vivere temporaneamente in un appartamento di semi autonomia dove aver maggior  libertà e sperimentare a tutti gli effetti la vita familiare. Ad oggi sono trascorsi tre mesi da quando  Jasmine e Nia vivono nell’appartamento. Il cammino verso una totale autonomia è ancora lungo, ma  Jasmine e Nia non sono sole e sanno di potercela fare. 

Pietro 

Pietro è un ragazzo di 19 anni con una diagnosi di ritardo cognitivo che ha vissuto per la maggior parte  della sua infanzia e adolescenza a casa con la mamma e il fratellino. I suoi genitori sono separati fin da  quando era molto piccolo. Giovanni, il papà, poco dopo il matrimonio si è rivelato affetto da disturbo  della personalità di tipo schizofrenico, incontrando non poche difficoltà nel dover convivere con una  diagnosi di questo tipo, soprattutto all’interno della relazione coniugale, poi arrivata a conclusione. 

Divenendo adolescente Pietro ha presentato comportamenti simili a quelli del padre, fino alla recente  valutazione di medesimo disturbo e all’episodio culminante che ha portato la madre a decidere di  cacciarlo via di casa. In tale occasione Pietro avrebbe infatti messo in atto comportamenti violenti  verso la stessa, costringendola a rivolgersi al Pronto Soccorso per delle medicazioni. Il Servizio  Sociale in tale occasione è stato allarmato dal vicinato e subito si è messo in moto per contattare  la signora e Pietro per comprendere meglio la situazione. Lo stato di espulsività a cui il ragazzo era  stato sottoposto negli ultimi anni lo portava ad essere molto schivo e diffidente inizialmente ma,  una volta mostrata la reale intenzione di aiutarlo, si è affidato totalmente al servizio. 

Piano piano si è concordato insieme che la migliore occasione per lui in quel momento fosse  garantirgli un luogo in cui potesse essere accolto e avere la possibilità di costruire il suo futuro. Si è  trovata così, insieme, una Comunità per disabili all’interno di un contesto territoriale piacevole per  offrire ai ragazzi ospiti di poter interagire quotidianamente con cavalli, conigli, mucche e galline e di  prendersi cura del grande orto presente. All’interno della struttura inoltre, Pietro ha la possibilità di  frequentare alcuni corsi professionali, auspicando un giorno il raggiungimento di una sua autonomia. 

Primo spunto: progettazione partecipata 

Partecipazione è una parola ricca e complessa che va riempita di senso proprio perché ha molteplici  significati. 

La “scala di partecipazione” di Arnstein ci permette di ragionare in un’ottica di apertura e condivisione  che coinvolge le persone a diverso livello. L’assistente sociale, nello svolgimento della professione,  mantiene questo sguardo teso verso l’esterno con l’obiettivo di mettere al centro pensieri, bisogni  e opinioni del bambino, della famiglia, dell’anziano, del cittadino che incontra e del territorio in cui  lavora. 

Da qui la “progettazione partecipata” come spazio di possibilità e luogo di parola in cui l’assistente 

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sociale si mette in ascolto, un ascolto attivo nel quale valorizza le parole delle persone per arrivare  ad un percorso ragionato e co-costruito volto alla ricerca di un loro maggior benessere. C’è una differenza sottile ma sostanziale fra lavorare per le persone e lavorare con le persone.  L’assistente sociale lavora con le persone e questo permette di metterle al centro del proprio progetto  partecipato e trasformativo. In questo modo si restituisce alla persona la propria centralità, in quanto  massima esperta della sua storia di vita ed insieme si condividono le fasi operative del lavoro. 

Secondo spunto: un cammino fianco a fianco, in ascolto di sé 

Gioia, tristezza, rabbia, sorpresa, paura. L’assistente sociale cammina fianco a fianco alle persone, le  famiglie e i gruppi che incontra per sostenere e promuovere cambiamenti positivi delle loro condizioni  di vita. Se chiudessimo gli occhi e pensassimo al ruolo dell’assistente sociale potrebbe venirci in  mente un freddo impiegato o un insensibile burocrate trincerato dietro alla propria scrivania. Se poi  provassimo a riaprire gli occhi ci accorgeremmo che la realtà è molto più complessa. 

L’assistente sociale sta accanto ed accompagna, costruisce relazioni di fiducia insieme alle persone  con l’obiettivo di valorizzare le risorse e migliorare il loro livello di benessere. Nell’esercizio della  professione l’assistente sociale è chiamata a prendere contatto con ciò che prova, in un “Inside Out”  di emozioni, in continuo dentro e fuori di sé alla ricerca di quella “giusta distanza” che permette di  porre al centro i bisogni della persona ed intervenire con efficacia. 

Ogni scelta e valutazione che l’assistente sociale opera è delicata e complessa perché coinvolge la  vita dell’altro. È proprio per questo che l’assistente sociale apre un dialogo emotivo con sé, con ciò  che prova e sente, ascolta la persona per comprenderla ed accoglierla al meglio. 

Terzo spunto: interconnessione dei saperi 

Il lavoro dell’assistente sociale si rivela dunque molto complesso, dovendo tener conto dei tempi e  dei vissuti delle persone con cui interagisce, coinvolgendole nella costruzione del proprio progetto  di vita e nella ricerca delle soluzioni più idonee. 

Spesso le problematicità legate alla situazione richiedono sguardi differenti per poter esser meglio  approfondite e affrontate. L’assistente sociale interagisce infatti con diversi operatori e differenti  realtà del territorio: partendo da ambiti e professioni di tipo sanitario quali lo psicologo, lo psichiatra,  il neuropsichiatra infantile, il medico ad altri di tipo sociale come l’educatore e gli insegnanti. 

L’assistente sociale che vi abbiamo raccontato 

Le storie di Lucia, Jasmine e Pietro ci aiutano a mettere in luce la complessità del lavoro quotidiano  dell’assistente sociale troppo spesso stereotipato in “ladra di bambini”: 

Ma quindi chi è l’assistente sociale? È un professionista che ascolta, coinvolge e lavora con le persone  mettendole al centro del loro progetto con l’obiettivo di fornire gli strumenti, valorizzare le loro 

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risorse e migliorare il proprio benessere. L’incontro con la storia dell’altro coinvolge inevitabilmente  l’operatore che deve potersi fermare e riflettere sulle proprie emozioni e sul proprio agire. Certamente  non è da sola, l’assistente sociale ha infatti il compito di attivare una rete di servizi che possano  sostenere ed accompagnare la persona. 

Quelle di Lucia, Jasmine e Pietro sono solo tre delle moltissime storie che quotidianamente gli uffici  del Servizio Sociale accolgono. Raccontandole speriamo di aver fornito uno sguardo nuovo sulla  nostra professione. Questo articolo è stato pubblicato su Percorsi di secondo welfare il 27 giugno 2022.  È consultabile anche online a questo indirizzo.