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Cambiamenti nell’assetto delle comunità

Il decennio che va dal 1980 al 1990 ha registrato importanti cambiamenti all’interno della cooperativa e quindi nell’assetto delle comunità. Tali cambiamenti sono legati a un’evoluzione lenta ma costante e sono frutto tanto di approfondite riflessioni interne che di circostanze esterne. Sicuramente sono il frutto di un dibattito, quello sull’identità e il ruolo dei soci e degli educatori e sulla loro relazione con gli “utenti”, che la riorganizzazione del 1980 aveva avviato più che concluso.

L’équipe educativa 

La costituzione, all’interno di ogni comunità, di un’équipe composta da tre educatori professionali, presenti a tempo pieno ma non conviventi e regolarmente stipendiati, si è realizzata in maniera lenta e progressiva. 

La richiesta di “professionalità” rivolta agli educatori, oltre che dalla convinzione della sua opportunità, maturata lentamente, è dettata anche dalla necessità di adeguarsi alle nuove normative vigenti. Se da una parte Comin richiede ai suoi educatori la disponibilità alla formazione permanente, riconoscendola come garanzia della qualità del servizio, è anche vero che, da sempre, antepone la motivazione personale e l’esperienza maturata sul campo a qualsivoglia titolo di studio. Ciò nonostante non si può non evidenziare come ormai motivazione e professionalità costituiscano ormai per Comin elementi che un educatore deve possedere e deve saper coniugare consapevolmente, mentre nel 1975 la motivazione veniva considerata come di per sé stessa garanzia anche di professionalità. Ciò rendeva più difficile considerarne i possibili effetti mistificatori e, in quanto tali, controproducenti.

Inoltre, nel 1984 con l’intenzione di favorire la consapevolezza dell’operato educativo si decise di offrire la possibilità alle équipe educative di avvalersi del contributo di un tecnico supervisore esterno per il lavoro di analisi e di progettazione educative. L’istituzione della supervisione, considerata come ulteriore possibilità di confronto e sostegno alla progettazione educativa, offrì l’occasione per ridefinire con più precisione i compiti specifici dell’équipe allargata (di cui si parlerà più avanti) e del Gr.Ed. L’équipe allargata verrà infatti definendosi principalmente come ambito decisionale nel quale lavorare su quanto già precedentemente elaborato in seno all’équipe degli educatori. Il Gr.Ed. perderà definitivamente la funzione di confronto pedagogico tra le équipe in merito alla progettazione dei casi specifici che aveva costituito nei primi anni ’80 l’aspetto principale del lavoro, e concentrerà il proprio operato, secondo un obiettivo di formazione permanente, principalmente nell’elaborazione di tematiche specifiche (pedagogiche, psicologiche, metodologiche, di analisi istituzionale…).

Anche alla condizione di tre educatori regolarmente stipendiati si è arrivati progressivamente. Si sono verificate situazioni in cui un membro dell’équipe svolgeva un’attività lavorativa esterna. Fino al 1985 lo stipendio degli educatori era ai minimi contrattuali e non retribuiva le ore di lavoro effettivo (agli educatori era richiesta la convivenza). Solo in seguito, data la raggiunta stabilità economica della cooperativa, sia per tutelare i diritti degli educatori, sia per garantire educatori alla cooperativa, si è arrivati ad un livello di retribuzione equiparato alla “normalità”, anche se non corrispondente alle ore di effettiva permanenza in comunità. La cooperativa decise anche di acquistare un pulmino; fino ad allora gli educatori avevano sempre usato mezzi propri per il trasporto dei ragazzi.

Prendendo atto dei casi di educatori “scoppiati”, o costretti a lasciare la comunità per non veder “scoppiare” la propria situazione coniugale o familiare, o giunti a un tale livello di “simbiosi” con gli utenti da pregiudicare la qualità dell’intervento, Comin ha maturato la consapevolezza che la convivenza, intesa come disponibilità a condividere la vita comunitaria, non esclude la possibilità di avere una vita e una casa esterne alla comunità, senza che per questo diminuisca l’assunzione dei problemi dei ragazzi e un coinvolgimento reale nella comunità. Negli anni ’86-’87 si arrivò così a un’impostazione che prevedeva la turnazione notturna degli educatori. A ciò ha senz’altro contribuito anche il cambiamento delle caratteristiche dell’utenza, sempre più raramente bisognosa di trovare nella comunità e negli educatori l’unico punto di riferimento affettivo.

Figura emblematica, all’interno dell’équipe educativa, è stata quella dell’obiettore, un tempo in pianta stabile all’interno delle comunità, con compiti e responsabilità equiparati a quelli degli altri educatori. L’obiettore era considerato una persona capace di garantire motivazione, convivenza e gratuità del lavoro svolto. La Comin, dapprima tramite un accordo con Comunità Nuova, poi per convenzione diretta con il Ministero della Difesa, ha sempre avuto obiettori a disposizione per le comunità. Il maturare di una nuova figura di educatore, unita alle traversie intervenute nel rapporto con il Ministero della Difesa (ritardi nelle destinazioni e, soprattutto, precettazioni di persone non richieste e talvolta del tutto inadatte al ruolo di educatore) portarono nel 1988 a modificare il ruolo e i compiti degli obiettori che divennero figure di sostegno all’attività degli educatori, senza la responsabilità della conduzione del progetto educativo e con una presenza in comunità più limitata.

I soci

Si è già accennato a una crisi di ruolo dei soci e alla difficoltà di gestire con chiarezza la corresponsabilità con i soci educatori che operavano nelle comunità. 

Sono state diverse le posizioni espresse per risolvere questa contraddizione. Si è arrivati persino a ipotizzare la costituzione di una cooperativa di soli educatori responsabili, appoggiati all’esterno da un gruppo di volontari. La cooperativa, nel suo insieme, ha però sempre rifiutato tale ipotesi, ritenendo più efficace e sicuro, anche in quel momento di crisi e di crescita, continuare con il modello di cooperativa di solidarietà sociale basato sulla corresponsabilità di soci-operatori e soci-collaboratori esterni. Un tentativo, emblematico per la contraddittorietà con cui è stato gestito, per operare un confronto e raggiungere chiarezza è rappresentato dal progetto formativo proposto alla cooperativa dall’ISAMEPS nel 1983. 

Tra le diverse ipotesi proposte, la scelta della cooperativa cadde su una proposta formativa che prevedeva l’iniziale analisi dello stesso bisogno formativo. Accettata con difforme entusiasmo, la proposta prevedeva un primo momento incentrato su una ricerca-intervento interna attraverso l’elaborazione dei risultati di un questionario anonimo preparato dall’ISAMEPS per la cooperativa. Il secondo momento fu incentrato sulla restituzione e lettura dei dati e, in una giornata di lavoro e discussione di tutta la cooperativa sui primi problemi emersi, si scelse un processo formativo sulla “presa di decisione”, ma al momento di iniziare questa fase prevalse all’interno della cooperativa una posizione di sfiducia verso questo progetto formativo che fu sospeso. Continuò naturalmente lo sforzo di chiarificazione sulle modalità migliori per attuare una gestione interna realmente democratica e corresponsabile. Fu così che agli inizi degli anni ’80 sulle ceneri ormai fredde di quella che era stata negli anni ’70 la formula della “famiglia vettore” nacquero, una per ogni comunità, le cosiddette “équipe allargate” (Equ.Al.)

Formate ognuna dall’équipe degli educatori di una comunità e da un certo numero di soci che sceglievano di seguire più da vicino la vita di quella comunità, si incontrava tre volte al mese circa per discutere i singoli progetti educativi dei minori ospiti nella comunità stessa. 

Nei confronti dei minori i soci rivestivano anche il ruolo di una sorta di “amici di famiglia”. Tale ruolo permetteva di conoscere personalmente i minori, favorendo il coinvolgimento affettivo nei loro confronti e una più sentita e meno astratta partecipazione al progetto educativo. Non meno importante era la condivisione con gli educatori di ansie e problemi*

In una giornata di studio svoltasi nel 1990 viene definito che l’Equ.Al. debba essere 

delegata a garantire lo svolgimento della vita comunitaria in tutti i suoi aspetti. Negli anni precedenti, infatti, l’Equ.Al. aveva lavorato principalmente sulla gestione dei progetti educativi relativi ai singoli minori e solo sporadicamente o in casi di emergenza aveva affrontato il problema della gestione complessiva della comunità. Precisando che l’Equ.Al., ambito della corresponsabilità decisionale, deve essere considerata dagli educatori come rete di aiuto e non come organo di controllo, viene definita quindi la responsabilità dell’Equ.Al. circa la conduzione complessiva della comunità per quanto concerne l’impiego delle risorse, l’elaborazione delle strategie per l’attuazione del progetto su ogni minore, l’impostazione della supervisione e la gestione di eventuali problematiche relazionali con influenze negative sulla comunità.

Una conseguenza di questo ampliamento è stata l’assunzione da parte dei soci di maggiore responsabilità che si traduce anche in un maggior coinvolgimento nella gestione quotidiana della comunità. 

Il rapporto con i minori 

La cooperativa aveva deciso ai suoi inizi di privilegiare gli inserimenti in comunità di quei bambini per i quali si prevedeva un lungo periodo di istituzionalizzazione, in quanto si ritenevano più bisognosi di un rapporto affettivo stabile (ai tempi non esisteva ancora l’attuale normativa in materia di affido e adozione). Per questo e anche per il degenerare di alcuni progetti di inserimento alcuni ragazzi, una volta cresciuti, arrivavano a considerare la comunità come propria e unica famiglia, dato che la famiglia d’origine non era in grado di fornire loro supporti né affettivo-educativi né di tipo pratico. Ciò comportò che la comunità e la cooperativa si sentissero responsabili nel garantire a questi ragazzi il proprio apporto fino alla loro autonomia reale. Accadde che alcuni di loro raggiunsero la maggiore età senza essere pronti per un autonomo inserimento nella vita sociale. La cooperativa decise quindi di continuare ad ospitare i maggiorenni nelle comunità a prescindere dal pagamento della retta da parte dell’ente pubblico e investendo tutti i soci della corresponsabilità nell’aiutarli a reperire possibilità lavorative e abitative idonee. Ai maggiorenni che possedevano una fonte di reddito veniva richiesto un contributo economico. Anche l’ente pubblico, col passare del tempo, si è dimostrato sempre più disponibile alla proroga amministrativa. È comprensibile come la permanenza in comunità per periodi molto lunghi comportasse un fortissimo interscambio affettivo tra minori ed educatori che finivano col sentirsi, così come — sia pure indirettamente — tutti i soci della cooperativa, l’unico riferimento affettivo ed educativo, l’unica “famiglia” dei minori. Questo fatto può aiutare a capire perché la convivenza degli educatori fosse considerata così importante. Le nuove leggi e i nuovi orientamenti culturali e assistenziali in materia di adozione e affido, centrate sul diritto di ogni minore a vivere in una famiglia e sulla promozione e il recupero, quando possibile della famiglia d’origine, lo stress eccessivo che la convivenza spesso comportava, ma soprattutto la revisione dell’impostazione della comunità , avevano portato a considerare il servizio come integrativo e non sostitutivo della famiglia d’origine e quindi a delinearne l’utenza ottimale nei casi in cui fosse prevedibile in tempi medi il rientro del minore nel nucleo d’origine. Nei casi in cui tale rientro si dimostrava impossibile, si lavorava per un inserimento etero-familiare*. Per facilitare il rapporto con le famiglie d’origine e per evitare lo sradicamento dei minori, si è cercato di privilegiare l’inserimento di quei minori le cui famiglie abitano nel territorio in cui si trovano le comunità.

Per rendere possibile il rientro in famiglia è necessario che vengano meno le cause che hanno determinato l’allontanamento del minore. Ne deriva la necessità di un corretto progetto di lavoro che definisca i tempi dell’inserimento e i compiti del servizio sociale, della comunità e della famiglia d’origine per promuovere il rientro. Ciò ha portato alla definizione dei compiti e delle competenze nel rapporto con i servizi con cui la Comin collabora e a un’adeguata corresponsabilizzazione della famiglia d’origine nella gestione del progetto educativo durante la permanenza del minore in comunità*

Non sono mancati, inoltre, i tentativi di incidere su altri fattori capaci di pregiudicare il successo di un progetto educativo. La constatazione che lunghi periodi di disoccupazione e l’instabilità lavorativa di alcuni adolescenti inseriti in comunità aumentavano notevolmente la loro situazione di disagio con rischi più concreti di indirizzo alla devianza, ha indotto la cooperativa a studiare forme di intervento su questo problema. Ad esempio si rivolsero una serie di proposte all’Amministrazione Comunale attraverso il Segretariato dei Servizi di Comunità e, nel 1985, si decise la costituzione di un gruppo di lavoro interno che studiasse la possibilità di progettare e attuare interventi per avviare al lavoro adolescenti in difficoltà. Tra le diverse ipotesi prese in considerazione, anche attraverso il confronto con cooperative di lavoro e di solidarietà già operanti, sembrò realizzabile, data la disponibilità di un socio ad occuparsene e grazie al finanziamento da parte di altri due soci, l’avvio di una iniziativa di vendita e distribuzione a domicilio di “frutta e verdura biologiche”. Contrariamente alle aspettative, tale iniziativa non permise la creazione di posti di lavoro per i ragazzi della Comin. Continuarono comunque il sostegno e l’offerta di occasioni di lavoro da parte di singoli soci.

Come già detto, l’assetto delle équipe, il ruolo dei soci e il rapporto con i minori sono elementi tra loro strettamente collegati e costituiscono un fenomeno unitario in continua evoluzione per il quale è impossibile ipotizzare una soluzione definitiva.

Pare significativo richiamare a questo proposito il valore dato al mantenimento della relazione con i ragazzi anche dopo le loro dimissioni. In forme specifiche e con coinvolgimento differente a seconda delle situazioni spesso per i ragazzi il rapporto con la comunità o con qualche specifico educatore ha mantenuto significato ed utilità nel corso della propria vita. Ha significato ad es. che anche dopo decenni permangono forme di collegamento tra ragazzi ed educatori di gruppi che si sono susseguiti nelle comunità nei diversi anni.

E, come conclusione, per incentivare questo taglio romantico citiamo l’importanza e la bellezza dei momenti di vacanza che hanno caratterizzato le estati delle comunità: la possibilità di sperimentare forme e clima di convivenza più distesa oltre all’aver vissuto esperienze significative che si sono poi dimostrate ricordi indelebili negli anni.

* vedi documento n.22

*vedi documento n.27 a pagina 7